Lettera dall’Ade (Euridice a Orfeo)

Foto di Lorenzo Avico

Foto di Lorenzo Avico

GABRIELLA MONGARDI.

Orfeo, vuoi che ti dica? Voi uomini non ci sapete proprio fare con la morte – forse perché non sapete che cosa vuol dire “dare la vita”.

Dare la vita vuol dire avere, per dieci lune, due cuori dentro di te, ciascuno che batte con il suo ritmo: e tu non puoi controllare l’altro essere, lo ospiti soltanto, lo proteggi, lo fai crescere. Tutto avviene dentro di te, ma indipendentemente dalla tua volontà, dal tuo desiderio: tu ti limiti a respirare per due, a vivere per due, e ad attendere. Lo capisci il miracolo? Sei contemporaneamente limitata e raddoppiata! Lo stesso avviene quando ti muore qualcuno che ami, che ti è indispensabile come l’aria: sei atrocemente mutilato, amputato, soffocato – ma nello stesso tempo, misteriosamente, raddoppiato dall’intimità che si crea con  l’amato ricordo – e non puoi fare altro che lasciarlo andare, come quando partorisci un bambino…

Guarda cos’hai combinato tu, invece, quando io sono morta: non ti sei rassegnato, non mi hai lasciata andare, hai voluto riprendermi: ti sei aggrappato alla tua arte, alla poesia, alla musica – in cui sei insuperabile, certo – e ne hai fatto un’arma contro la morte. Voi uomini siete solo capaci di battervi, anche nell’amore non vedete che battaglie e lotta: così sei partito per la tua personale spedizione – blasfema – contro la morte.

Sì, te lo concedo: hai avuto non poco coraggio, a scendere vivo nel regno dell’indicibile Orrore, e dal tuo punto di vista hai trionfato. Il tuo canto ha toccato tutti, quaggiù, e alla fine i Sovrani si sono piegati al tuo desiderio. Già, il desiderio, o meglio: il Desiderio con la D maiuscola – Desiderio di potere, di possesso, di onnipotenza… il tuo Desiderio di uomo che si impone alle leggi della Natura e del Destino – altro che il breve lampo dell’orgasmo!

Ma quel Desiderio è un cattivo padrone, così ti sei perduto da solo: bada bene, hai perduto te, non me. Io, morta, non avevo più nulla da perdere, i morti sono al riparo da tutto. Tu, invece… perché non hai resistito, perché ti sei girato a guardarmi? Non sai che anche uno sguardo, un semplice sguardo può essere carico di possesso e di rapina, può essere avido e predatore e violento in modo intollerabile? No, forse no: tu che sai tutto, al maschile, questo non lo sai: perché non sai aspettare, non sai rispettare, non hai lo sguardo tenero e sollecito, delicato e carezzevole di chi per dieci lune vede crescere il suo ventre, di chi si prende cura di una culla.

Voi uomini progettate, organizzate, agite, agite, agite: siete sempre pronti a partire all’attacco, lancia in resta, senza tener conto dell’Altro. Prendi me, quando sei arrivato nell’Ade: nessuno si è preoccupato di chiedere il mio parere, se volevo essere risuscitata o meno; ma il morire, credimi, è un’esperienza così atrocemente inconcepibile che per nulla al mondo la si vorrebbe ripetere. Si vive una volta sola, sì, purtroppo, ma per fortuna si muore anche, una volta sola…

Non ti offendere, Orfeo, se ti dico che hai proprio sbagliato tutto, tu, con la tua catabasi: hai penetrato la morte come se fosse una donna, hai cercato nell’Ade me, la tua Anima, credendo di uscirne indenne come da un rapporto amoroso consumato in fretta… Ma la morte è un’amante esigente, il suo grembo è insaziabile – soltanto noi donne la sappiamo ammansire, perché anche la morte è nata da noi come la vita, insieme alla vita…