Il fischio finale

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DAVIDE RUBINI.

Calcio d’inizio.

L’ex consigliere provinciale Ugo Carminati scelse la cravatta con molta cura. Scartò quelle più vistose e quelle Regimental, che pure erano le sue preferite, e optò per un blu notte. Meglio andare sul sicuro con questo Sgrilli. Prima di uscire dal suo modesto appartamento, passò in bagno per ordinarsi i capelli e si assicurò che l’alito fosse fresco. Per sicurezza s’infilò nella tasca interna della giacca una scatoletta di mentine e non si dimenticò di prendere con sé un fazzoletto di stoffa pulito. Mancava più di un’ora all’appuntamento, ma spostarsi con i mezzi pubblici era sempre un’avventura.
Carminati non aveva la patente perché odiava i quiz a risposta multipla. Soffocano il ragionamento era solito giustificarsi. Per fortuna l’estate era alle porte e uscire al calar del sole era ormai piacevole.
Smise d’indugiare, afferrò il soprabito crema e con quello addosso si diresse verso la fermata dell’autobus. Chi lo avrebbe mai detto che, a soli due anni dalla più grande catastrofe politica dalla fine del fascismo, le cose si sarebbero sistemate in questo modo? si chiese una volta in strada.
Per parecchio tempo il meglio era stato rimanere in silenzio e volare basso, nella speranza che la grande mannaia si fermasse abbastanza in alto da mancare le teste dei pesci piccoli. In genere la capacità di sopravvivere di un politico è direttamente proporzionale all’attenzione suscitata nei giornalisti, senza differenza tra il livello nazionale e quello locale, ma in quei mesi la situazione si era ribaltata.
Ugo Carminati paragonava la sua tecnica ai movimenti di un sommergibile. Era importante rimanere sotto il livello del mare, al sicuro da ogni possibile avvistamento e, solo di tanto in tanto, risalire per mettere fuori il periscopio e studiare come si muovevano gli altri sopravvissuti e i loro cacciatori. Il rischio di essere silurati era sempre elevato, ma conviveva con la speranza di avvistare terra all’orizzonte. Molti colleghi non ce l’avevano fatta e, tra loro, alcuni avevano cercato un impiego in un carrozzone pubblico prima che fosse troppo tardi. Altri se n’erano andati in Svizzera e, anche ai suoi livelli, qualcuno non aveva retto e si era appeso al legno traverso della cantina. Carminati aveva scelto di mettersi in soffitta in attesa che il peggio fosse passato.
All’inizio di quell’anno, il 1994, il terremoto. E, dopo il terremoto, la valanga di voti che aveva ricoperto il candidato che nessuno si aspettava, l’uomo del destino, il signore delle stelle che avrebbe reso possibili i sogni congelati di chi, come Carminati, aveva saputo attendere con lungimiranza l’ultima palingenesi del grande partito nazionale della conservazione. Per i commentatori era cominciata la più grande sfida politologica della storia repubblicana: spiegare senza mai davvero riuscirci il successivo ventennio di storia nazionale.
La svolta nella vita di Ugo era arrivata con una telefonata e con un invito a cena al ristorante Gli Archi.

A pochi chilometri di distanza, mentre l’ex consigliere si annodava la cravatta, dalla stanzetta di un bagno turco usciva un uomo con un grosso naso e un fisico atletico. Aveva un piccolo asciugamano stretto sui fianchi e con il vapore che ancora montava alle sue spalle fece cenno alla massaggiatrice che era pronto. Come al solito, dopo la doccia si sarebbe fatto trovare sul lettino per un massaggio californiano. Quelle dita che scorrevano sul suo corpo lo aiutavano a rilassarsi prima di una riunione o di una cena di lavoro. La sua assistente gli aveva parlato di quella tecnica New Age presentandogliela come un toccasana della medicina alternativa e a Beniamino Sgrilli, detto Benny, piaceva provare cose nuove, specialmente se a pagarle erano le tasche di qualcun altro.
– Signorina, il californiano per cortesia – ripeté una volta disteso. Terminato il massaggio la ragazza dovette dargli uno scossone. Sgrilli si svegliò di soprassalto e, prima di tirarsi su, si passò il braccio sulla bocca per raccogliere la saliva che gli era colata durante il sonno.
– Il brutto di ’sto californiano è che non riesco mai a godermelo veramente, signorina. Lei mi fa addormentare ogni volta. Magari la prossima facciamo che ogni tanto mi tira un pizzico – scherzò Sgrilli, abbandonando il lettino e dando un’occhiata all’orologio appeso al muro.
Cominciava a essere in ritardo, ma la cosa non lo turbava. Prima di rivestirsi aveva previsto di farsi anche una sessione di solarium.
Beniamino Sgrilli veniva dal mondo delle assicurazioni. Per una decina d’anni aveva piazzato polizze a famiglie in ristrettezze economiche e anziani che campavano con magre pensioni. Poi, verso la metà degli anni Ottanta, era arrivata l’occasione d’infilarsi nel settore delle auto e delle barche di lusso e così le sue entrate erano schizzate alle stelle. Si trovava particolarmente a suo agio tra le persone benestanti. Sapeva come intrattenerle e come lusingarle. Queste sue qualità lo avevano aiutato a diventare presto capo area regionale, il che a sua volta aveva portato a un nuovo incremento delle entrate, perché da quel momento aveva iniziato a ricevere anche una percentuale sui ricavi dei suoi sottoposti. In poco tempo era riuscito a guadagnare abbastanza da comprarsi una villetta a schiera senza dover accendere un mutuo e davanti a quella aveva preso a parcheggiare un’auto sportiva diversa ogni due o tre anni.
Con il passaggio di livello, insieme allo stipendio, era cresciuta anche la mazzetta di biglietti da visita che Sgrilli custodiva nei cassetti della sua scrivania. Beniamino aveva imparato fin dai primi giorni della sua gavetta a trattare tutti i clienti in maniera impeccabile, gabbandoli il giusto, ma senza farli sentire stupidi o senza lasciar loro intendere di essersi appena presi una fregatura. Lo faceva un po’ per istinto naturale e un po’ per tattica di consolidamento e raramente un cliente si dimenticava di lui.
Parte del successo professionale erano state le gloriose convention aziendali. I grandi raduni dei piazzisti come lui erano l’occasione di mostrarsi alla schiera dei colleghi invidiosi, i cui fatturati erano nani di fianco al suo. Era stato in un residence a Gerba che Beniamino Sgrilli si era guadagnato il soprannome di Benny. Glielo aveva appioppato il presentatore di una televisione locale, ingaggiato dall’azienda per l’occasione, chiamandolo sul palco. Sgrilli sulle prime aveva esitato, quasi contrariato da quel nomignolo che sembrava arrivare dai cortili di periferia dove rincorreva il pallone da ragazzino. Poi, dalla platea, era partito un battere di mani cadenzato e a ogni clap si era affiancata una sillaba di quel soprannome Ben-ny Ben-ny Ben-ny. Beniamino Sgrilli aveva capito che non era saggio opporsi alla volontà popolare.
Tutto quello però era ormai passato remoto, un passato che Sgrilli non nascondeva, ma nemmeno raccontava in giro da quando era cominciata l’avventura che lo aveva catapultato alla guida della segreteria provinciale del nuovo partito al governo del paese. Finita la sessione di solarium Benny, abbronzato e rigenerato, decise che era venuto il momento di andare all’appuntamento.

Il ristorante Gli Archi era una pizzeria piuttosto anonima, di quelle che restano vuote durante la settimana riempiendosi di adolescenti nei weekend. Sgrilli l’aveva scelta come luogo d’incontro con Carminati per evitare che questi si montasse la testa. Con i politici di carriera c’era il rischio costante che si convincessero di essere loro a farti un piacere mettendosi a disposizione e non il contrario. Era un bene che in questo affare le cose fossero chiare fin dal principio. In più il proprietario era uno da tenere buono in vista delle amministrative, visto che i giovani della zona lo consideravano una sorta di zio generoso cui raccontare bravate.
Carminati dal canto suo non aveva aspettative precise, ma sapeva bene che la telefonata di un segretario provinciale era in sé una buona notizia, il primo passo verso la riemersione definitiva del sommergibile. Non avrebbe dovuto fare altro che ascoltare e annuire e al massimo cospargere il capo del suo interlocutore di apprezzamenti. Di Sgrilli non conosceva molto, ma intuiva che doveva essere uno di quei soggetti che guardano alla politica come a un incidente necessario. Di conseguenza niente discorsi su ideali e grandi progetti, solo strategia e voti, solo spirito di servizio e niente personalismi e, nel migliore dei casi, si sarebbe portato a casa un buon piazzamento in lista.
Per la cena Sgrilli aveva prenotato un tavolo in fondo al grande salone. Carminati lo aspettava lì, con le spalle al muro, torturandosi il nodo della cravatta. Per non lasciarsi sorprendere senza nulla da fare si era portato una piccola agenda e su quella fingeva di scarabocchiare appunti. Tra il suo anticipo e il ritardo dell’altro erano ormai venti minuti abbondanti che aspettava e, mentre la pazienza diminuiva, la fame aumentava. Carminati decise che c’era un modo migliore per usare il tempo. Visto che i tavoli occupati non erano più di tre o quattro si alzò e, senza esitare, andò a piazzarsi di fronte al bancone cercando di attirare l’attenzione del titolare. Ordinò un bicchiere di rosso della casa e attaccò bottone. Se Sgrilli fosse davvero venuto a proporgli di rimettersi in gioco era bene cominciare a scaldare i motori. Una campagna elettorale non inizia mai troppo presto.
– Come vanno le cose da queste parti? – chiese al ristoratore.
La prima domanda doveva essere neutra, di avvicinamento. Era il potenziale elettore a dover decidere il tono e il contenuto della conversazione. Carminati amava considerarsi un seguace di Sun Tzu. De L’arte della guerra aveva in casa tre copie, una sul comodino accanto al letto, una nel bagno accanto alla tazza e una in cucina accanto al paniere. La massima secondo la quale nessuna guerra aveva mai avvantaggiato alcun paese ben si applicava alla politica e, forse, a quella locale ancor più che a quella nazionale. Ogni conflitto, soprattutto se con un potenziale elettore, andava evitato fino all’ultimo e combattuto solo se strettamente necessario. Per evitarlo, o nel caso vincerlo, era importante prima di tutto fare piani, calcoli e stime e sulla base di quelli ponderare la sfida.
Al secondo identico interrogativo il titolare si guardò intorno per contare i clienti. Si slacciò il grembiule che teneva legato alla vita, lo appallottolò e lo lasciò cadere sul bancone.
– È ora di cambiare – disse sospirando e guadagnandosi l’assenso di Carminati – qui continuano ad ammazzarci di tasse e quelli come me, gli imprenditori voglio dire, sono costretti a fare due cose: o alzare i prezzi o fare un po’ di nero. Io per ora ho alzato i prezzi, perché sono onesto, ma così non si può andare avanti. Fino a qualche anno fa questa sala era piena dal martedì alla domenica. Guardi ora.
Carminati annuì, mentre si diceva che a sua memoria la pizzeria Gli Archi in settimana non era mai stata più affollata di quella sera. Dettaglio irrilevante. Erano le percezioni la realtà della politica. Gli sembrò che il terreno fosse fertile e azzardò una mossa più ardita.
– Forza, le cose possono cambiare. Stanno già cambiando. Ancora una volta non si trattava di dire la propria, ma di accompagnare la controparte verso un’opinione più definita. Il ristoratore abbassò la guardia e confessò.
– A me la politica non interessa ma io l’ho votato, perché almeno lui politica non ne ha mai fatta e le tasse le vuole levare.
Ugo Carminati, che di abboccamenti di questo tipo aveva una lunga esperienza, non aspettava altro. Ora sapeva come continuare la conversazione. Si avvicinò al bancone, prese il ristoratore per un braccio e lo tirò a sé come se stesse facendo una confidenza.
– Sa cosa le dico? Che ha fatto bene, ha fatto proprio bene. Le cose devono cambiare. E cambieranno – e con quella invitò il titolare della pizzeria a riempirsi un bicchiere e a brindare con lui.
Sgrilli aveva seguito l’ultima parte di quella scenetta da dietro la tenda che copriva l’ingresso del locale. Se fossero stati altri tempi avrebbe chiesto a quel Carminati di entrare a far parte della sua squadra di assicuratori. Dissimulando soddisfazione, si avvicinò mentre i due sollevavano i calici a un futuro migliore. S’introdusse con un leggero colpo di tosse e poi chiese di potersi unire, qualsiasi fosse la ragione che faceva tintinnare i vetri.
– Unirsi alla compagnia di due amici che brindano porta fortuna – dichiarò godendosi la sorpresa che si disegnava sul volto di entrambi.
Il titolare della pizzeria sobbalzò. Ricordava vagamente chi fosse Carminati, ma conosceva il volto di Beniamino Sgrilli per averlo visto di recente in qualche passaggio nei telegiornali locali. Si preoccupò immediatamente di trovare un bicchiere per quel cliente importante e senza farlo aspettare versò dell’altro rosso.
– Questa sera siete miei ospiti e che nessuno si permetta di tirar fuori il portafoglio – aggiunse dopo il nuovo brindisi.
Era sicuro che i due avessero da discutere di affari importanti e non voleva rubare loro altro tempo. Il tavolo era pronto e il cameriere sarebbe arrivato subito per prendere gli ordini.
– E bravo Carminati – disse il segretario, invitando l’altro a precederlo – si è già guadagnato la prima cena gratis. Mi avevano detto che bisognava fare attenzione alla sua zampata.
Visti uno accanto all’altro sembravano provenire da due mondi diversi e lontanissimi. Uno era abbronzato, asciutto, vestiva un abito blu con taglio stretto in vita e una camicia bianca senza cravatta, si muoveva con passo svelto e profumava di pulito. L’altro era imbolsito, quasi ripiegato su se stesso, e indossava una giacca scura con i gomiti consumati. Eppure, quando Sgrilli diede a Carminati una pacca sulle spalle per sottolineare il complimento, sentì sotto le sue dita una muscolatura contorta, dura come una corazza. Si sarebbe preso del tempo per studiare quel soggetto. La cosa fondamentale ora era capire quanto fosse disperato, perché da quello sarebbe dipesa la sua affidabilità.
Una volta al tavolo Sgrilli fu di nuovo colto di sorpresa. All’inizio della sua carriera di assicuratore aveva partecipato a un corso di formazione di una settimana. Per lo più quello che i docenti propinavano gli erano sembrate scemenze, roba buona per studenti o per poveri sfigati, ma una frase gli era rimasta impressa: chi domanda comanda. Su quella aveva costruito il resto, ancorandovi tutta la sua esperienza commerciale. Carminati sembrava controllare quel meccanismo alla perfezione. Fu lui a guidare la conversazione durante la prima parte della cena, spostandola da un argomento conviviale all’altro, costringendo Sgrilli a raccontare del suo interesse per le barche a vela, a rivelare la sua nuova ossessione per l’alimentazione corretta, a confessare addirittura di aver ceduto alla moda e alle gioie del massaggio californiano.
Quell’uomo era una miniera di sorprese ma, stando alle informazioni che aveva raccolto su di lui, anche un uomo senza alcuna prospettiva professionale seria. Dopo il secondo Sgrilli decise di sferrare l’attacco ma, prima di partire con la spiegazione del motivo di quella cena, disse di dover andare un attimo in bagno. Una volta fuori dal campo visivo di Carminati chiese al titolare della pizzeria se poteva fare una telefonata.
Cinque minuti più tardi era di nuovo al tavolo.
– Sono venuto direttamente dall’ufficio, neanche il tempo di far la pipì – si giustificò senza trovare nel linguaggio corporeo dell’altro alcuna obiezione.
Poi partì in quinta. – Carminati, come può immaginare non l’ho invitata per raccontarle dei miei passatempi.
Spiegò che il partito che aveva la fortuna di rappresentare era impegnato a costruire una base robusta. Certo, la retorica dei volti nuovi non era solo chiacchiere vuote, ma accanto alle novità era necessario accostare l’esperienza sul campo, la solidità, la conoscenza della macchina amministrativa e mille altre qualità che, era sottinteso, Carminati possedeva. C’era bisogno di persone in grado di fare, e non fare nel senso generico, ma piuttosto nel senso di fare quello che bisognava fare.
Carminati ascoltò con attenzione, seguendo il discorso come fosse il volo di una mosca in un’afosa serata d’estate, con l’intenzione di imparare più che di uccidere. Poi, per accelerare e arrivare al punto, si schernì dicendo di aver perso un po’ la mano, di essere contento per gli apprezzamenti, ma anche di essere fuori allenamento.
Sgrilli fiutò il tentativo di quell’anguilla di guadagnare una via di fuga che lo mettesse nella posizione di negoziare meglio. Prima che fosse troppo tardi sputò il rospo.
- Carminati, la Segreteria provinciale la vuole come candidato sindaco alle prossime amministrative. Accetta?
L’altro si prese una pausa. Poi disse sì deglutendo e senza emettere suoni. Quando si accorse che il noto uomo d’affari Umberto Alinari compariva all’ingresso della pizzeria, Carminati capì che tutto quello che gli restava a quel punto era, come aveva detto Sgrilli, fare quello che bisognava fare.
Il peggio era davvero passato e addosso non gli aveva lasciato nemmeno un graffio. Le cose potevano cambiare. Dovevano cambiare. Perché tutto potesse ricominciare.

Davide Rubini

Davide Rubini

Calcio d’inizio è il primo capitolo del romanzo di Davide Rubini Il fischio finale (www.ilfischiofinale.org), uscito a fine 2015 presso le Edizioni Gilgamesh. Ambientato tra la primavera del 1994 e l’estate del 1995, il romanzo intreccia le vicende di 11 personaggi (tanti quanti i giocatori di una squadra di calcio!). Il protagonista è Brando Adelmi, capitano del Rivaermosa, squadra appena promossa in C2, cui viene offerta la possibilità̀ di candidarsi come consigliere in un Comune di medie dimensioni del Nord Italia. Chi lo sceglie è Ugo Carminati, candidato sindaco, un uomo politico sfuggito a recenti scandali, che vede nel fuoriclasse un bacino di voti assicurati. In gioco ci sono la sopravvivenza della società̀ calcistica nella quale Brando ha militato per anni e la realizzazione del progetto “Città felice”.

Per la prima volta dal debutto Rubini porta i suoi personaggi al di fuori della loro sfera privata e li fa partecipare ad una vicenda collettiva che si sviluppa in un momento molto delicato della storia italiana. Per farlo sceglie i contesti del calcio dilettantistico e della politica locale.

Il fischio finale è una fotografia ironica e volutamente macchiettistica dell’Italia a due anni da Tangentopoli e insieme il racconto disincantato dei peccati sempreverdi di un popolo fatto di uomini e donne incapaci di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. È la storia di undici personaggi, tutti a loro modo convinti di vincere e tutti inesorabilmente destinati a convivere con la mediocrità delle proprie ambizioni e la forza paralizzante delle proprie insicurezze e delle proprie paure.
Con questo romanzo Rubini cerca di riportare il lettore indietro nel tempo per consentirgli di vedere quanto poco sia cambiata l’Italia negli ultimi venti anni. Il senso è quello di suggerire delle domande. Si è fermato il tempo o si sono fermati gli italiani? Corruzione e malaffare sono un tratto distintivo delle genti italiche oppure il risultato di un processo storico? E infine, è possibile immaginare un’Italia diversa, pulita, leggera? E cosa deve succedere perché un genuino percorso di rinnovamento possa davvero cominciare?

Il romanzo ha ottenuto i seguenti riconoscimenti: Premio Narratori della Sera (primo classificato), Premio Torresano (primo classificato), Premio Nabokov (secondo classificato), Premio Prévert (menzionato), Premio Ioscrittore.it (finalista).

Davide Rubini, nato a Torino nel 1979, vive a Londra dove lavora come esperto di regolazione europea del mercato del gas naturale. È il papà di Kaia. In passato ha pubblicato: con Alessandro Fusacchia, presso l’editore Biliki, due romanzi: Niente di personale e Avvistamento di pesci rossi in Danimarca; presso  B&V Editori i romanzi Un dio di polvere, Dicono le cicogne e i racconti Parentesi. È tra i fondatori di RENA: www.progetto-rena.it

(a cura di Gabriella Mongardi)