Scienza delle soluzioni immaginarie in cucina

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SILVIA PIO (a cura)

Era l’8 settembre di un anno che non so, quando Amantiglio lesse un annuncio su un giornalino trovato in metropolitana in cui la P.P. & P.P. richiedeva un sostituto aiutante tuttofare a tempo determinato.

Era appena stata licenziata dalla più importante agenzia pubblicitaria della città, in cui aveva lavorato per tre anni con un contratto a progetto part‐time di dieci ore al giorno, senza ferie e malattia pagate. Gli straordinari domenicali che si erano susseguiti settimana dopo settimana le venivano riconosciuti in gloria, vista la possibilità di portare il caffè sui set di posa ai personaggi famosi protagonisti di videoclip o promozionali. I suoi capi la imploravano ogni volta di essere presente, solleciti in ringraziamenti e abbracci, ma non sganciando un euro in più nemmeno a morire.

Assunta con la prospettiva di una mansione semplice e gratificante, in quel periodo fece di tutto fuorché ciò che le competeva.

I suoi superiori capirono al volo che la ragazza era volenterosa e nel giro di poco tempo le affibbiarono ogni tipo di lavoro seccante, sempre con l’aria del colonnello che affida un compito difficile e pericoloso al suo più fidato tenente.

Alta, magrissima e pallida, si era fatta carico di quei pesi in silenzio, realizzando poco alla volta di essere penosamente sfruttata, giusto in tempo per sentirsi dire che dovevano licenziarla perché il progetto per cui era assunta non era stato rinnovato.

Le agenzie pubblicitarie campano sulle parole e il Grande Spirito dello Slogan aleggia su tutte le persone che lavorano in quell’ambito, il cui microclima è composto da nevrosi e ansia, con ossigeno presente in tracce.

I responsabili si profusero in discorsi pieni di calore, promettendo che l’avrebbero aiutata nella ricerca di una nuova occupazione, scomodando anche di notte i propri contatti. Mezz’ora dopo averla salutata, nessuno si ricordava nemmeno come si chiamasse, ognuno perso nel suo ginepraio di account, copy e rework.

Da “Ricettario Patafisico” di Laura Bonelli, Graphofeel Edizioni

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Una storia surreale, o meglio patafisica, quella di Amantiglio, una ragazza di città che, frastornata da un licenziamento, risponde ad un annuncio e si ritrova a lavorare in uno sperduto paesino di montagna dove troverà il mare, la passione a cui deve il suo nome. Da account pubblicitario a tuttofare in pasticceria il salto è grande, ma tra le pagine di questo libro il percorso diventa un vortice colorato di incontri e ricordi, in un laboratorio in cui gli ingredienti si amalgamano per “clinamen” e ogni mattina si sfornano cose diverse dal giorno precedente.

«Il clinamen è il principio delle infinite possibilità e della nascita di tutte le forme immaginabili e non immaginabili, ed è ciò per cui non esiste l’impossibile. Prova a pensare agli atomi come una piog­gia leggera che cade nel vuoto, una caduta silenziosa in linea retta, non disturbata né dal tempo né dallo spazio e ora ipotizza un’im­percettibile deviazione a questo movimento eterno e sempre ugua­le a se stesso, una fluttuazione vibratoria che obbliga a un cambio di traiettoria. Ciò che mai si incontrava, all’improvviso si imbatte in altri atomi. Da questa inclinazione, il clinamen appunto, origina­no i corpi e tutte le infinite eccezioni.»

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Da un impasto informe e insipido prenderà vita una nuova Amantiglio, consapevole e coraggiosa, grazie all’incontro con quattro bizzarri personaggi che la introdurranno alla “scienza delle soluzioni immaginarie” la patafisica, teorizzata dallo scrittore e drammaturgo francese Alfred Jarry nel 1911, pensiero filosofico da cui ebbe origine il surrealismo.

Scritto in modo ironico, il libro trova un trait d’union tra narrativa, filosofia e cucina.

Nell’Introduzione Mario Pacelli scrive: «L’avevano intuito i futuristi, che con sottile ironia proponevano un pollo alla cacciatora striato di succo di ribes e guarnito con mi­nuscole sfere argentate – solitamente usate in pasticceria – a ricor­dare la tragica fine del volatile.

I moderni cuochi o aspiranti tali inseguono quel modello: cibi nuovi, destinati a far leva sulla curiosità del consumatore piuttosto che sul suo discutibile gusto.

Laura Bonelli si muove in una prospettiva diversa: il recupero delle essenze, degli aromi, delle caratteristiche specifiche degli in­gredienti variamente combinati tra loro. Anche qui si fa leva sulla curiosità per il nuovo, ma in modo genuino: nessuna stranezza, ri­nuncia all’effetto a favore del contenuto. Il pensiero va alla frugali­tà medievale, alla lealtà dei cucchiai in legno.

Le ricette di Laura sono conseguenti a una visione del mondo e delle cose che pervade tutto il racconto che le precede; un’eco di surrealismo snodata tra i fornelli. Dopo la lettura viene da doman­darsi se valga veramente la pena di vivere immersi nella realtà con­venzionale piuttosto che in una dimensione onirica. Al lettore la risposta, prima ancora che possa sperimentare personalmente le ri­cette: forse potrà apprezzarle maggiormente.»

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Laura Bonelli, milanese trapiantata a Fidenza, è diplomata alla Scuola di Cinema di Milano. È l’addetta stampa del Parma International Music Film Festival, cura la rubrica letteraria del mensile siciliano L’Araldo e del magazine La Nouvelle Vague. Fitopreparatrice e apicoltrice è appassionata di cucina naturale, dimensione in cui trova che le soluzioni immaginarie divengano realtà.

Questo è il suo terzo lavoro dopo Piccole Storie dei sette giorni (2014) e Fornelli Metafisici (2015) entrambi editi da Graphofeel