Visioni lunari

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SILVANO GREGOLI

 

Anni ’60,  zona del Pian della Tura.

Mondovì, sabato pomeriggio, Piazza Adua. È maggio, è scoppiata la primavera ma le montagne sono ancora bianche. Noi del rifugio siamo pronti ai piedi delle lambrette. Siamo una dozzina, c’è perfino una macchina.
Mezz’ora dopo smontiamo tutti di sella sulla piazzetta di Baracco.

I prati sono gonfi di fiori in questa stagione e l’erba è verde. Andiamo su a piedi, sci in spalla, per il gran prato delle Marzolere. Poco dopo arriviamo al Pino dove lasciamo definitivamente la primavera alle nostre spalle.

foto Renato Dadone (particolare)

foto Renato Dadone (particolare)

Davanti a noi il panettone innevato del Pian della Tura. Alla sua sinistra il Mondolé che in veste invernale pare una vetta himalayana. La neve del boschetto è tutta coperta di fiori di nocciolo: ci deve essere stata una burrasca di vento. Saliamo, leggerissimi, in un paesaggio incantato.
L’inverno vero comincia alla Selletta. Al rifugio è ormai sera e fa freddo. Tutti dentro a fumare allungati sulle panche.

Poco fa qualcuno è uscito a prendere una boccata d’aria. Rientrando ha parlato concitatamente: sembra che da dietro al Mondolé sia spuntata una luna che non si è mai vista. La si vede splendere, gigantesca, attraverso la finestra.
Sono uscito anch’io. La luna è davvero fantastica stanotte. Artesina, ai miei piedi, palpita delle sue povere luci. Prato Nevoso, più lontano, brilla già come una festa. Deve essere favoloso lassù, sulla Trucca.

La Trucca è un grande spallone al riparo del quale è stato costruito il rifugio. Dal rifugio sono cinquecento passi in salita, cinquecento scalini nevosi che  percorriamo in silenzio, in attesa. Appena arrivati su, affondiamo le mani nelle tasche e poco alla volta spalanchiamo gli occhi. Ci vorrebbero degli occhi enormi per vedere tutto. La prima cosa che si vede – che si sente, piuttosto – è un gran vuoto. Non c’è niente davanti alla Trucca e la balza sprofonda ai nostri piedi fino alla pianura, milleseicento metri sotto. Sulla sinistra si slanciano in curva tutte le Alpi, proprio come sulla carta geografica: una cerchia di denti bianchi piantati tutt’intorno per incoronare la pianura. È lei la regina della montagna, il fascino vero della Trucca, il sortilegio di ogni notte. È tutto il Piemonte che traballa ai nostri piedi come una ragnatela lucente soffiata dal vento. E i chiarori là sotto: Peveragno, Boves, Cuneo, Mondovì un po’ più lontana; sono intere città che galleggiano a mezz’aria trasportate da fenomeni ottici arcani, sostenute da invisibili turbolenze. Sono chilometri di rettilinei illuminati che a tratti si snodano come nastri sbattuti dal vento.È questo il miraggio notturno che ha il potere di estrarci dal rifugio per rimanere qui, in silenzio, a guardare la Terra confondersi con il cielo.

disegno di E. Billò

Scesi dalla Trucca abbiamo calzato gli sci, abbiamo attraversato quasi in corsa un vasto pianoro abbagliante e adesso, su per balze e gobbe luccicanti, siamo scomparsi nel ventre candido del Pian della Tura. Avanziamo sparpagliati in un fruscio di polvere di neve intatta. La cime gemelle della Cima Durand, sempre più vicine, ci appaiono per quello che sono: due enormi mammelle tonde e bianche.
Fa freddo quassù. Devono essere le due e si è alzato un vento a folate: solleva a tratti dei mulinelli di neve che creano pallidi arcobaleni. Si scende come in un sogno, in un paesaggio senza ombre, senza rilievi, senza realtà. La pianura sembra adesso un mare in burrasca con milioni di lampare. Se non fosse per la gran luna piantata lassù nel cielo, tutto il resto sarebbe totalmente sprovvisto di punti di riferimento.

Gregoli Rifugio illuminatoLa luce del rifugio si è ingrandita, finalmente. Già si vede l’immagine della finestra proiettarsi sulla neve del piazzaletto.
Rientriamo in silenzio, nauseati di luna, nauseati di luccichii, di trasparenze. Ah, che sollievo il pavimento di legno sporco, la stufa nera, il tavolo in disordine, il dormitorio buio, le coperte polverose, le tenebre finalmente conquistate!
Dalla finestra del dormitorio, attraverso una fessura nell’imposta, si insinua una lama di luce. Deve essere enorme la pressione lunare là fuori, ma nell’insieme il rifugio regge, anche se le persiane gemono e scricchiolano. Nel buio dello stanzone le giacche a vento di piumino, tutte intrise di raggi di luna, continuano a emanare fioche fosforescenze. E non serve a niente chiudere gli occhi: c’è tutta la Via Lattea negli occhi chiusi.

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È sempre così quando si va sul Pian della Tura una notte di neve e di luna piena. A forza di errare, estatici, in tutto quel biancore, c’è sempre un frammento di luce che va a conficcarsi in qualche parte del tuo cervello. E non si spegne più; fossero pure vent’anni che abiti in un paese straniero, grigio, piatto, senza montagne, senza vento, senza sole, senza luna, senza passioni…

 (una prima redazione del racconto è comparsa nel libro Alpi Liguri primo amore, Vivalda, Torino 2004)

l’autore con il cane Lubi

Silvano Gregoli nasce (quasi) a Mondovì nel 1940. A dieci anni, scendendo dal Mondolé sotto una grandinata, si innamora delle montagne monregalesi. Nasce una dipendenza. Nel 1966, per sbaglio, lascia il paese e si perde per il mondo.  Seguono decenni di nostalgia e di crisi di astinenza che combatte scrivendo racconti di montagna. Nel 1990 pubblica E laggiù, Mondovì (Il Belvedere, Mondovì) dove si strugge per Mondovì e le sue montagne. Nel 2004 pubblica Alpi Liguri primo amore (Vivalda, Torino) dove si strugge più o meno per la stessa cosa. Nel 2010 pubblica il romanzo Xeno (Mursia, Milano), tecno-thriller apparentemente mondializzato, ma in realtà montanaro che più di così non si può. Tre anni fa è tornato a Mondovì. Dalla finestra di casa sua vede le stesse montagne che vedeva quando era giovane. Loro non sono cambiate.    

Immagine di copertina: Arnaldo Colombatto, Pian Balaur (particolare).

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