Dalla vetrina, la sociologia vede la gente passare.

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PATRIZIA GHIGLIONE
Stando in vetrina, la sociologia vede la gente passare. Osservandola andare sotto i portici, può capire parecchio; un modo discreto di guardare, un angolo attraverso cui studiare il mondo lasciando l’impressione di essere guardati. Per il passante tu, sociologo, sei un prodotto.
Mi sento un sociologo che si mette in mostra. Non in vendita ma in mostra di sicuro.
Regalo storie, invece; faccio omaggio a questa vetrina della mia storia.
Sono uno dei tanti protagonisti degli anni zero, gli anni in cui si comincia tutto da capo, in cui non si sa cosa significhi essere sicuri. Si costruisce la propria vita intorno alla precarietà, senza progetti a lunga scadenza. Tra alti e bassi. I miei alti, sono cominciati così.
A quindici anni. E quindi, a quindici anni uscivo di casa, a Cuneo dove abitavo, per andare alla riunione del Comitato di Quartiere. Cominciavo a capire come avrei potuto, insieme agli altri, cambiare le cose. E pensavo di avere delle idee su come farlo. Andavo lì nervoso, preoccupato, mi sedevo in mezzo a quel mondo di adulti. Andavo per difendere uno spazio.
Giocavo a calcio, insieme ad un gruppo di amici, in un campetto che era a rischio di cementificazione, in una zona periferica della città che era anche il quartiere dove abitavo. Giocavamo a calcio in un campo semi abbandonato di una semi abbandonata parrocchia di periferia. Noi ragazzini del quartiere, che non facevamo parte di organizzazioni sportive né di club privati, scavalcavamo le reti, per poter giocare in quel campo. Eravamo già degli irregolari.
Il prete, che non era molto presente da quelle parti, se ci trovava, ci cacciava. Noi insistevamo. Perché era un bel campo, si giocava bene lì, ci piaceva. Oltre il campo, c’era un parchetto, piuttosto degradato ma molto popolato: ospitava i primi stranieri che arrivavano in città, gente che organizzava la propria dimora nel parco. Erano homeless, senza casa che di giorno vendevano accendini e di notte dormivano al riparo dei rovi. Ai miei occhi, c’erano povertà, disagio sociale e uno spazio vitale da difendere. Questi erano i temi che portavo sul tavolo degli incontri a cui partecipavo. Il campetto da calcio, come tutti i suoi vivi dintorni, andava difeso dalla costruzione della casa di riposo che li avrebbe aboliti.
Dico subito che il campetto ha poi perso la partita, è diventato il giardino cementato della casa di riposo, mentre il piccolo parco si è trasformato in un bel parcheggio asfaltato riservato ai visitatori dell’istituto. Ma io non mi ero arreso facilmente, vedendomi perduto, mi ero rivolto direttamente all’assessore, mi ricorderò sempre, ai lavori pubblici della città. Portavo documentazione e proposte, che l’assessore non degnò del minimo sguardo né della minima parola.
Insomma, è cominciato tutto intorno ai quindici, sedici anni. Poi ho continuato a farlo.
È stato come se la prima immagine del mondo sulla quale mi sono realmente soffermato, fosse rimasta lì, ferma, nella mia mente. Perfezionandosi solamente, pian piano, sempre un po’ di più.
Il progetto stazione di Mondovì, quello della nostra associazione Mondoqui, per come lo vedo, è proprio questo: uno spazio alle proposte dei giovani ed un’occasione per contrastare l’esclusione sociale. Quando passavo in stazione e vedevo i locali inutilizzati, guardavo questi stranieri al bar, in una sala loro dedicata per fumare e giocare alle slot machine, un ghetto che ha scatenato in me una reazione immediata. Osservare la situazione e pensare che quello poteva diventare il luogo dell’ accoglienza e della condivisione invece che dell’emarginazione, è stato tutt’uno. E così abbiamo cominciato. Poi, l’idea in embrione si è sviluppata, e oggi siamo già a un buon punto. Oggi, per esempio, ospitiamo la break dance insieme ai laboratori di ebraico biblico, le presentazioni di libri, gli incontri di poesia e le lezioni di arabo. Oggi abbiamo cominciato ad esserci, domani chissà.
Sugli alti, insomma, comincio a cavarmela, rimanendo strettamente legato al presente e provando a vivere come quelle piante aeree, che diventano maestose senza dover ricorrere a della poderose e sicure radici terrene.
Le teorie sociali con le loro tabelle a doppia entrata, in cui le situazioni umane vengono scandagliate e incasellate sottoforma di numeri, comunque, lasciano veramente pensare che lo studio sociale si avvicini molto alle scienze esatte. Per questo, da sociologo, mi sento di assicurare la scientificità e l’esattezza, oltreché l’efficacia, nell’azione sociale, di elementi apparentemente sfuggenti, come le convinzioni profonde. Come le passioni.

http://www.mondoqui.it/chi-siamo/chi-siamo-davvero/