170 anni fa la prima cooperativa a Rochdale

I Probi Pionieri di Rochdale

I Probi Pionieri di Rochdale

ATTILIO IANNIELLO

Andrè Gide scriveva: «È dalla porta stretta dell’utopia che si entra nella realtà costruttiva». Questa affermazione diventava nel corso della storia l’emblema sempre cercato e attualizzato del movimento cooperativo il quale secondo gli storici nasceva con la prima cooperativa costituita a Rochdale nel 1844.

Certamente le radici profonde della solidarietà umana, dell’idea che era possibile risolvere i problemi naturali, meteorologici o sociali aiutandosi l’un l’altro fraternamente non sono certamente databili, poiché hanno sempre accompagnato l’uomo nel corso della sua storia.

Anche la letteratura sapienziale e religiosa dell’antichità ha spesso sottolineato l’importanza della collaborazione dell’uomo con l’uomo, dell’attenzione alle esigenze dell’altro.

Il testo più pregnante ed incisivo, anche per quanto ha poi generato in seguito sia a livello religioso che sociale, lo troviamo nel Nuovo Testamento quando viene descritta la forma di vita della prima comunità cristiana. Nei versetti degli Atti degli Apostoli emerge un’unità di solidarietà, di attenzione all’altro e di rinuncia al proprio tornaconto per il benessere comune che diventerà matrice, in Occidente, di utopie anche distanti concettualmente dal cristianesimo stesso: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2, 44-45) e ancora: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4, 32-35).

Sul modello della prima comunità di seguaci di Gesù di Nazareth vennero scritte le Regole degli ordini monastici basiliani e benedettini; vennero in seguito ideate quelle società modello descritte, per esempio, tra il XVI e il XVII secolo dall’inglese Thomas More in “Utopia”, dal frate domenicano calabrese Tommaso Campanella ne “La Citta del Sole” e dall’umanista tedesco Valentin Andreä in “Christianopolis”; vennero infine messe in pratica quelle forme comunitarie se non comunistiche di organizzazione sociale da parte di minoritari gruppi cristiani nati soprattutto nell’ambito della Riforma protestante quali gli Anabattisti, i Quaccheri, i Mennoniti ed in particolare gli Shakers.

I termini stessi “cooperare” e “cooperazione”, con tutte le loro derivazioni, erano inizialmente utilizzati nel linguaggio teologico (si veda per esempio il concetto di grazia cooperante nella teologia scolastica) per poi assumere nel corso del tempo diversi significati fino ad arrivare tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ad essere presenti per la prima volta nella fraseologia economico sociale.

Artefice di quest’ultimo nuovo utilizzo fu l’inglese Robert Owen che usò la parola “cooperazione” contrapponendola a “competizione” e “concorrenza”, emblemi linguistici di quel capitalismo senza regole che guidava la prima fase della Rivoluzione industriale del Regno Unito.

Robert Owen

Robert Owen

Il pensiero di Owen veniva a rappresentare, insieme alle teorie di altri ideatori della “società perfetta” a lui contemporanei (si pensi per esempio a Charles Fourier), la radice utopistica della cooperazione.

Di fronte alla realtà di grave ingiustizia sociale Owen pensò fosse giunto il momento di intervenire concretamente nella costruzione di una nuova società in cui «ogni parte è formata per creare e assicurare la felicità della razza e migliorare tutte le cose che hanno relazione con la vita umana… Ogni nucleo sociale sarà fondato e interamente costruito su questo principio. La felicità di tutti sarà lo scopo e l’oggetto di ciascuna parte di questa riorganizzazione in tutta quanta la società» (Owen Robert, Il libro del nuovo mondo morale, in Bellocchi Ugo, Il pensiero cooperativo dalla Bibbia alla fine dell’Ottocento, Reggio Emilia, 1986,  Vol. I, pag. 250).

La base di partenza per questa riforma sociale doveva essere la costituzione di “villaggi di cooperazione” che furono dettagliatamente descritti da Owen nel “Rapporto alla Contea di Lanark” datato 1° maggio 1820.

Le riflessioni di Robert Owen, che in seguito provò ad organizzare concretamente queste comunità mutualistiche, furono il tronco principale su cui il movimento cooperativo britannico innestò le sue esperienze nella prima metà del XIX secolo, ed ebbero anche la buona sorte di innervare seppure in modo indiretto le concezioni successive del pensiero cooperativistico.

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Ma torniamo ancora in Inghilterra; nel 1820 seguendo le indicazioni oweniane George Mudie, editore del giornale “The Sun”, promosse con i suoi giornalisti e tipografi la “London Cooperative and Economical Society”, un’esperienza cooperativistica che durò poco tempo ma che ebbe il merito, secondo la testimonianza di George Jacob Holyoake, il più importante storico della cooperazione inglese, di essere la prima Società ad aver utilizzato il termine “cooperativa”. In quegli anni poi William King, anch’egli seguace di Owen, con il suo giornale “The Cooperator” pubblicizzò e promosse le “Cooperative Trading Associations” che avevano il fine ultimo di costituire delle comunità di ispirazione oweniana. Agli inizi degli anni Trenta del XIX secolo si contavano oltre trecento “Cooperative Trading Associations” che ebbero però vita effimera. In questo contesto Charles Howarth a Rochdale, un sobborgo industriale di Manchester, fondò nel 1833 un “Negozio cooperativo”; esperienza quest’ultima di nuovo fallimentare (chiuse nel 1835) a causa «di aver fatto troppo credito ai soci» (Holyoake George Jacob, La storia dei probi pionieri di Rochdale, Roma, 1995, pag. 69).

Nonostante gli insuccessi, anzi paradossalmente proprio grazie a questi fallimenti ed alla riflessione sugli errori commessi, i cooperatori inglesi giudicarono essere ormai i tempi maturi per creare una cooperativa che superando gli orizzonti utopistici oweniani (senza ripudiarli del tutto, come vedremo) ponesse le basi del moderno sistema cooperativo.

Nasce nel vicolo dei Rospi la nuova cooperazione.

La nuova consapevolezza cooperativistica nasceva proprio in Inghilterra e proprio a Rochdale, cittadina della contea del Lancashire nella prima metà degli anni Quaranta del XIX secolo: «Erano i tempi in cui a Rochdale 7.000 operai (un terzo circa della popolazione) si trovavano privi di lavoro… erano i tempi in cui il salario medio dei tessitori era sceso dai 30 scellini settimanali del 1810 ai dieci ed anche ai sei scellini del 1840, e i salari non erano pagati nemmeno in moneta ma in natura e la povera gente viveva – o meglio moriva – con sei pence la settimana… erano i tempi in cui i bambini di 5 o 6 anni erano costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno in tane prive di aria e di luce, indegne di esseri umani, e nelle fabbriche inglesi vigeva in tutto il suo tragico orrore lo sweating system pel quale gli operai venivano spremuti fino all’ultima goccia di sudore e spesso anche di sangue». Con questa drammatica descrizione della situazione sociale della cittadina industriale a pochi chilometri da Manchester, Alberto Basevi introduceva nel 1953 l’opera di George Jacob Holyoake in cui si raccontava la storia dell’avventura umana, politica ed economica di quei primi ventotto soci, in maggioranza tessitori, che diedero vita alla Rochdale Society of Equitable Pioneers, che è considerata dagli storici la prima cooperativa nel senso attuale del termine: «Alla fine dell’anno 1843, in uno di quei giorni tetri, umidi, tediosi, che nessun francese ammira – come si verifica verso novembre in cui il sole non risplende se non con difficoltà e solo per pochi istanti – un piccolo gruppo di poveri tessitori, disoccupati e quasi privi di cibo, scoraggiati per la loro situazione sociale, si riunirono per ricercare i mezzi atti a migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita» (Holyoake George Jacob, La storia dei probi pionieri di Rochdale, Roma, 1995, pag. 47).

Essi decisero, anche con l’apporto ideale di Charles Howarth, di iniziare una sottoscrizione per avere i soldi a sufficienza per costituire una cooperativa di consumo. Lo stesso Howarth, che era stato il promotore di quel “Negozio cooperativo” fallito anni prima, probabilmente fu il suggeritore di quell’atteggiamento di prudenza che indusse i Soci amministratori a rifiutarsi di far credito a chicchessia. Dopo un anno di preparazione, dibattiti e ricerca di nuovi Soci alla fine «la loro società fu registrata il 24 ottobre 1844, con la denominazione di Società dei Probi Pionieri di Rochdale. Per quanto meraviglioso il loro successo, il loro primo sogno era stato ancora più stupendo, essi avevano sognato di rifare il mondo» (Holyoake George Jacob, op. cit., pp. 68-69).

La cooperativa che univa persone di fede religiosa e politica diversa si era costituita con il seguente fine:

«Lo scopo e il programma di questa società è quello di adottare provvedimenti per assicurare il benessere materiale e migliorare le condizioni familiari e sociali dei suoi soci, costituendo un capitale di una sterlina per ogni azione per poter dare attuazione ai seguenti piani:

a) la creazione di un magazzino per la vendita di derrate, abiti, ecc.;

b) la costruzione o l’acquisto di un certo numero di case dove possano dimorare i soci, che desiderino aiutarsi vicendevolmente per migliorare la loro condizione familiare e sociale;

c) la fabbricazione di quegli articoli che la società riterrà opportuni per dare lavoro ai soci disoccupati o per aiutare coloro che soffrono in seguito a ripetute riduzioni dei loro salari;

d) a maggior vantaggio e sicurezza dei suoi soci, la società acquisterà o affitterà una o più proprietà fondiarie che saranno coltivate dai soci disoccupati o il cui lavoro è mal retribuito;

e) appena sarà possibile, la società si occuperà di regolare i poteri della produzione, della distribuzione, dell’educazione e della direzione o, in altri termini, di fondare una colonia che viva coi propri mezzi per gli interessi comuni o di aiutare altre società per la fondazione di consimili colonie».

Il 21 dicembre del 1844 i cooperatori aprirono il loro primo magazzino di Rochdale in Toad Lane (vicolo del Rospo: «Il suo nome non era immeritato», scriveva Holyoake poiché era in una zona degradata e malsana della cittadina).

In quel giorno d’inverno dal quale gli storici ufficialmente datano la nascita della cooperazione in generale e di quella di consumo in particolare, chi fosse entrato nello spaccio inaugurato dai Probi Pionieri avrebbe trovato sugli scaffali «un quarter e ventidue libbre di burro, due quarter di zucchero, tre sacchi di farina a 37 scellini e 6 pence e tre a 36 scellini, un sacco di avena e due dozzine di candele» (Un quarter è pari a chilogrammi 12,70 ed una libbra a grammi 453,60).

Iniziava così in sordina la storia di una delle più interessanti realizzazioni cooperative d’Oltre Manica, storia a cui il Movimento cooperativo britannico e quello mondiale, nelle loro migliori espressioni, guardano ancora oggi con estrema attenzione ed interesse.

Infatti da questi “probi pionieri” nasceva l’idea di risolvere i gravi problemi della povertà e dello sfruttamento avviando il processo del “fare da sé”, di non aspettare passivamente l’aiuto della carità esterna, aiutandosi l’un l’altro in forma solidale.

È interessante notare che la Rochdale Society of Equitable Pioneers sottolineava che il compito solidale della cooperativa doveva andare oltre l’aspetto del consumo verso una solidarietà efficiente tra i soci (case, lavoro, servizi, ecc.).

Lo Statuto dei probi pionieri di Rochdale interpella quindi ancora, a distanza di 170 anni non solamente il Movimento cooperativo ma tutte quelle forme di associazionismo che vogliono partecipare creativamente ad un cambiamento sociale che ponga la persona (vista nel complesso di tutti i suoi diritti e doveri) al centro della cultura, della politica e dell’economia.

Il Quarto Stato in un manifesto sindacale

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