L’altra Ferrara, complice un’immagine

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FULVIA GIACOSA
In una recente mostra d’arte a Palazzo Samone (Cuneo) di Giuseppe Formisano e Daniele Guolo c’era uno dei noti “vasi” di quest’ultimo che ha fatto da starter a queste poche righe su Ferrara.
Chiariamo subito che tra l’opera e questo scritto non c’è alcuna relazione, ma tutti sappiamo che un’immagine, quando esposta, non appartiene più al suo autore – non del tutto almeno – ma a chi la guarda, il quale si sente libero di vederci un po’ di sé, dei propri ricordi e letture, della propria sensibilità: così finisce di scorgervi molto più di ciò che c’è, addirittura tutt’altro, sperando che l’autore non si senta troppo defraudato, anzi accolga con indulgenza una lettura “altra”.

Or dunque quel “vaso”, figura di per sé simbolo d’ogni fragilità, memoria compresa, contiene un bel giardino e due figure d’antan che mi hanno richiamato alla mente i bassaniani Alberto e Micol Finzi-Contini e insieme le tante pagine dell’autore da cui emerge una Ferrara minore tra spazi ancora esistenti e altri di pura suggestione.
C’è infatti la Ferrara monumentale (il Castello, il Duomo, Palazzo Diamanti, Palazzo Schifanoia per citare i luoghi più prestigiosi e noti) e c’è quella immersa in un’apparente ordinarietà, dalla dimensione quasi paesana, che si rivela a chi ama camminare senza una meta precisa. Ancor oggi, nonostante un turismo internazionale, Ferrara è immersa nella noia e l’ozio della provincia. Vi si trovano vecchie strade lastricate di ciottoli e su di esse si affacciano case relativamente basse (per lo più a due piani) con facciate in cotto, il cui allineamento stradale è interrotto da bassi muretti che lasciano intravvedere piccoli spazi verdi interni, ora a giardino ma un tempo ancora ad orto domestico.

L’itinerario che segue è la sommatoria di altrettante visite personali alla città effettuate nel corso degli anni, tra cui una memorabile con Gabriella Mongardi, amica carissima, ai tempi in cui eravamo colleghe al Classico di Mondovì.
Lascio alle guide turistiche le architetture prestigiose e i bellissimi musei cittadini in favore di vie anonime ma ricche di storie letterarie: il nostro mentore è Giorgio Bassani che alla sua città ha dedicato la raccolta di scritti che va sotto il nome di “Romanzo ferrarese”, ove luoghi veri e d’invenzione si sovrappongono. Il che si ritrova nel suo romanzo più noto, Il giardino dei Finzi Contini (1962), che molti conoscono anche nella versione cinematografica di Vittorio De Sica (1970).
Lungo la strada si aggiunge un altro accompagnatore, quel Biagio Rossetti architetto rinascimentale considerato un outsider rispetto ai colleghi che hanno disegnato città ideali. Ancora una volta non è la Ferrara élitaria dei palazzi di corso Ercole I d’Este ma quella di edifici in mattoni come la casa dell’architetto posta alle estreme propaggini del ghetto, in via XX Settembre, vicina alla Prospettiva della Ghiara con il bell’ arco in mattoni che immetteva dentro le mura. Meglio arrivarci da via Caprera, com’era uso per chi vi si recava ai tempi della costruzione, cosa di cui l’architetto tenne conto nel progetto del 1490.

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Capace di rendere prezioso ciò che nulla ha di appariscente, Rossetti ha studiato la facciata in lento avvicinamento così che l’edificio si rivela per sequenze successive: da lontano si vede solo il portale sormontato dal muro pieno superiore; poi compaiono le finestre del secondo piano simmetriche al portale; solo quando si è abbastanza vicini il blocco nel suo insieme rivela la particolare distribuzione del finestrato, che, lungi dal rispettare la rigida simmetria albertiana, appare spontaneo e un po’ disordinato, alla maniera medievale, in una logica distributiva rispondente alle necessità degli interni. Il principio progettuale è dunque quello della funzionalità, a scapito del geometrico reticolato d’affaccio. Tutti gli elementi rossettiani sono presenti: le finestre non interrompono mai bruscamente la continuità del muro, sono a spigoli laterali vivi tipicamente ferraresi; quelle basse sono a sesto ribassato per non creare fughe verso l’alto e hanno la cornice tagliata in diagonale per non interrompere troppo la superficie muraria. Un risultato quasi di schiva modestia, antiretorico, pur nella presenza di raffinatezze quali le decorazioni nella finissima argilla locale, di grande fantasia (pesci, conchiglie, cavallucci marini, testine, rosoncini).
È ora di addentrarsi nell’area medievale tra le strette vie Fondobanchetto, Coperta, Salinguerra (compresa nelle mura ma con grandi orti che si stendono oltre i rossi muretti fiancheggianti dai due lati la strada e di cui pochi in città, pur conoscendone l’esistenza, sospettano l’estensione[i]), Porta San Pietro, Voltacasotto, Belfiore … fino a via delle Volte (“priva di marciapiedi, il ciottolato pieno di buche” – la descrive Bassani in Il giardino dei Finzi Contini) e al cuore del ghetto la cui arteria principale è via Mazzini. Spesso citata da Bassani, è la strada su cui si affaccia la sinagoga dove il nostro si recava nelle festività ebraiche e a scuola dopo che le leggi razziali del ’38 avevano escluso gli ebrei dalle scuole pubbliche (sulla via due lapidi ricordano le persecuzioni razziali).

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Era la via, cioè, che partendo da piazza delle Erbe e fiancheggiando il vecchio ghetto – con l’oratorio di San Maurelio all’inizio, la stretta fessura di via Vittoria a mezzo corso, la facciata di cotto rosso del Tempio israelitico un poco più avanti, e la doppia, opposta schiera dei suoi cento fondachi e botteghe, proteggendo ognuno, nella penombra impregnata di odori, una piccola, cauta anima intrisa di mercantile scetticismo e ironia – congiunge i vicoli contorti e decrepiti del nucleo medievale di Ferrara con le splendide arterie, tanto devastate dai bombardamenti, della parte rinascimentale e moderna della città. Il Tempio, dalla rossa facciata in cotto, era una delle poche cose – compresa la stessa via Mazzini che la guerra, grazie a Dio, aveva risparmiato completamente, ed era rimasta identica a prima – sulle quali … uno potesse ancora contare.
Via Mazzini conduce dal ghetto al fianco del Duomo romanico dalla splendida facciata, con la Loggia dei Mercanti sul lato, e poi al Castello Estense, antica fortezza ampliata e ristrutturata da Ercole I d’Este, secondo duca di Ferrara dal 1471 al 1505, che ne fece una residenza di corte. Oltre ad una visita all’edificio consiglio di seguire il fossato dalla parte di corso Roma: qui si cammina sul luogo testimone di una efferata rappresaglia fascista nel 1943. La persona di fuori, venuta a Ferrara per ammirarvi le bellezze artistiche, avrà tutto il tempo di calpestare a suo agio il marciapiede dove … giacquero undici cadaveri insanguinati, nonché di passar davanti alle piccole targhe di marmo con sopra incisi i nomi dei fucilati che nel ’45, l’indomani della Liberazione, il Comune fece murare in tre punti distinti lungo la spalletta della Fossa del Castello – nei punti precisi dove i cadaveri, ammucchiati nella neve come tanti fantocci, furono trovati la mattina del 15 dicembre 1943 – senza che il corso dei suoi pensieri venga minimamente a essere turbato.

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Da qui si entra nella Ferrara rinascimentale ed elegante dell’Addizione Erculea, operazione urbanistica che il duca affidò proprio a Biagio Rossetti nel 1492 al fine di ampliare le mura e ingrandire il centro abitato verso nord, facendo di Ferrara uno dei più importanti centri signorili europei. Il piano urbanistico oltrepassa il vecchio canale interrato della Giovecca (attuale corso omonimo) che taglia il corso Ercole I perpendicolarmente come, dall’altro lato, fa corso di Porta Mare. Al fondo di questo corso si conserva ancora un basso muretto di divisione che fiancheggiava, dal lato sinistro, l’ultimo tratto della Giovecca.

Nel piano dell’Addizione Rossetti progetta una città funzionale in grado di permettere correzioni future senza stravolgere l’esistente. Il sistema difensivo delle nuove mura è tale da non determinare in modo rigido la viabilità interna: infatti i due assi principali (il corso estense e la sua perpendicolare, vera direttrice del nuovo sviluppo urbano che conduce alla piazza Nuova, ora Ariostea, posta all’altezza di Palazzo dei Diamanti, cosiddetto per via delle bugne tagliate come gemme) non sono perfettamente perpendicolari tra loro, né tantomeno ortogonali al perimetro fortificato. Rossetti salda inoltre il centro vecchio al nuovo, prolungando, ove possibile, le vie esistenti al di là della Giovecca, che da barriera si trasforma in generatrice di percorsi alcuni dei quali conservano un tracciato sinuoso coerente con quello medievale. Gli edifici monumentali non si impongono mai come volumi isolati ma privilegiano la fuga prospettica con soluzioni d’angolo come balconcini o lesene che fungono da indicatori, invitando a svoltare in percorsi laterali alternativi (si vedano Palazzo Prosperi Sacrati con il suo piccolo giardino – dove viveva un’influente famiglia ebrea, i Prosperi appunto, il cui palazzo finì al Demanio negli anni Trenta – e Palazzo Turchi di Bagno).

In sintesi l’addizione è aperta (non cristallizza lo sviluppo in una forma precostituita), lungimirante (è riuscita a contenere cinque secoli di ingrandimenti), unificante (introduce il linguaggio moderno nel nucleo preesistente anziché relegarlo nelle zone di espansione), dinamica (sottolinea gli angoli, le cerniere, i cambi di direzione), a misura d’uomo (priva d’ogni sfacciata monumentalità estraniante).
Percorrendo la zona si arriva al tratto delle Mura degli Angeli e al non lontano cimitero ebraico. La cinta muraria rossettiana ingloba alcune preesistenze di cui restano oggi la Certosa e S. Maria degli Angeli, mentre altre sono nelle vicinanze del Castello Estense.

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Le mura degli Angeli, spesso citate negli scritti di Bassani, erano e ancora sono luogo di passeggiate. A ridosso di quelle a est (dove c’è la Montagnola) si trova il cimitero ebraico. Vi si entra al fondo di via Montebello da via delle Vigne e ci si trova in un’area detta un tempo “orto degli ebrei” con molte tombe a terra tra l’erba ombreggiate da alberi: un luogo la cui mesta funzione è tutt’uno con la serenità della natura.

Tra le circa ottocento tombe, prevalentemente otto e novecentesche con scritte in ebraico e in italiano, compresa quella di Bassani (opera bronzea di Arnaldo Pomodoro), c’è – artisticamente discutibile anzi quasi kitsch nelle sue tozze colonne doriche e nella variegata coloritura di marmi diversi – la tomba dei Finti Magrini che nel romanzo diventano Finzi Contini.

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Bassani stesso lo ha ammesso: mi sono ispirato alla famiglia del vecchio professore Magrini; cambiano appena i nomi dei componenti la famiglia (il professore Silvio diventa Ermanno, la moglie Albertina diventa Olga, la vecchia nonna Elisa diventa Regina e il figlio Umberto prende il nome di Alberto); ma Micol è stata un’aggiunta tutta mia, senza alcuna corrispondenza con la vera figlia del professore, Giuliana. Destino tragico per tutti: il padre fu arrestato nel 1943 e deportato prima nel lager di Fossoli e poi a Buchenwald in Germania insieme alla moglie, alla figlia Giuliana e alla vecchia madre paralitica, mentre il figlio morì a Ferrara in quello stesso1943 di una forma leucemica.
Prima di tali eventi, i Finzi Magrini abitavano in una casa signorile (ora scomparsa) in Borgo Leoni non lontano da quella dei Prosperi, vale a dire fuori dal ghetto (dove erano vissuti gli antenati). Nulla a che vedere con la collocazione, nel romanzo, della “magna domus” immersa in un parco che spaziava per quasi dieci ettari fin sotto le mura degli Angeli, da una parte, e fino alla barriera di Porta San Benedetto, dall’altra [ii], vale a dire orientativamente collocato in una vasta area racchiusa tra l’ultimo tratto del corso Ercole I d’Este (dove aveva l’ingresso principale), le mura degli Angeli, quelle a ovest con il torrione del Barco (Barchetto del Duca è detta la tenuta nel romanzo) e l’attuale via XXV Aprile, un quadrilatero ampio oggi fatto di anonime case “moderne” ma anche alcuni spazi verdi. Immenso, davvero sterminato, con al centro, mezzo nascoste nel verde, le torricelle e i pinnacoli della magna domus, e delimitato lungo l’intero perimetro da un muro di cinta interrotto unicamente un quarto di chilometro più avanti, per lasciar defluire il canale Panfilio.
Dunque il famoso giardino non esiste e non è mai esistito, ma chiunque abbia letto Bassani non può che figurarselo nel suo aristocratico isolamento: Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine. Sta il fatto che lo stesso isolamento, la medesima separazione di cui i Finzi-Contini avevano circondato i loro defunti, circondava anche l’altra casa che essi possedevano, quella in fondo a corso Ercole I D’Este. … questa strada di Ferrara è così nota agli innamorati dell’arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione di essa è superflua.
In quel giardino di fantasia, sintesi di tanti spazi veri e specchio di una élite ebraica altera che non ama mescolarsi col resto della città, passa la storia di tante famiglie distrutte dalla storia. Esso è però anche luogo dell’anima e come tale lo riceviamo dal romanzo: che poi è l’anima di un “uomo destinato a vivere dei recuperi della memoria” come tutti noi (ha scritto Montale). Non fosse che per questo, Ferrara merita una passeggiata alternativa a quella, pur degna d‘essere visitata, dei grandi monumenti.

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[i] Dove non diversamente indicato, le citazioni in corsivo sono tratte da G. Bassani, Cinque storie ferraresi

[ii] Questa e le successive citazioni in corsivo sono tratte da G. Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini