Immigrata di periferia

periferia

HELENE PARASKEVA
Da quando sono immigrata in Italia, mia madre, che è rimasta in Grecia, non mi parla di parenti né di amici. Chi nasce, chi muore, chi si sposa, chi si separa, chi vince alla lotteria, chi va sul lastrico, chi muore di fame. Nulla. Silenzio. Ho voluto andare via? E allora sconnessa! Fili tagliati. Via!
Ai pochi che ancora chiedono di me mia madre risponde che non l’ho chiamata ultimamente. Non dice mia figlia sta bene o mia figlia sta male. La mia condizione di salute è che non l’ho chiamata ultimamente. Ho voluto andare via? E allora, tutti mi devono dimenticare.
A Roma, invece, quando i vicini di casa mi incrociano per strada, si toccano spontaneamente i testicoli facendo gli scongiuri: «Mamma mia! La Teladogratis!» Succede così in periferia. Basta farsi la “nomea”. Il cinema mi ha fatto da maestro. Mi ha insegnato tante cose. Prima di tutto la periferia.
Poco tempo dopo la nostra tragedia familiare, cioè la morte di mio padre in un incidente sul lavoro, mia madre aveva trovato impiego in un cinema al centro della città. Lì, lei distribuiva il programma con la trama del film e poi illuminava con la torcia un posto libero nel buio della sala per gli spettatori. Allora si poteva entrare anche a film iniziato. Noi vivevamo di mance.
Ogni pomeriggio, finiti i compiti (ci tenevo a finire prima i compiti) salivo sull’autobus n°32 e andavo a trovarla al cinema centrale e lì rimanevo per tutta la sera, fino alla fine. Il lavoro terminava dopo l’inizio dell’ultimo spettacolo perché dovevamo recuperare anche le mance dei ritardatari. Rincasavamo la sera tardi, verso le undici e mezza, dopo l’attesa alla fermata e il viaggio sull’autobus n°32 che ci riportava a casa nostra, un palazzo popolare in periferia.
La vita poteva sembrare amara ma era condita da favole e racconti proiettati sullo schermo e servita con musiche incantevoli. Come un’insalata dietetica. Ti fa soffrire ma non ti fa ingrassare di felicità. Ogni film veniva lanciato per una settimana e, poteva durare anche fino a quattro settimane, se il successo era grande. Il cinema mi ha fatto da maestro. Mi ha insegnato prima di tutto la periferia.
Il cinema raccontava tante storie d’amore. Nel film “La Regina delle Nevi”, per esempio, una biondissima ragazza russa si innamorava di un bel moretto coraggioso, che attraversava tutta la steppa pur di incontrarla. I due si erano conosciuti nel posto più romantico del mondo, i loro sogni. Ma non si potevano sposare perché quando si avvicinavano, lui diventava blu dal freddo e la Regina delle Nevi cominciava a sparire sciogliendosi nella cocente passione del moretto, come il gelato in agosto.
È successo tutto mentre stavo guardando un vecchio film che ne avevo visto girare una scena nel mio quartiere periferico. Protagonista era l’attrice-gloria nazionale quando ancora era molto giovane. La voce che si stava girando un film con lei si era sparsa nel quartiere e in poco tempo, intorno al set, si raccoglieva la folla. Tecnici e assistenti ci spingevano in un angolo e se qualcuno di noi parlava o si muoveva, lo mortificavano fino a costringerlo ad andare via.
Il personaggio era una ragazza povera ma carina che camminava zoppicando lungo una strada sterrata. Era vestita bene, almeno lei così credeva ma il tacco era rotto e il vestito strappato. Tornava a casa singhiozzando perché era il suo primo giorno di lavoro da commessa ed era già disoccupata. Il datore aveva preteso prestazioni sessuali dopo la chiusura del negozio che lei, povera ma onesta, non era disposta a offrire. Mito classico di periferia.
All’improvviso, si accostava a lei una decappottabile scintillante con un belloccio dentro che la invitava a salirci. «Azione! Ciak! Si gira!».
«Cosa le è successo, Mademoiselle? Le posso essere d’aiuto?».
«Il tacco! È rotto».
« Salga in macchina! Dove abita? La posso accompagnare?».
Il belloccio aveva una faccia pulita e la ragazza saliva fiduciosa sulla decappottabile. Ma no, la scena non era andata bene. L’attrice scendeva dalla macchina, si faceva spruzzare un po’ d’acqua su viso e decolleté e poi, ancora: «Azione! Ciak! Si gira!». E lei riprendeva a zoppicare singhiozzando col tacco rotto e il vestito strappato, lungo la strada sterrata, ecc. ecc.
Mi sono accorta di appartenere alla periferia quando quel film lo vidi al cinema. La ragazza abitava alla fine del mondo, in una saccoccia suburbana fatta di due palazzi di edilizia popolare. Quel luogo sterminato e senza speranze era la nostra fermata dell’autobus n°32.
Ho avuto la stessa sensazione quando ho visto alcune foto tratte dal film “Europa 51” di Rossellini, dove Ingrid Bergman tiene per mano i due figli e scende per una via sterrata nella periferia romana. È la via Pietro Bembo, al capolinea del 46, nel quartiere di Primavalle a Roma, a pochi passi da casa mia.
Sono un’immigrata. Ma di periferia. Che vuol dire che la periferia è la mia vera patria.

(Illustrazione di Franco Blandino)
Le poesie di Helene Paraskeva sono pubblicate qui