La scomparsa

Massimini particolare

GIANLUCA MASSIMINI.

Eran soliti uscire insieme di casa per recarsi nei campi, di primo mattino, e anche quel giorno infatti lo fecero. Da anni, ormai, passavano le vacanze in quella loro magione, come la chiamavano. Vi si recavano puntualmente alla fine di maggio e lì trascorrevano alcuni mesi in santa pace, nella piacevole
immensità della campagna, sotto un cielo azzurro vivo quasi sempre privo di nuvole. Lei nella casa da sola però s’annoiava e non aveva nulla da fare, per questo durante tutta la giornata lo seguiva e gli stava dietro ovunque, e anche quel mattino appunto lo seguì.

Si avviarono dunque sul sentiero sterrato, a tratti brecciato, tra i frassini e gli olmi. Lei sulla strada rideva e scherzava, e ogni tanto l’abbracciava. Lui allora la stringeva e la baciava dolcemente, cingendole la vita con un braccio. Camminavano l’uno a fianco all’altro, mentre lo sguardo correva felice d’intorno, ai forti toni vivi, in un lieto tramestio di suoni e strida e loro allegramente ne gioivano. Così, arrivati che furono, deposero dapprima le sporte all’ombra e stesero una coperta, quindi lei s’appoggiò a un albero lì vicino e rimase a guardarlo, mentre lui preparava gli attrezzi. Poi lo vide che iniziava a falciare l’erba, come al suo solito. Lei sulle prime continuò ad osservarlo, raccontando qualcosa, poi si distrasse e girò lo sguardo altrove, verso i tigli e gli altissimi lecci. A momenti lo osservava e lo lasciava lavorare; gli porgeva qualcosa quando lui la chiamava, ma per lo più rimase sdraiata sull’erba con lo sguardo tra le pagine di un libro che aveva tra le dita, senza parlare. Passarono allora una o due ore, senza che i due se ne accorgessero, fino a quando a metà mattinata il sole non si fece più alto e con questo più caldo, e si disposero quindi a passare nell’afa la maggior parte del giorno. Lei di tanto in tanto canticchiava qualcosa, mugolando con uno stelo tra le labbra. Spesso si destava nel mirare attorno a sé quei fantastici boschi, e le chiome maestose, sfiorate qualche volta dal vento. Tornava così a guardarlo ancora, ma lui continuava a lavorare. Prese allora ad allontanarsi a passi lenti, sfogliando i fiori raccolti uno ad uno, volgendosi indietro a tratti con gli occhi. S’inoltrò più addentro nella macchia, dove i giunchi s’allacciano ai piedi, dove ancora lo sentiva lavorare. Sempre da sola s’avventurò in mezzo ai canneti per giungere in riva al mare e su qualche piccolo attracco, per far vagare lo sguardo sugli acquitrini vicini, su qualche braccio di terra più addentro, molto lontana dal sentiero che avrebbe potuto condurla fino a casa. E fu lì a un certo punto che andò a spezzare il ramo di un nero frassino, senza troppe pretese, e una strana sensazione la colse.

Fu un che di improvviso, e di mai provato prima, che subito l’avvinse. Tra i canneti e i cespugli di salici d’intorno si ergevano i corpi nodosi dei pini. Accanto a un sentiero che si vedeva a malapena, il folto manto d’erica si spingeva nel botro e regnava sovrano, ma tutto era così vero, e vuoto, piacevolmente, ed era bello stare lì, nella completa assenza di uomini. E rimase in quello stato per un po’ di tempo, senza sapere quanto. Poi d’un tratto le parve di sentire la sua voce, ancora lontana, e non parlò né tornò indietro sul momento, ma restò ferma col fiato sospeso ad ascoltare quel rissoso frinire di cicale in mezzo al canneto. Ogni tanto la voce di lui ritornava, tra il chiacchierio dei merli o di qualche fringuello, da un campo vicino. Presto però ne indovinò l’arrivo e si nascose allora dietro a una frasca, per vederlo passare. Lui, pover’uomo, si sbracciava e la cercava con foga, gridando il suo nome. Sentì ancora quella voce, tra lo schiamazzo, farsi lontana, mentre chiamava, e tornare di nuovo a un certo punto per spegnersi finalmente per l’aria.

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La scomparsa è il primo racconto della raccolta di Gianluca Massimini Eravamo insieme, di cui ad agosto è uscita una nuova edizione in e-book per Narcissus (la prima è del 2010).

Si tratta di racconti brevi e brevissimi, in cui l’autore ha lavorato sul frammento e sulle situazioni, sul momento, rinunciando alla trama come forza ordinatrice per affidarsi piuttosto al paesaggio, all’atmosfera, al non detto più che al detto. La rappresentazione del mondo e dei personaggi che ne deriva non è quindi mimetica della complessità del reale, se non per qualche cosa che rimane nella memoria o negli occhi. Nulla è riconducibile a sistema, nulla vuole essere esaustivo (né la rappresentazione dei personaggi né quella del loro mondo). In questo modo il lettore viene coinvolto direttamente nel lavoro creativo, in quanto chiamato a ‘supplire’ con la sua fantasia, la sua sensibilità, a quello che la storia non racconta esplicitamente. Data la ricorsività dei temi e delle figure, durante la lettura viene la tentazione di trattare i racconti come tante tessere di un puzzle e provare a metterle insieme, trovando il giusto incastro: ma sarebbe far torto a un flusso narrativo limpido e caldo, mobile e inafferrabile come la vita.

I racconti si potrebbero definire, tutti, microstorie d’amore – narrate di scorcio, ora in prima ora in terza persona, e in maniera incompiuta, aperta: circola in tutti un’atmosfera sospesa, quasi onirica, dominata dal Possibile. Ogni racconto infatti, a suo modo, rappresenta proprio quell’attimo embrionale da cui tutto può sprigionarsi, in cui tutte le direzioni e gli sviluppi sono racchiusi. Anche quando, apparentemente, sembra che tutto finisca.

Così questo libro ci riconcilia con l’incompiutezza delle nostre vite, con ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, con le soglie che non abbiamo varcato. Basta dismettere le nostre pretese, le nostre aspettative e aprirsi alla meraviglia del vivere, qui incarnata dalla bellezza del paesaggio: naturale o urbano, di mare o di montagna, sontuosi tramonti, onde tempestose, allegri cinguettii…

Questa disposizione d’animo – che è condivisa da personaggi e narratore – riscatta gli incontri mancati, i fallimenti, i tradimenti, sussumendoli tutti in una prospettiva più alta, più ariosa, in cui anche il negativo viene sfumato e ammorbidito. Perché, come voleva Euripide: “Gli dei ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un dio apre la via”.

(a cura di Gabriella Mongardi)

Massimini copertina

QUI un altro racconto di Gianluca Massimini e notizie sull’autore