Spiritual Guards a Firenze

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ELISABETTA MERCURI

La capacità di far dialogare i linguaggi artistici del passato con quelli moderni. Firenze, da sempre considerata capitale dell’arte, ha ospitato l’esposizione Spiritual Guards dell’artista belga Jan Fabre, in tre luoghi simbolo della città e della sua storia: Piazza della Signoria, l’Arengario di Palazzo Vecchio, i Giardini del Forte Belvedere.
Dopo Pennone, Goormley e Jeff Koons, con questa mostra di respiro internazionale, la città toscana ha confermato la sua capacità di aprirsi al nuovo, al tempo presente. Dimostrando una vivacità culturale che impreziosisce il valore dei suoi tesori storici e artistici.
Per il flusso incessante di turisti, uno scenario sorprendente, un’intensa esperienza emotiva: tra le opere del Rinascimento fiorentino, le “visioni immaginarie” di un artista contemporaneo.
E proprio di visioni si può parlare, considerando le dimensioni e la potenza simbolica delle opere di Jan Fabre che unisce alle sue doti di artista quelle di coreografo, regista teatrale e scenografo.
Realizzati dal ’78 ad oggi, sono circa un centinaio i lavori, tra installazioni e sculture in bronzo e cera, proposti nel progetto innovativo In Florence diretto da Sergio Risaliti.
In Piazza della Signoria, due le sculture bronzee, opere inedite dell’artista fiammingo, i cui titoli non possono che stimolare l’immaginazione: accanto alla statua equestre di Cosimo I (capolavoro del Giambologna), di fronte alla Fontana del Nettuno, una gigantesca tartaruga marina (8 metri x 5, altezza 3 metri), in bronzo dorato, Searching for utopia; e sull’Arengario di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello, un uomo in cima ad una scala con le braccia alzate e un metro tra le mani, The man who measures the clouds.

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A cavalcare la monumentale testuggine, un cavaliere con le sembianze di Fabre, il suo autoritratto anche nell’altra scultura L’uomo che misura le nuvole. Autoritratti con i quali l’artista si è proposto nella “doppia veste di guardiano e cavaliere”, come “tramite tra terra e cielo”.
Il percorso museale ha trovato continuità all’interno di Palazzo Vecchio: altre sette opere sono state collocate nel Quartiere di Eleonora, nella Sale dell’Udienza, nella Sala dei Gigli. Tra  queste, un grande mappamondo (2,50 metri di diametro e ispirato all’opera cinquecentesca di Ignazio Danti conservata nella sala delle Mappe Geografiche), rivestito interamente di scarabei.

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Per la terza tappa dell’esposizione, curata da Melania Roy e Joanna De Vos, è stato scelto un altro luogo simbolico, il Forte Belvedere, un tempo fortificazione per difendere Firenze dalle minacce esterne, e Ia famiglia dei Medici dalle rivolte cittadine. Un luogo che invita a riflettere “sull’allegoria della vita e sull’ambizione dei potenti”.

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Sette scarabei bronzei, guardiani-custodi, schierati nei punti di vedetta, ed una serie di autoritratti dell’artista, a figura intera, agli angoli dei Bastioni. Opere colossali il cui fascino spinge ad interrogarsi sul rapporto tra la dimensione terrena e quella spirituale. Altri lavori in bronzo e cera sono stati esposti anche all’interno della palazzina.

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Jan Fabre coltiva il suo talento artistico esprimendosi nei più svariati linguaggi, utilizzando i più diversi materiali, dando vita ad un mondo dove l’umano e l’animale si confrontano incessantemente. Appassionato da sempre di insetti e di altre creature, in questo evento espositivo ha scelto gli scarabei (emblemi, nella tradizione fiamminga, di metamorfosi) dalla corazza cangiante per rappresentare il potere e la sua vulnerabilità. Con quell’immaginario volto sempre a celebrare la bellezza e la spiritualità.
L’evento-mostra, appena concluso, ha suscitato alcune polemiche riguardo all’invadenza del contemporaneo in luoghi ancorati all’arte classica. Ma il sindaco Dario Nardella ne ha difeso il valore e lo scopo definendo Firenze come “una città senza tempo, mai banale e mai scontata, dove l’arte continua a interrogare e coinvolgere”.

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