Re Boito: il maestro oscuro dell’Ottocento italiano.

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LORENZO BARBERIS

Avviso: critica letteraria con una punta d’ironia esoterica. Sull’aria del Pendolo di Foucault, direbbero alcuni. Non prendete per buoni tutti i paralleli, tutte le ipotesi, tutte le suggestioni. I dati dell’opera di Boito, in sé, sono assolutamente veri.

Leggendo online un interessante servizio sulla gentrificazione dei meme (ovvero, la nascita di una satira relativamente “colta” che usa la memetica, per semplificare) ho scoperto anche che questa nuova corrente si ispira anche, alla lontana, ad Arrigo Boito e alla scapigliatura italiana, che andrebbe in effetti recuperata a partire dal suo caposcuola.

Boito probabilmente non è proprio, a rigore, un caposcuola degli scapigliati nel senso convenzionale del termine (anche se lui si atteggiava a tale): ma fare breccia nel canone letterario italiano è necessario puntare su un solo autore, inevitabilmente Boito per gli scapigliati.

Inserire Boito nel canone in un momento storico in cui è ormai quasi acquisita l’espulsione di Giosuè Carducci è impresa più che ardua, impossibile. Eppure, dalla sua, c’è dalla sua, come detto sopra, il fatto di esser forse più vicino allo spirito dei tempi di quanto si pensi; oltre che a essere autore di varie affascinanti tessiture esoteriche: e, sopra tutte, il Re Orso, il capolavoro antimanzoniano della Scapigliatura, ovviamente perduto nel nostro immaginario collettivo.

Verso re Orso: Boito, una formazione risorgimental(massonica?).

Boito nasce a Padova nel 1842 dal pittore e patriota Silvestro Boito e dalla contessa polacca Giuseppina Radolinska. La data di nascita, tra l’altro, lo rende perfettamente coetaneo, come anno, di Giovanni Giolitti, nato a Mondovì nel 1928, il gran tessitore delle trame di quell’Italia che da lui prende il nome, oltre che mio illustre cittadino monregalese (Giolitti gli sopravvive di dieci anni).

La famiglia si disperde nel 1851, senza mai più riunirsi: il giovane Boito, finiti gli studi elementari, entra al conservatorio di Milano nel 1853, e si pone fin da subito come poeta-musicista. Nel 1856 muore il padre, nel 1859 la madre, e giunge a Milano il fratello maggiore Camillo, architetto, docente a Brera, letterato (da una delle sue “Storielle vane” Luchino Visconti trarrà Senso, opera-manifesto del post-neorealismo) che lo introduce nei salotti culturali di Milano.

Sono gli anni decisivi del Risorgimento, e Boito partecipa appieno di tale spirito. Nel 1860 firma la sua prima opera, la cantata patria Quattro Giugno (battaglia di Magenta), e modifica il proprio nome da Enrico al più medievaleggiante Arrigo.

L’anno dopo si diploma con un saggio finale come “Sorelle d’Italia” (1861) che, strizzando l’occhio a Mameli, evoca nell’anno dell’Unità d’Italia le nazioni-sorelle oppresse dall’Austria o da altre potenze diaboliche: Polonia (già presente nell’attuale inno nazionale), Ungheria e Grecia (slegata dal tema austriaco ma radice d’Europa).

Il melange di tradizioni musicali e mitologie diverse colpisce e gli ottiene fin da subito un notevole successo, e Boito ottiene l’incarico per i testi de l’Inno delle Nazioni (1862), musicato da Giuseppe Verdi (dopo il rifiuto di Rossini), portato all’esposizione universale di Londra. L’affidamento dell’Inno a due italiani ha ovviamente il senso di celebrare la recente unificazione, a fianco di Germania (anch’essa unificata da Bismark in quegli stessi anni, in modo pacifico), Inghilterra e Francia. Verdi inserisce l’inno di Mameli come citazione musicale, anche questo elemento in continuità con le sorelle d’Italia di Boito l’anno precedente.

Nel conciliare questo afflato risorgimentale, anti-austriaco, anti-imperiale, con una prospettiva di soreallanza universale delle nazioni, si può leggere in Boito qualcosa di massonico. Ma Arrigo Boito era in massoneria? Sì, stando a Paul Nettl, critico musicale che lo ascrive ad essa anche in virtù dei temi ermetici di molte sue opere; ma non vi sono chiare prove di affiliazione, e quindi è impossibile ricostruire la cosa con una datazione precisa. Un saggio di  Angela Ida Villa, Arrigo Boito massone: gnostico, alchimista, negromante, in “Otto/Novecento” (1992) si spinge molto più in là.

Stava intanto sorgendo la Scapigliatura, apparsa nel 1862 nel titolo di un romanzo di Cletto Arrighi, il primo anno post-unitario. Una boheme italiana sul modello di quella francese, sorta alla metà del secolo: “Questa casta o classe – che sarà meglio detto- vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l’ho battezzata appunto: la Scapigliatura Milanese.”. 

Boito si vvicina al movimento bohemien italiano e si stacca da Verdi, accomunato a Manzoni nella polemica Ode alla salute dell’arte italiana (1863): Alla salute dell’Arte Italiana!/ Perché la scappi fuora un momentino/dalla cerchia del vecchio e del cretino/giovane e sana… /  Forse già nacque chi sopra l’altare/rizzerà l’arte, verecondo e puro/Su quell’altare bruttato come muro/ di lupanare.

Nel salotto di Vittoria Cima stringe amicizia con Emilio Praga, Giovanni Camerana (omaggiati nel Libro dei Versi, dove si atteggia a caposcuola) Giovanni Verga e Luigi Capuana, che fonderanno poi il verismo, e altri come il Giacosa. Ma il fondarsi come caposcuola richiede di andare oltre alle rime, ai racconti, al romanzo (che è in sé, inevitabilmente, “manzoniano”, ormai) e così Boito crea il suo capolavoro, un poemetto fuori ogni tempo massimo: il Re Orso, appunto.

Re Orso.

L’opera viene pubblicata nel 1864: fiaba inquietante, secondo una riduttiva interpretazione, è forse il suo lavoro letterariamente più originale, un polimetro (ha versi di varia misura) sregolato e inquietante. Mi sono sempre domandato quanto ci sia di Re Orso nella Famosa invasione degli orsi in Sicilia, di Buzzati (da cui l’illustrazione qui sopra), milanese come lui e ben più lunare di quanto si ammetta.

L’ispirazione occultistica e satanica è resa evidente fin dall’apertura (siamo a un anno dall’Inno a Satana di Carducci, è un periodo diabolico, e già Leopardi del resto, negli anni ’20-’30, aveva composto un Inno ad Arimane, poi abortito, ma ripreso – involontariamente – dai versi satanici di Baudelaire). In questo modo Leopardi – Carducci – Boito vengono a formare una “trinità oscura” dell’Ottocento italiano, in grado di coprire l’intero secolo (sotto un profilo strettamente biografico: Leopardi nasce sul finir del ’700, Boito e Carducci arrivano al ’900), con tre autori che hanno omaggiato il principe delle tenebre nei loro lavori. Il testo è densissimo e simbolico, e si apre con un disclaimer, diremmo ora, molto chiaro:

Pulzelle, pinzocchere – fantesche e comari
che andate per vespero – sgranando rosari,
se avete nell’anima – cristiano pensiero,
se il prete vi predica – l’eterno Avversiero
temete di leggere – la pagina orrenda 
di questa leggenda

Se temete l’Avversario, temete queste pagine: piuttosto esplicito, insomma.
Re Orso regna a Creta, poco prima del Mille, la Creta del Minotauro e di Pasifae. Non è dato sapere se magari sia una sorta di minotauro ursino; comunque lo spietato Orso ha al suo servizio un serpente senziente (la testa richiama un teschio umano) che custodisce il serraglio delle sue amanti, molto simile al verme che ne divorerà il cadavere.

Ma più pauroso
Alla vista e maligno era un serpente,
Immane e gonfio e nero, simigliante
Nel viscoso strisciar a incatramata
Gòmena, impresso sull’aguto grifo
Portava un segno qual di teschio umano.
Alla voce del Duca egli tendeva
Erte le anella ed ubbidiva come
Debil fanciullo. Misteri di sangue
E di ferocia infami eran fra il Duca
Ed il serpente; guardïano al varco
Del gineceo vegliava il mostro attorto
Co’ groppi orrendi, nè donzella mai
Tentò passo di fuga in quelle stanze

Il rimando al Minotauro è chiaramente proto-diabolico, con un rimando all’eterno Dio Toro, l’ancestrale Moloch adorato poi anche dagli egizi come Api e quindi sopravvissuto nel minotauro cretese. La connessione al serpente-verme è significativa: rimando all’antica divinità del Serpente Cosmico, contraltare del Dio Toro solare presso gli egizi e altri popoli (il re Toro, che traina il carro solare, è il sole visibile; il serpente cosmico, che fa ruotare il cosmo con il suo incessante moto nel ventre della terra, il dio sole oscuro e invisibile).

Sul perché trasformare il toro in orso, invece che titolare direttamente “Re Toro”, è ipotesi da capire, ma non certo casuale. Una ipotesi può ricollegarsi al simbolismo di Toro e Orso come simboli di rialzo e caduta nel mercato finanziario, metafora che pare risalire ai tempi della nascita della Borsa, sotto la regina Elisabetta I, dove frequenti erano spettacoli di lotta tra l’Orso e il Toro. Il pubblico scommetteva su uno di essi, come gli speculatori possono guadagnare scommettendo sul rialzo e sulla crisi, alternamente. L’economia moderna come un sanguinoso spettacolo circense, non privo di venature diaboliche?

Altra possibile connessione è legata al Re Toro solare, che si associa al Gran Carro che culmina nella stella polare, il Settentrione: ovvero i Septem Triones, i Sette Buoi che trainano il carro del Sole. Ovviamente, in altri miti astronomici le sette stelle generano l’Orsa Maggiore.

A tratti nel terribile Re Orso, Terroris terror, si ombreggia comunque una sorta di anticristo, con rituali folli, deliranti e diabolici, che sembrano rovesciare l’assemblea dei Dodici nell’Ultima Cena.

Dodici Conti aveva il Duca eletti
A suoi ministri. Un dì bevendo a cena,
Ebro il Duca, ebri i Conti (avea ciascuno
La sua donna da lato) il Duca afferra,
Mosso da noia o da delirio, il crine
Di Mirra sua, söave amor, fanciulla
Giovanissima e bella, e col pugnale
Orribilmente le schianta la testa.

Mirra, la sposa uccisa, rimanda nel nome all’incestuosa figura del mito classico, poi tramutata, teste Ovidio, nella mirra come pianta, da cui l’omaggio cristologico dei Vangeli.

Dopo questo delitto, novello Minotauro, inizia a chiedere una sposa in trubuto al doge di Venezia, che gli invia la giudea Oliba, che egli, grazie al Serpente, possiede in un amplesso mostruoso.

Oliba! per l’atra mannaia del boia!
Oliba! pel sacro furore del Re!
Per l’acre geènna! per l’Orco e la foia!
Per mille assassinj che pesan su me!
T’accosta, o fanciulla dal sen di cammeo,
dal crin di basalte, dall’occhio giudeo,
non far ch’io demente ti schiacci col piè.
L’ansante tuo petto m’annodi di gioia!
Oliba! per l’atra mannaia del boia!
Oliba! pel sacro furore del Re!”
(Ma Oliba non move né voce né passo
par fatta di sasso;
e il Re maledetto
S’attorce sul letto.)

“A me Ligula” repente
urla il Duca, ed un serpente
già dall’ombra ecco sbucò;
sul terren le ondose anella
negre, viscide, lucenti,
già distese e si drizzò;
già sui piè d’Oliba bella
pone il grifo e già co’ denti
l’ampio velo le strappò…
già la cinghia e già la serra,
già l’annoda e già l’atterra,
strascinandola sul suol!
Roteante – strisciante
già depon la smorta amante
sovra il tepido lenzuol!
Oh spavento! In stretto morso
su d’Oliba e su Re Orso
si ringroppa il mostro ancor,
già due corpi in un serrati,
trucemente soffocati
urlan rantoli d’amor

Egli è però da quel momento perseguitato nottetempo da una voce spettrale, che pronuncia parole funeste su di lui; un verme che pare anch’egli avere il simulacro di un teschio, come il serpente di Orso stesso. La frase ricorrente e terrificante è il leitmotiv del poema:

Re Orso
Ti schermi
dal morso
dei vermi.

Ogni volta il nano di corte, il buffone Papiol, dà la colpa a un elemento diverso (un uccello, una foca…), e ogni volta il cuoco, il gigante Trol provvede a eliminarlo. Trol deriva dai Troll nordici, e curiosamente, anche in questo, anticipa uno dei moderni mostri di internet, il Troll, il disturbatore professionale. Trol è più vicino ai troll classici, ruvido e di poche parole.

Trol è fier colosso
Negro, alto, grosso,
Ha una figura
Che fa paura;
Tocca il soffitto
Quando sta ritto,
Sulla ventraia
Tien la mannaia…
Bimbi copritevi
Sotto il lenzuol,
Chè viene Trol!
Trol, cuoco e boia,
strangola e scuoja;
Strozza i puttelli,
Cuoce i tortelli,
Dà vita e morte;
Ma le sue torte,
Pei santi Dei!
Non mangierei….
Bimbi copritevi
Sotto il lenzuol,
Che viene Trol!

Quando per tre volte Papiol però sbaglia ad identificare la voce della maledizione, re Orso lo fa uccidere. Segue intermezzo storico, celebrazione del medioevo:

Quel tempo era il preludio
D’un’epopea divina;
Correa sul mondo un alito
Di vita agitator.
Come le vaste cupole
Dell’Era Bizantina
Parean costrutti i cranii
Degli uomini d’allor.

S’udian tuoni e tempeste
Di catapulte, e urtavansi
Scudi, mazze, cimier;
Per le forate teste
Irradiava nell’anime
La santa alba del Ver.

La vecchia età de’ secoli
Parea tornare bionda;
Crescea nell’uomo il giglio
Della serena fe’;
Era concilio ed agape
La Tavola Rotonda,
Religïosa trïade:
Iddio, la Dama, il Re.

O Titàni! O Baroni!
O Guerrini! O Pàlamidi!
Magna stirpe d’Artù!
Prodigi! visïoni!
Miracoli! miracoli!
Che non vedremo più!

Di quell’età fantastica
O poesia stupenda!
O canto, o Verbo, o rapsode
Genio fascinator!
Simile al Dio degli esseri,
Un Dio della leggenda
Creava forme e spiriti
Di ténebra e d’amor.

Genti balde e beate
Ponean mente alle favole
Dell’Orca e del Dimon,
E piene il cuor di fate,
Di sirene e di lèmuri,
Facevano orazion.

Tale in un cerchio magico
Puro da immonda labe,
L’uomo crescea fortissimo
Colla fede nel cor.
L’opra del primo scettico
Fu di negar le fiabe,
Poscia negò il Demonio,
Poscia negò il Signor.

Sì! coll’antica fola
Sorgea quel giusto popolo
Chiamato da Gesù;
Il canto e la parola,
L’amore e la giustizia,
L’onore e la virtù.

Sorgeva il Sid purpureo
Come una calda aurora,
Simiglïante ad aquila,
Nel furïoso vol;
E l’inspirato monaco
Che sul collo dell’ora
Carcava i pesi plumbeï
Del suo primo oriuol.

Tutto era gloria! Il lezzo
Forbìa dei negri secoli
La guerrïera età;
E un fraticel d’Arezzo
Strillava in cima agli organi:
Ut, re, mi, fa, sol, la.

Nella seconda parte, giunto è l’anno Mille, e Orso va morendo. Chiama un frate, che lo assolve senza batter ciglio di ogni colpa, di tutti i terribili omicidi che fa per tacitare la voce (fino ad ordinare a Trol di uccidersi). Ma dimentica di confessare di aver schiacciato il verme, durante il convivio, al primo manifestarsi della maledizione.

In Re Orso che manda a morte tutti i sudditi in un crescendo di follia, c’è qualcosa di Robespierre nella celebre vignetta di qui sopra, in cui ghigliottina tutta la Francia; nella dannazione eterna riuscita grazie alla dimenticanza di un ultimo peccato da confessare, il più irrilevante (tralasciando che il frate è diabolico, e la confessione vana) c’è una forte polemica anticristiana, che riecheggia forse anche la satirica confessione di Ser Ciappelletto con cui si apre il Decameron, effettivamente molto forte per l’epoca.

Già d’Orso è l’occhio
Nebbioso e torto.
Che fu? Fra un rantolo
Strozzato e corto
Par che nell’anima
Gli sia risorto
Come un peccato
Non confessato.
Che fu? Gorgogliano
Le labbra inferme:
« Ho ucciso un… »

Re Orso è morto.

Dopo la morte di Orso, il frate si rivela per quel che è realmente, il diavolo in persona, e avvia una sorta di orrido rito diabolico, con un mostruoso batrace che gli fa il controcanto. Riporto qui l’intero passaggio, perché la lunghezza abnorme del testo è significativa: Boito non si limita a un accenno di colore, crea un vero e proprio inno diabolico fin disturbante nella sua insistita formularità.

«Orcus tibi ducit pedes.
Urla in barbaro latino
Il bieco cappuccino.
Sotto il letto un rospo gracida,
come un prete al Giubileo,
e par che all’orrenda antifona
ei risponda: ora pro eo

Pape Satan.
Ora pro eo.
Pape Pluton.
Ora pro eo. 
Pape Ariman.
Ora pro eo.
Pape Caron.
Ora pro eo.

Chiron.
Grifon.
Geryon.
Typhon.
Ophion.
Gorgon.
Demogorgon.
Yemon! Yemon! Yemon!

Orate pro eo

Baal-Zebub.
Baal-Fegor.
Baal-Tsefon.
Orate pro eo.
Tartareaæ tenebraæ.
Tartareum antrum.
Tartarei volucres.
Tartarea vox.
Orate pro eo.

Bombo!
Mormo!
Gorgo!
Orate pro eo.
Zabur.
Gadur.
Zabulon.
Orate pro eo.

Caìn.
Cam.
Juda.
Orate pro eo.
Lilith succubo.
Haza incubo.
Orate pro eo.
Lilith ephialtes.
Haza Hyphialtes.
Orate pro eo.

Mar.
Nightmare.
Cauchemar.
Orate pro eo.

Manto maga.
Saba saga.
Samia lamia.
Orate pro eo.

Sancte Tiberi.
Sancte Nero.
Sancte Caligula.
Orate pro eo.

Sodoma.
Gomorra.
Babilonia.
Orate pro eo.

Nitrum.
Carbo.
Sulphur.
Orate pro eo.

Infirmitas nefanda.
Sacra lues.
Delirium tremens.
Orate pro eo. 

Gula.
Luxuria.
Ira.
Orate pro eo.

Judas
Ora pro eo.
Antichriste.
Ora pro eo.
Legio diabolorum.
Orate pro eo.

Strix.
Sphinx.
Styx.
Orate pro eo.

Nefaria prex.
Ora pro eo.
Orcus tibi ducit pedes.
Amen.
Rafel mai amech zabi àlmi.

Il frate pronuncia anche il Miserere al contrario, da vera Messa Nera, come in una Black Lodge di Twin Peaks.

maüt maidrociresím mangàm mudnüces, suéd iém eréresim

In basse preghiere 
      Sta il frate raccolto… 
      O santo Gesù! 
      Il suo Miserere 
      Le cifre ha sconvolto 
      Coi piedi all’insù

Si tengono i funerali di Re Orso, dove appare anche un cavaliere che è, in realtà, un armatura vuota, e ovviamente è di nuovo il demonio (qui invece è Calvino che ha ripreso qualcosa da Boito, ovviamente nel Cavaliere Inesistente: non a caso, il più esoterico della trilogia degli antenati, col riferimento ai Cavalieri del Graal su cui bisognerà un giorno tornare).

Il verme non morrà; morrà il leone,
Morrà l’uom, morrà l’aquila, ma il verme
Vivrà in eterno. Dal reciso capo
Vegeterà più gonfio il circolare
Lombrìco freddo; ei raffigura il tempo,
Si logora e rinasce. Il verme d’Orso
Si trascinò colla sua tronca testa
Fino al suo covo, e là visse cent’anni
Sotto la terra; ma ne l’ora istessa
Che Orso fu morto, cominciò un vïaggio.

Dal monumento di Re Orso esce il verme che egli credeva di aver ucciso, e da Creta giunge, in capo a un secolo, a Parigi per divorarne il corpo nella tomba dove è stato sepolto, tormentandone così anche – per diabolica simpatia tra carne e spirito – l’anima per l’eternità.

Dopo Re Orso.

Il poemetto Re Orso, unico componimento poetico lungo della Scapigliatura (anche in questo, anti-manzoniano: poema invece di romanzo) dà a Boito l’aureola di caposcuola scapigliato che andava cercando, Lo stesso anno 1864 Boito fonda il Figaro, rivista su cui espone i suoi principi artistico-musicali, avvicinabili secondo alcuni a quelli di Wagner (che però a tratti Boito rifiutava).

In Polonia, materna sua terra, compone nel 1864 il primo libretto: l’Amleto di Shakespeare per la musica di Faccio, messo in scena nel 1865 ed emblematico della scapigliatura, con al centro il duplice tema della follia di Amleto ed Ofelia. Ad Amleto (e Otello: due sue opere), Boito dedicherà anche un celebre palindromo: Ebro è Otel, ma Amleto è orbe. L’amore di Boito per un’anagrammatica fortemente simbolica è altro tratto che ne denota una scrittura magicka, “gioco letterario” naturalmente nella ricezione comune, ma forse qualcosa di più.

Intanto, dopo la messa in scena alla Scala dell’Amleto (1865), inizia a lavorare al libretto del Mefistofele (interrompendosi nel 1866 per partecipare alla terza guerra d’Indipendenza), tratto dal Faust di Goethe.

Il 1867 vede anche la stesura di un primo racconto, l’Alfiere Nero, dove la partita a scacchi tra uno schiavista e uno schiavo liberato diviene simbolo della sfida tra bianchi e neri nell’America appena uscita dalla guerra di secessione di Lincoln (assassinato nel 1865). Dello stesso anno è Iberia, cupa vicenda amorosa ambientata in una Spagna immaginaria. Seguiranno La musica in piazza, Il pugno chiuso e Il trapezio. Opere dense, su cui meriterebbe tornare, anche se non raggiungono la grandiosità oscura di Re Orso, non foss’altro per la scelta prosastica.

Nel 1868 l’opera il Mefistofele, derivata ovviamente dal Faust di Goethe, viene finalmente messa in scena alla Scala, con enormi contestazioni, veri e propri disordini in teatro che fanno sospendere la rappresentazione.

Dopo il fiasco del primo Mefistofele, Boito si dedicò principalmente alla composizione di libretti, quasi sempre firmati con lo pseudonimo anagrammatico Tobia Gorrio. Si ricordano La Gioconda per Amilcare Ponchielli, Ero e Leandro scritto per sé nel 1871 ma poi ceduto a Giovanni Bottesini, Pier Luigi Farnese per Costantino Palumbo, La falce per Alfredo Catalani e Un tramonto per Gaetano Coronaro.

Boito si dedica anche ai racconti, componendo Il Pugno chiuso (1870), Il trapezio (1873), La musica in piazza (1874). Nel 1875, dopo una complessa riscrittura, Boito ripresenta il Mefistofele al Comunale di Bologna, e ottiene questa volta un successo. Si tratta dell’unica composizione dell’autore ad entrare nel repertorio non solo italiano, ma internazionale: del resto Boito, dopo il primo fiasco, si era dedicato alla scrittura dei soli libretti, con l’anagramma di Tobia Gorrio.

Il libro dei versi: l’ultima grande sintesi.

Nel 1877 una nuova opera importante è la sua raccolta poetica, che si apre con la programmatica “Dualismo” e poi alterna diadi poetiche ravvicinato in gotica opposizione, talvolta di contrasto, talaltra di omologia. Ne citiamo solo alcune, riportando i testi più interessanti. Meriterebbe una analisi più ampia (magari ci torneremo), ma intanto valga questa breve antologia poetica (su Wikisource si trova il testo completo)

 Castello antico /  Case nuove
 A una mummia / Un torso 
 Madrigale (in cui esprime la visione poetica)  / Poesia e prosa
 Georg Pfecher. An: Dom: 1517 /   A G. I. Kraszewski
 A Emilio Praga /  A Giovanni Camerana

Ad una mummia

Mummia fasciata in logori
Papiri sontuösi,
Mummia che sul sudario
Porti l’apoteösi,
Perdona se i nepoti,
Più culti che devoti,
Fan del tuo frale eterno
Sì misero governo.

Tu, nata al sole, al fulgido
Sole del tuo deserto,
Al soffio ardente e libero
D’un orizzonte aperto,
Tu non pensavi, un giorno.
Nel gel d’un aer piorno,
D’esser messa in vetrina
Da una gente latina.

O fumo degli olibani!
O roride nepenti!
Ombrìa profonda e placida
De’ patrii monumenti!
A così bella pace
Ti derubò rapace
Una che non ha posa
Scienza curïosa.

E come appar su putrido
Brago una morta bolla,
Tu comparisti ai cupidi
Stupori della folla;
Dal mondo incivilito
Fosti segnata a dito
Qual prezïoso e pulcro
Rifiuto del sepulcro.

E venne il paleologo,
Divinator de’ segni,
A ordir sul tuo sarcofago
Cifre di stirpi e regni;
Fu vïolato intero
Della tomba il mistero;
T’han lisciate le chiome
E t’han chiamata a nome.

Oggi, depositario
Di tanta erudizione,
Pianta bottega e cattedra
Un lurco cicerone
Che ti narra all’Inglese
(Pur ch’e’ paghi le spese)
Storpiando i nomi (o scherno!)
Del tuo parlar materno.

E nel guatarti il pargolo
S’asconde per paura,
Poi, nella notte, orribile
Sogna la tua figura.
Al cinico Narciso
Svegli sul labro il riso;
Nessun vien col pensiere
Di dirti un miserere

Eppur chiudesti un’anima
In quella sorda testa,
Lo sento, e n’è riverbero
Quella tua fronte mesta,
Eppur sentisti il core
Balzarti per amore,
Eppur provasti il morso
Del pianto e del rimorso.

Meglio se fosse in polvere
La creta tua tornata
Con sì pietoso studio
Da’ cari tuoi fasciata.
Che voleresti al sole
Effluvio di vïole
O sabbia in groppa al vento
Per l’ampio firmamento.

Meglio se fra le torbide
Furie dell’Oceàno
T’avesse in mezzo ai vortici
Travolta l’uragano,
Chè avresti le convalli
Di perle e di coralli
E toccheresti il fondo
D’un prodigioso mondo.

Qui per andar di secoli
Non muterà tua sorte,
Vedrai novelli popoli
Colle occhïaia morte,
E il tempo che ne fruga
Non segnerà una ruga
Sovra il tuo volto scarmo
E freddo come marmo.

Ma un dì verrà, novissimo,
Che in una cupa valle
Cadrem, tremanti, pallidi.
Coi nostri errori a spalle,
E sentirem la tromba
Che spezzerà ogni tomba.
Mummia, quella mattina
Romperai la vetrina.

*

Dualismo

Son luce ed ombra; angelica
Farfalla o verme immondo,
Sono un caduto chèrubo
Dannato a errar sul mondo,
O un demone che sale,
Affaticando l’ale,
Verso un lontano ciel.

Ecco perchè nell’intime
Cogitazioni io sento
La bestemmia dell’angelo
Che irride al suo tormento,
O l’umile orazione
Dell’esule dimone
Che riede a Dio, fedel.

Ecco perchè m’affascina
L’ebbrezza di due canti,
Ecco perchè mi lacera
L’angoscia di due pianti,
Ecco perchè il sorriso
Che mi contorce il viso
O che m’allarga il cuor.

Ecco perchè la torbida
Ridda de’ miei pensieri,
Or mansüeti e rosei.
Or violenti e neri;
Ecco perchè, con tetro
Tedio, avvicendo il metro
De’ carmi animator.

O creature fragili
Dal genio onnipossente!
Forse noi siam l’homunculus
D’un chimico demente,
Forse di fango e foco
Per ozïoso gioco
Un buio Iddio ci fé

E ci scagliò sull’umida
Gleba che c’incatena,
Poi dal suo ciel guatandoci
Rise alla pazza scena,
E un dì a distrar la noia
Della sua lunga gioia
Ci schiaccerà col piè.
E noi viviam, famelici
Di fede o d’altri inganni,
Rigirando il rosario
Monotono degli anni,
Dove ogni gemma brilla
Di pianto, acerba stilla
Fatta d’acerbo duol.

Talor, se sono il dèmone
Redento che s’indìa,
Sento dall’alma effondersi
Una speranza pia
E sul mio buio viso
Del gaio paradiso
Mi fulgureggia il sol.
L’illusïon — libellula
Che bacia i fiorellini
— L’illusïon — scoiattolo
Che danza in cima i pini
— L’illusïon — fanciulla
Che trama e si trastulla
Colle fibre del cor,

Viene ancora a sorridermi
Nei dì più mesti e soli
E mi sospinge l’anima
Ai canti, ai carmi, ai voli;
E a turbinar m’attira
Nella profonda spira
Dell’estro idëator.

E sogno un’Arte eterea
Che forse in cielo ha norma,
Franca dai rudi vincoli
Del metro e della forma,
Piena dell’Ideale
Che mi fa batter l’ale
E che seguir non so.

Ma poi, se avvien che l’angelo
Fiaccato si ridesti,
I santi sogni fuggono
Impäuriti e mesti;
Allor, davanti al raggio
Del mutato miraggio,
Quasi rapito, sto.
E sogno allor la magica
Circe col suo corteo
D’alci e di pardi, attoniti
Nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia.
Derido e di protervia
Mi pasco e di velen.

E sogno un’Arte reproba
Che smaga il mio pensiero
Dietro le basse imagini
D’un ver che mente al Vero
E in aspro carme immerso
Sulle mie labbra il verso
Bestemmïando vien.
Questa è la vita! l’ebete
Vita che c’innamora.
Lenta che pare un secolo,
Breve che pare un’ora;
Un agitarsi alterno
Fra paradiso e inferno
Che non s’accheta più!
Come istrïon, su cupida
Plebe di rischio ingorda,
Fa pompa d’equilibrio
Sovra una tesa corda,
Tale è l’uman, librato
Fra un sogno di peccato

E un sogno di virtù.

Un torso

Quel tono era una Venere
Che un arcaïco scalpello
Creò ne’ suoi più fervidi
Morsi d’amor col Bello;
Oggi, marmoreo enigma
Dall’olimpico stigma,
Di tant’arte non resta
Che un busto senza testa.

Pur nelle tronche viscere
La Dea non è ancor morta,
Un’agonia di secoli
La fece fredda e smorta,
Ma nella nuda fibra
Palpita, guizza, vibra,
Quasi monco serpente,
L’Eginetica mente.

Così le fece il genio
Le piaghe sue più grame,
E le eternò il martirio
Di Mosca e di Bertrame.
Pur colle rotte braccia
Quel torso ancor m’allaccia,
E al secolo che raglia
Sembra cercar battaglia.

O monti! o cime candide
Della serena Paro!
Brezze marine! tremulo
Irradiar del faro!
Autunni e primavere
Dell’erme tue scogliere!
Delle tue dolci dune
Albe! tramonti! lune!

In alta pace estatica
Tu là dormivi, o sasso,
Nè a te giungeva l’alito
Di questo mondo basso;
Lenìan tua bianca grana
Carezze di lïana,
Ed albergavi il trillo
D’un solitario grillo.

E quando i due crepuscoli
Splendean sull’orizzonte.
Tu, coronando il placido
Profilo del tuo monte,
Lanciavi al ciel favilli
Di quarzi e di lapilli
Ed abbagliavi al piano
L’errante mandrïano.

Ma poi discese un’Attica
Gente brïaca d’arte.
Seminatrice prodiga
Di monumenti e carte;
Vider per la campagna
La magica montagna
E con gioia rubesta
Ne distaccâr la cresta.

Piombasti e fosti Venere.
Fra citaredi e schiavi
Per te strisciò la polvere
Il folto crin degli avi;
Avesti ara e ghirlande.
Sacerdotesse blande,
Languide danze e fumi
Di roghi e di profumi.

Se ti vedeva il libero
Motteggiator d’Egina
Che il genio avea del fäuno
E la barba caprina,
Per te molceva il riso
Del suo beffardo viso
E in dorica melòde
Sciogliea sull’arpa un’ode.

Poi t’ebbe Roma, emporio
Di statue e di colonne,
Teatro allor di Veneri
Com’oggi di Madonne,
Li cominciò la scoria
Del tempo e della storia
A macular con orme
Di lepra le tue forme.

Vivesti in mezzo al fremito
Dell’orgie e nei triclini
Dove fetèa la nausea
Dei tracannati vini;
Là, fra le turpi e gaie
Follie delle ambubaie
Con un osceno crollo
T’hanno fiaccato il collo.

Povera Dea! vanirono
Allor profumi e canti,
L’irriverente greculo
Ti zuffolò davanti,
Fosti bruttata al piede
Con impudiche scede
E una ciurmaglia sgherra
Ti rotolò per terra.

Sublimi tempi olimpici
E putride cloàche,
E baci di caleïdi,
E sputi di lumache,
Tutto hai provato, e l’asta
Del santo iconoclasta
E lo schiaffo plebeo
Del porco epicureo.

Ma noi questa prosaica
Gente ch’or ti raccolse,
Adoratrice instabile
D’arti sfrenate o bolse,
Oggi forse minaccia
Quelle tue monche braccia
Di più fiero dolore:

Il restäuratore.

Georg Pfecher

Chi fu? sotto la mensola
D’un’arca antica e tetra
Di monaster, sul margine
Corroso d’una pietra,

Lungo il grommoso muro,
Lessi quel nome oscuro
Scritto nell’ore prime
D’un secolo sublime.

Chi fu? perchè nell’anima
L’arido enigma è sorto,
Or che sul suo cadavere
L’ultimo verme è morto,
Or che l’avel si schiude
Sulle sue tibie nude,
Or che col suo lenzuolo
Fa il nido l’usignolo!

Scruta o sartor d’imagini.
Cerca del ver la cruna,
Cuci sul vecchio scheletro
Una zimarra bruna,
E quando avrai divino
Rifatto il manichino
Coll’irto stil descrivi
Quel buio morto ai vivi.

Sorgeva un’êra turgida
Di fole e di portenti,
Piovea luce e caligine
Sulle confuse genti,
E un’avida cuccagna
Di genii e di calcagna
Avea sconvolto il fondo
Del lutulento mondo.

Fieri, ispirati, intrepidi,
Ravvolti in saio nero,
Già si vedean gli apostoli
Di Storck e di Lutero,
S’udian maledizioni,
Bestemmie ed orazioni
Di cupi anabatisti,
Di papi e d’anticristi.

Bajardo, quel fantastico
Guerrier senza paura,
Già la superba epigrafe
Scrivea sull’armadura;
Sghignazzava Aretino
Fra putte allegre e vino
E Kopernico intento
Frugava il firmamento.

E tu? povero monaco,
Di te fama non suona;
Passasti sotto i gotici
Tetti di Ratisbona
E la tua vita brulla
Nel paese del Nulla
Disparì, vago vago
Come un flutto di lago.

Pur fosti un vivo e all’anima
Chiedevi alti responsi;
Invïdiavi agli uomini
L’onda dei crini intonsi,
E il vïolento corso
T’empìa de’ sogni e il morso
Del desiderio edàce.
Martire della pace!

E allor s’udiva a vespero,
Nel tempio ov’arde l’ara,
Un pio bisbiglio, un querulo
Mormorio di zanzàra;
Poi si scerneva un viso
Macro e col crin riciso,
quasi un morto in sudario,
Che diceva il rosario.

Talora intorno all’abside
Dalle dorate pale,
Le madonne di Mèckenen
Ti tentavano al male
E allor la prece pia
Sul labbro tuo languìa,
Smagata dagl’incanti
Rei di quei volti santi.

Ma l’uom nol sa. Le Vergini
Non tradir quel mistero.
Il nome tuo tre secoli
Passò ignorato e mero,
Solo il trovar le biche
Dell’umili formiche
E la pupilla inqueta
D’un giovane poeta.

Ed eri forse un genio
A cui fallìa la gloria,
Un pazïente anonimo
Smascherator di storia,
Un creator d’orrende
Romantiche leggende
O del poema nero
Di Faust o d’Assuero.

Forse una ragna pendula
Fra due cippi romani
Ti rivelò il miracolo
Dei ponti americani,
Forse per l’aura bruna
Vedendo errar la luna
Divinasti l’incauta
Magìa dell’areonauta.

Certo ti colse il torbido
Problema del futuro
Scavando i bei caratteri
Sovra l’antico muro;
Eri certo un poeta!
Eri certo un profeta!!
(O idea volgare e trista)
Eri forse un copista.

GIUSEPPE IGNAZIO KRASZEWSKI
poeta polacco
e commentatore della Divina Commedia.

Gloria, Poeta, a tre che vai chiosando
A un popolo di martiri, l’eterno
Poema del martirio! Venerando

Apostolo di Dante, in te discerno
Più d’un segno d’amore e di coraggio.
Alla tua patria del Dantesco Inferno

Narrando, in forte, in libero linguaggio,
Molta scïenza insegnerai divina.
Al vïaggio di Dante il rio vïaggio

Della storia Polacca s’avvicina.
O parallelo di doppia miseria:
Dante getta Satàna alla Caìna

E Dio scaglia lo Czar alla Siberia.
Settembre, 1865, Mytski

Il dualismo che intride l’opera ritorna nella conclusione.

SCRITTO SULL’ULTIMA PAGINA
del «libro dei versi»
Mia madre un dì mi diede un libro bianco,
Ogni pagina aveva l’aureola d’or;
Vergin di penna egli era ed io pur anco
Vergin d’error.
 
Passaron gli anni, i mali e la ventura.
Vissi, lottai col corpo e col pensier.
Oggi l’anima mia s’è fatta scura,
E il libro ner.
 

Dopo il Libro dei versi.

Gli ultimi anni vedono un Boito finale, forse non privo di sorprese ma certo letterariamente minore rispetto alle grandi opere della prima maturità.

Negli anni ’80 torna a cooperare con Verdi, per cui nel 1881 realizza il Simon Boccanegra, e nel 1887 il ben più importante Otello. Mentre avvia una relazione con la Eleonora Duse, cui dedica alcuni dei suoi palindromi; si incontrano solitamente a Ivrea, presso un conoscente. Per lei traduce i drammi shakespeariani Antonio e Cleopatra, Romeo e Giulietta e Macbeth.

Nel 1890-91 diviene Direttore del Conservatorio di Parma, oggi a lui intitolato; nel 1893 compone il Falstaff shakespeariano per Verdi. Nel 1898 finisce la tormentata relazione con la Duse, mentre Boito si dichiara favorevole alla repressione del fossanese Bava Beccaris, che cannoneggia la folla (spingendo poi l’anarchico Gaetano Bresci ad assassinare Umberto I, nel 1900).

Il nuovo secolo si apre anche con la morte di Verdi (1901), tornato suo grande amico nonostante periodici dissidi artistici, soprattutto giovanili. In memoria, Boito pubblica il Nerone che andava pensando per lui (e che sarà messo in scena nel 1924), e che sarebbe stata di nuovo opera, magari più sottilmente, “diabolica” (Nerone è citato tra i demoni della messa nera del Re Orso). Ormai anziano, Boito diviene Senatore del Regno (1912), come l’antico compagno verista Verga, che ottiene il titolo nello stesso periodo. Morirà nel 1918, a 76 anni, e viene sepolto nel cimitero monumentale di Milano. Va concludendosi la Prima Guerra Mondiale, un trionfo d’orrori che pone fine all’Ottocento gotico con la modernità più mostruosa. Boito viene dimenticato, sopravvivendo come culto di nicchia.

Non credo si riuscirà mai a restaurarlo.
Eppur, (il verme) si muove…