Kazuo Ishiguro, un Nobel fantastico.

LORENZO BARBERIS

Se l’anno scorso il Nobel sdoganava il rock con Bob Dylan, quest’anno il premio va allo scrittore inglese (di origini giapponesi) Kazuo Ishiguro (n. 1954), che nelle sue ultime opere si è avvicinato a generi come la fantascienza distopica di “Never Let Me Go” (2005) e il fantasy di ambientazione storica “The buried giant” (2015).

La prima fase della sua produzione, in modo più ovvio, si incentrava sulla cultura nipponica colta con gli occhi di una persona in grado di leggere entrambe le culture (benché nato e cresciuto in Inghilterra, la sua formazione famigliare fu rigorosamente nipponica). In questo ambito va il romanzo d’esordio, “A pale view of hills” (1982); più significativo è forse il secondo, “An Artist of the Floating World”, in cui un artista tradizionale giapponese si confronta col mondo nipponico che cambia vorticosamente dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale.

L’opera successiva, “The remains of the day” (1989) supera intanto lo schema di “scrittore sospeso tra due culture” costretto a narrare quella di provenienza a quella di arrivo. Ma è il criptico “The unconsoled” (1995) a segnare una svolta: ritenuto un labirintico capolavoro da pochi e un libro inutilmente astruso da molta critica, indica la volontà dello scrittore di andare oltre.

Con la nuova decade (e il nuovo millennio) arriva così “When we where orphans” (2000), apparentemente un’opera di nuovo più tradizionale, ma in cui viene inserito il meccanismo del giallo, della detection, unito al tema nipponico dei suoi primi lavori. In seguito, però, Ishiguro passerà a due generi meno tradizionali.

“Never Let Me Go” (di cui esiste anche una trasposizione filmica, come di varie altre opere di Ishiguro) sviluppa un tema sottilmente inquietante, quello di giovani cloni cresciuti come “organi di riserva” per cittadini “di serie A”. Formati in modo letterario e artistico – anche nel tentativo, di insegnanti compassionevoli, di dimostrarne il valore umano – essi non vengono però riconosciuti come esseri umani: è troppo conveniente possedere una riserva di organi totalmente compatibili.

Lo sviluppo, ovviamente, è di tipo potremmo dire neo-decadente, illustrando la rassegnazione dei ragazzi protagonisti: il genere fantastico può essere riconosciuto come arte, ormai, però solo con una declinazione “psicologica”, e non “avventurosa” (semplificando il problema). Comunque, si tratta in ogni caso di un passo avanti, anche se la rinuncia a un conflitto “avventuroso” rende più difficile mettere in evidenza il meccanismo sociologico del mondo futuro rappresentato.

Interessante notare, tra l’altro, che il romanzo è di fatto una versione più “realistica” del romanzo fondante della fantascienza, dove i sereni Eloi sono in realtà allevati dai Morlock per cibarsene. Anche qui vi è il conflitto tra umanesimo “alto” ma imbelle e tecnologia vincente ma malvagia. La riflessione più inquietante è legata al fatto che, se l’idea di H.G.Wells ne La Macchina del Tempo (1895) era evidentemente simbolica, l’ipotesi di Ishiguro è credibile e quindi più inquietante.

Dieci anni dopo, con “Il gigante sepolto” (2015), Ishiguro ha di nuovo affrontato il genere fantastico, questa volta il fantasy. L’opera è recente e, in un certo qual modo, è quella che possiamo maggiormente collegare al Nobel (ed entrambe le opere fantastiche, comunque, più recenti e più vicine a noi). Qui siamo in una Britannia d’età arturiana (gli elementi del ciclo bretone sono esplicitamente citati), e i personaggi partecipano a uno dei più grandi classici del fantasy, la caccia al drago, sia pure – di nuovo – declinato con attenzione alla psicologia.

Inevitabile in questo caso il rapporto con “Games of Thrones”, serie tv nata da una serie di romanzi di Martin (ma è il serial, ovviamente, l’elemento che ne ha decretato il successo presso il grande pubblico), che è un tentativo molto simile di creare un fantasy con approfondimento psicologico ed elemento fantastico sullo sfondo (anche qui, i draghi).

Il riconoscimento (per quanto un po’ lento e tardivo) del fantastico e del “gotico” ha insomma segnato un altro punto, dopo – cinematograficamente – il Leone d’Oro a Guillermo del Toro a Cannes; e non mi stupirei che a breve vedremo “The Buried Giant” trasposto in un film fantasy “intellettuale” di grande successo. Come cantava un anno fa il buon Bob Dylan, “The times they’re a-changing”.