I Paesaggi di Corrado Ambrogio

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LORENZO BARBERIS

La Chiesa di San Giovanni Battista a Fossano ha ospitato, in questi giorni, una bella mostra dell’artista monregalese Corrado Ambrogio, poco dopo dell’interessante esposizione monregalese dove l’autore ha presentato i suoi scatti fotografici presso la storica galleria La Meridiana (ne abbiamo parlato qui). La mostra si deve al comitato di quartiere del Borgo Vecchio, che ha orchestrato un programma espositivo di tutto rispetto nella prestigiosa cornice della chiesa giovannita.

Se la mostra alla Meridiana era stata l’occasione per presentare una ricerca relativamente recente, la bella esposizione fossanese ha avuto la – riuscita – ambizione di ricostruire uno degli studi più importanti di Ambrogio, trasversale al suo percorso artistico: il lavoro, appunto, sul Paesaggio.

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La mostra, presentata criticamente da Carlo Morra, decano della cultura del cuneese, parte infatti dalle origini stesse del lavoro artistico di Ambrogio, a cominciare dalle prime mosse, verso il 1972, a partire dal “chiarismo” di Gino Zanat, grande maestro della pittura monregalese (qui ne scrive Gabriella Mongardi, su Margutte) con la sua galleria “La Rotonda”, e anche di Ambrogio stesso.

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Interessante notare come Morra, correttamente, mette in discussione la stessa etichetta “chiarista” forse anche per la pittura zanatiana e, soprattutto,per quella “ambrosiana” delle origini, trovandola in realtà più coerente con la successiva ricerca dell’autore rispetto a quanto comunemente si creda.

Per Morra è meglio parlare di una tendenza già iniziale al “monocromatismo”, con un paesaggio apparentemente figurativo ma già diafano che si dissolve progressivamente nello sfocarsi delle sfumature tonali.

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Morra, nell’introdurre la mostra, rievoca anche il precoce legame di Ambrogio stesso con la scena di Fossano, a partire dal ’74, con legami con autori quali Piero Dutto, Pippo Ravera ed altri. Connessione che è rievocata, sul piccolo e curato catalogo della mostra, anche dalle puntuali osservazioni di Claudio Mana, che identifica anche punti di contatto con Ennio Morlotti.

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La pittura di Ambrogio diventa così, spiega Morra, una riflessione su “Cos’è paesaggio?”, ricerca in cui Ambrogio ragiona, tramite le sue opere, sulla liminalità della figurazione.

Se vogliamo, una riflessione simile Ambrogio la dedica anche alla figura; pensiamo alla recente ricerca sugli Animali dei bestiari medioevali, citata sopra, che tramite un gioco ironico sull’Oubject Trouvé ci fa riflettere sui limiti, per dire, della platonica “cavallinità”: a quale punto si pone la soglia tra un attrezzo agricolo e, per dire, un unicorno?

Ma è innegabile che il lavoro sul paesaggio sia quello più radicale, in quanto nel paesaggio non resta nemmeno più l’icona dell’animale, semplificata che si voglia, ma il paesaggio si può dare, al limite, anche come “sfondo vuoto”, in un certo senso.

Tale riflessione diviene più evidente con l’avvio di sperimentazioni astratte dal 1980 in poi: e se le prime sembrano allontanarsi, per esperimento, dalla “fase zanatiana” iniziale, già alla fine degli anni ’80 si coglie un minimalismo che appare evoluzione abbastanza conseguente di tali premesse.

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Queste piccole opere del 1987, in particolare, mostrano questo concetto del Paesaggio come Limite. Sia nel senso del limite estremo della figurazione verso l’astrazione, ma anche per come nel porre una linea di separazione (di orizzonte) tra due differenti masse cromatiche si generi immediatamente l’idea di paesaggio: “Cielo e Mare”; ungarettianamente, più spesso cielo e terra (per fedeltà al suo territorio…) per Ambrogio, magari scisse dalla cresta delle Alpi.

Un po’ quanto avviene, in fondo, anche per la figura, dove stando alla psicologia della Gestalt non possiamo non rivedere un volto (magari non-umano) in qualsivoglia forma chiusa se vi aggiungiamo l’Occhio.

Ecco: nel paesaggio non è nemmeno necessario questo passaggio.

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Così, col 2000, il paesaggio di Ambrogio si fa ready made, tronco d’albero spezzato che diviene paesaggio dolomitico, oppure, in anni più vicini a noi, un bronzo ondulato diviene un Mare illuminato d’immenso.

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Infine, l’opera-simbolo in qualche modo della mostra, riportata in locandina e risalente a questo 2015: il profilo di skyskrapers di una New York, New York dell’immaginario, resa da Ambrogio tramite l’uso coerente di un materiale povero, ma che riesce a farsi archetipo convincente, nei pochi “tratti”, della Città moderna per antonomasia, la impalpabile Metropolis di Fritz Lang e di Clark Kent.

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L’opera è diventata anche convincente quinta teatrale, il 5 giugno, di “Piccoli crimini coniugali”, opera messa in scena nello spazio espositivo. Una conferma, se vogliamo, anche questa della sua efficacia nell’evocare plasticamente l’idea platonica di città moderna, nel farsi credibile scenografia di un dramma moderno.

Insomma, una interessante occasione di approfondimento artistico e culturale, per cui non possiamo, nuovamente, non rendere merito al “Borgo Vecchio” e all’autore, in grado di offrire tramite la sua arte una riflessione preziosa sullo spazio urbano e naturale, riflessione che meriterebbe, indubbiamente, di essere ripresa anche nella “sua” Mondovì.

Le fotografie (autorizzate) sono opera di Margutte