Volare nell’acqua

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SILVIA PIO

Nata in riva mare, nel tugurio di pescatori dove vivevano i genitori e un buon numero di fratelli e sorelle, vicino al mare era rimasta.
Di giorno andava sulla spiaggia, si sedeva con i piedi immersi nell’acqua; passava la sabbia tra le dita e sceglieva sassi levigati e conchiglie non ancora completamente macinate dagli elementi. Quelle che avevano un foro le annodava in lunghe collane e ne faceva orecchini con gli ami da pesca. I capelli erano sbiancati dall’aria salmastra e la pelle scurita dal sole.
Di notte usciva per immergersi nell’acqua fosca. Nuotava al largo fintanto che le luci delle case diventavano puntini tremolanti come stelle cadute sulla riva. Si lasciava andare sott’acqua per ascoltare i ronzii e i sussurri del mare e, nelle notti di luna, per intravedere lo scintillio dei pesci che la sfioravano quasi a baciarla. Tornava all’alba prima che i pescatori arrivassero, salutava la lucentezza dell’acqua e si infilava in casa dove nessuno sembrava mai accorgersi della sua assenza. Qui si procurava di sedere sempre in una posizione dalla quale potesse vedere la distesa d’acqua, che cambiava colore secondo tempo e stagioni.
In casa c’era un gran viavai, di uomini e ragazzi che si recavano alle barche o ne tornavano, di donne e ragazze che preparavano i pesci per andarli a vendere o li pulivano per cucinarli. Lei non era necessaria, forse era invisibile. Tanto che quando il padre la chiamò in cucina non pensò che volesse rivolgersi proprio a lei e continuò a trastullarsi con i sassolini, gli occhi puntati verso il mare. Il padre alzò la voce, come di solito non faceva, e lei si distolse dal suo gioco.

-Devi trovarti un marito. -
Due volte il padre ripete la richiesta, e ancora lei non afferra.
-Siamo in troppi a casa, non c’è lavoro per tutti e comunque tu non sembri fare mai nulla. Imparerai ad essere utile con una famiglia tua. Ho pensato a quello straniero che ha affittato la stamberga nella posizione più lontana dal mare. -
Lo “straniero” viene da un villaggio non lontano ma per via della corporatura gigantesca e dei capelli rossi lo considerano con il sospetto e la soggezione che si riservano a chi è diverso. Tutti nel villaggio sono bassi e secchi, con i capelli sbiaditi. Lei è minuta come una bambina.
Il gigante ha necessità di qualcuno che gli tenga la casa e vada al mercato.
Lei non ha mai avuto bisogno di dire di no né ha mai imparato a farlo. Si sposano.

Dalla casa del marito il mare si vede soltanto salendo sul tetto. Lei si arrampica uscendo dall’abbaino e si accavalla sul colmo. Così passa le giornate. Quando lo vede arrivare, scende e lo aspetta sulla soglia; lui la saluta sempre più cupo e si guarda intorno come si aspettasse qualcosa, la cena pronta forse, la casa pulita.
La notte non osa uscire e le ore non passano mai, non resta che accogliere gli abbracci del marito. Sa che ci sono delle conseguenze e nascono dei figli; dopo il terzo decide che ne ha abbastanza e sale sul tetto anche di notte.
Nel silenzio umano ascolta la voce del mare, ricorda l’acqua sulla pelle, tra i capelli, nelle orecchie. Le carezze dei pesci. A volte il desiderio dell’acqua è quasi doloroso e richiama il suo rumore facendo cadere sassolini nella grondaia con suono di sorgente sotterranea. Canta quasi senza emettere suono, e balla tra le tegole pensando di nuotare.

Nella casa sotto di lei vivono suo marito e i figli e la figlia, si muovono, a volte parlano. Da lassù li sente, e la casa vibra al loro esistere. Lei non è necessaria, forse è invisibile. Li segue con gli occhi quando si allontanano, vorrebbe fare un cenno di saluto, ma viene distratta dal mare, che si muove più forte di ogni cosa, che parla a dispetto della distanza. La chiama, la chiama e lei non sa raggiungerlo.
Per un periodo suo marito dorme a casa di una donna, che vive sola. Beata lei. Campa di cucito e ricamo, non ha bisogno di un marito, ma forse di un uomo sì.
La figlia cresce, è bella e florida.
Per un periodo va a vivere da quella donna, che forse ha bisogno anche di un figlio. E la ragazza ha bisogno di una madre. Sembrano una famiglia.
A lei non dispiacciono questi accordi, che la fanno sentire libera di passare più tempo nel suo universo marino. E la sua famiglia sono i pesci, la sua casa è l’acqua.

Ricorda di come nuotava, che sembrava volare. Riporta alla mente i giorni sulla spiaggia a giocare con sabbia e conchiglie, le notti nell’oscuro del mare a cullarsi.
Si avvicina al bordo del tetto, fa scivolare le dita nude dei piedi fuori dall’ultima tegola, chiude gli occhi e si tuffa nell’aria come faceva nel mare.
E l’aria la trasporta nel suo elemento.

(Illustrazione di Franco Blandino)

Terra gelata