La sommessa intensa voce di Camillo Sbarbaro

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STEFANO CASARINO.

Forse il poeta più defilato di tutto il nostro Novecento, certo uno dei più timidi e riservati, Camillo Sbarbaro morì esattamente cinquant’anni fa, il 31 ottobre 1967 a Savona.
Fu chiamato da Eugenio Montale estroso fanciullo: opinione certamente sorprendente. Se l’analizziamo, l’aggettivo “estroso” significa “capriccioso, bizzarro, ricco di fantasia e di inventiva”: a parer mio, non è questa l’idea che si ricava dalla lettura dei (pochissimi) versi di Sbarbaro. “Fanciullo”, poi, era già un po’ stonato in quell’Epigramma che compare nella prima raccolta montaliana, Ossi di Seppia, del 1927: a quel tempo Sbarbaro aveva già 37 anni e Montale ne aveva 29. Ed è ben strano che chi è più giovane chiami “fanciullo” chi è più vecchio di lui!
Ma “fanciullo”, dicono i critici che se ne intendono, deve essere inteso con riferimento a Pascoli, a quel che di pascoliano vi è nella poetica sbarbariana. Ha invece ben più ragione Gina Lagorio quando sostiene: Sbarbaro non nascose mai la sua insofferenza per Pascoli.
In realtà, lo stesso Sbarbaro in Fuochi Fatui fece propria questa definizione, paragonando la propria facilità di stupirsi a quella di un bambino ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli.
È questa, a parer mio, un’indicazione preziosa per aiutare a far la conoscenza di questo poeta al lettore di oggi, che vi si accosta senza alcuna preparazione scolastica – credo sia quasi vano cercare tracce di Sbarbaro nei programmi svolti di letteratura italiana al Liceo– e quasi per caso: la capacità di provare meraviglia, di stupirsi della vita quotidiana, di coglierne gli aspetti con acuta sensibilità.

Facile riassumerne la biografia, sostanzialmente priva di fatti eclatanti.
Perse a soli cinque anni la madre, che morì di tubercolosi; ebbe forti legami d’affetto col padre (che ricorda in bellissimi versi), con la sorella e con la zia: per quest’ultima, a conclusione dell’ edizione definitiva delle Poesie,  compone una dedica commovente e, a mio giudizio, imprescindibile per comprendere il particolare “tono” della sua voce:
È tuo, Benedetta, questo libricino, prima ahimè e forse ultima testimonianza d’un debito che mai potremo soddisfare. Messo insieme con versi scartati o scordati, per questo appunto è naturalmente tuo, se tua era in casa la sedia cattiva, il posto scomodo: preferenze cui sapevi sempre trovare disarmanti giustificazioni. Ti chiamavi Maria, ma il nostro cuore ti chiamava Benedetta – tu che, morta nostra madre, venisti sedicenne a sostituirla e ci accompagnasti sino a questa età, paga di guardare dall’ombra in cui ti tenevi i figli di tua sorella con occhi luccicanti di amore e di ingenuo straziante orgoglio.
I volti più cari ormai anche in noi li sbiadì il tempo; ma così poco è quello che ci avanza da lasciarci sperare che almeno tu ci resti viva finché viviamo, finché pensarti è inginocchiarci.

I versi scartati o scordati – da questo convincimento, pienamente novecentesco, nascono i titoli di tutte le sue opere –, la predilezione e l’identificazione con chi occupa una posizione defilata, chi si fa da parte ed accudisce amorevolmente gli altri; e, ancora, il tono intenso e diretto, la straordinaria essenzialità di alcune espressioni (occhi luccicanti di amore; ingenuo straziante orgoglio; pensarti è inginocchiarci): sono tutte peculiarità della “voce” di Sbarbaro.
Per tutta la vita gravitò su Genova e su Savona: nato a Santa Margherita Ligure, si trasferì con la famiglia prima (1894) a Varazze, poi (1904) a Savona, ove frequentò il Liceo Classico “G. Chiabrera”, conseguendo la licenza nel 1908. Entrò subito nel mondo del lavoro, impiegandosi presso l’Ilva; nel 1911 pubblicò la sua prima raccolta poetica, Resine, apprezzata dalla critica. Partito come volontario per la Croce Rossa Italiana all’inizio della Grande Guerra, nel 1917 venne richiamato alle armi.
Scrive in proposito A.Barile: Soltanto due cose confessa di aver fatto forzatamente: il servizio militare (ma nella grande guerra portò onestamente il suo zaino di fante) e la vita d’ufficio quando fu per qualche tempo impiegato: il giorno che l’Ilva si trasferì da Genova a Roma Sbarbaro non accettò di seguirla e fu per lui, nel vero della parola, un giorno di festa.
Liberatosi  sia dal servizio militare che dal lavoro impiegatizio, si mantenne dando lezioni private di latino e greco; sviluppò un’autentica passione per la botanica, in particolare per lo studio dei licheni. Nel 1927 fu assunto come docente di lettere classiche presso l’Istituto Arecco di Genova gestito dai Gesuiti, ma rinunciò all’incarico piuttosto che iscriversi al Partito Fascista.
Dal 1941 al 1945 si trasferì a Spotorno, ove ritornò poi nel 1951 e vi risiedette sino alla morte. Così ricorda tale soggiorno l’amico Barile: Da alcuni anni Sbarbaro si è ritirato, con la sorella, nella casetta dei suoi vecchi a Spotorno, in quella parte, su in alto, dove il paese si fa povero e, stretto alla terra, dimentica il mare; uno dei “pezzi” ancora illesi e più schietti della nostra adorabile e disgraziata Liguria.
Considerazioni valide quando furono scritte, ma non certamente dopo la scellerata cementificazione di tutti quei luoghi che oggi appaiono tutto tranne che “illesi”!
Tornando a Sbarbaro, oltre ai suoi interessi botanici va ricordata la sua importante opera di traduttore di classici greci e francesi.

Quanto alle opere, quasi tutte le sue liriche, apparse in precedenza in minuscole raccolte e a notevole distanza di tempo l’una dall’altra (Pianissimo 1914; Versi a Dina 1931; Rimanenze 1955), sono ora raccolte in Poesie, edizione definitiva, un volumetto rosso che contiene a p. 141 un’importante Nota dell’Editore: Ho chiamato “edizione definitiva” perché così voluta da Camillo Sbarbaro, che me la inviò nel giugno 1967, quattro mesi prima di morire […], con l’esclusione tassativa di “Resine” («”Resine” non va ristampato»)[…]. Fino all’ultimo Sbarbaro si preoccupò di essere critico severo con se stesso, lasciando praticamente meno di una cinquantina di poesie (se si esclude la stesura 1960 di “Pianissimo”), ma fra le più belle in assoluto della lirica italiana del ‘900.
Oltre a questi pochi versi, ci ha lasciato anche le prose liriche Trucioli (1920), Liquidazione (1928), Fuochi fatui (1952), Scampoli (1960), Gocce (1963), Contagocce (1965), Cartoline in franchigia (1966).

Il primo aspetto che colpisce il lettore di oggi, abituato ad autori molto prolifici è il contrasto tra una vita lunga settantanove anni e i pochi versi composti.
In Sbarbaro c’è un impressionante rigore, che lo trasforma in giudice spietato della propria poesia: pubblica solo ciò che lui ritiene davvero degno, dopo averlo magari sottoposto al giudizio di qualche fidato amico.
Estrema rarefazione della poesia, dunque, di contro a tanta logorrea, moderna e postmoderna: forse una lezione appresa dai classici e naturalmente interiorizzata, perché perfettamente in sintonia col proprio carattere.
Ma anche un aspetto tipicamente “ligure”, quello dell’estrema “economia”, non solo di soldi, ma anche e soprattutto di parole (e qui viene spontaneo il raffronto con Montale, perlomeno sino alla svolta di Satura).
Delle liriche scarnificate ed essenziali di Sbarbaro mi limito a trascriverne due e a commentarle velocemente, come espressioni di straordinaria intensità di affetti, condotte con vigore e pudore assieme. Ecco la prima:
Forse un giorno, sorella, noi potremo
ritirarci sui monti, in una casa
dove passare il resto della vita.
Sarà il padre con noi se anche morto.
Noi lo vedremo muoversi per casa.
E allora capirà tutto il dolore
che traversammo uniti per la mano,
tu, la vita, sorella, senza amore,
io la vita, sorella, senza inganni.
Ed io lavorerò allora all’altro
scopo pel quale vivo, di lasciare
un segno al mondo che son stato anch’io.
E quando l’illusione non mi basti
di vivere nell’arte molte vite,
il tuo dolore farà muto il mio.
Per sentirci ogni giorno più vicini
ricorderemo a volte ciò che fu;
e andremo a ripassar pei luoghi dove
passammo a man di nostro padre piccoli,
perché il nostro alimento è l’amarezza.
E se vuota ci paia l’esistenza
e se il rimpianto di tutt’altra vita
alla gola ci afferri qualche volta,
alla consolatrice unica andremo.
Delle giornate intere noi staremo
con le due mani aperte sopra l’erba,
quasi lieti d’esistere per quello.
E vivremo così in compagnia
dei maggiori fratelli, i fiumi e i boschi,
pacificati con la nostra sorte.
Perché ciò sia, sorella, io faccio patto
che il mio dolore duri quanto me,
anzi di giorno in giorno mi s’accresca.

Questo il sogno che faccio ad occhi aperti.

L’incipit ha una parziale assonanza montaliana, può rammentare il più celebre Forse un mattino andando in un’aria di vetro. Ma qui non c’è la tensione metafisica del più breve testo montaliano: nessun miracolo, nessuna epifania del nulla. Anzi, il sogno ad occhi aperti è quello del recupero dei propri affetti, della ricreazione di un microcosmo sicuro. La casa cui si aspira sarà la meta finale dell’esistenza, la si immagina condivisa con l’inseparabile sorella e con la presenza del padre morto. Sarà un approdo che consentirà di continuare ad accettare l’esistenza, col suo carico di amarezza (il nostro alimento è l’amarezza) e di dolore (termine tre volte ripetuto) e di dedicarsi al lavoro che permetterà forse di lasciare una traccia del proprio passaggio in questa vita e di vivere nell’arte molte vite. Un’illusione, certo, ma salvifica.
Ritirarsi, vivere in disparte dagli altri, ripensare agli anni vissuti in parallelo con la sorella che non ha conosciuto l’amore, mentre lui  era troppo disincantato per viverla davvero; nutrirsi molto più di passato che di presente, sentire acutamente il vuoto dell’esistenza, passare giornate d’ozio a contatto con la natura, coi maggiori fratelli, i fiumi e i boschi e solo così ottenere una riconciliazione, una “pacificazione” interiore.
La maggior parte dei verbi al futuro e il costante impiego della prima persona plurale tratteggiano un programma di vita minimalista e condiviso, perfettamente coerente con quanto davvero egli riuscirà a realizzare.
Il tono è semplice, diretto, intenso: nessun diminutivo o vezzeggiativo alla maniera pascoliana, nessun eccesso retorico. Vigore e pudore, appunto.
Veniamo alla seconda lirica:

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,

l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…

Questa è certamente una delle più belle poesie d’amore di tutta la nostra letteratura.
La rivelazione dell’amore, che fa irruzione con passo di danza in un’esistenza schiva e dimessa; l’entusiasmo infantile che impone di “festeggiare” un bene così sorprendente e l’impossibilità di farlo: splendido il verso e tacerti vicino già mi basta! L’afasia indotta dall’epifania del numinoso, diagnosticata la prima volta da Saffo, viene straordinariamente personalizzata da Sbarbaro che vi insiste con una delicata similitudine: come il sorgere del sole, il prorompere della luce, fa ammutolire gli uccelli che pigolano nel bosco, così l’apparizione della donna amata zittisce il poeta.
Ma vi è soprattutto la soddisfatta consapevolezza che si è avverato il sogno sognato sin dalla prima adolescenza, quando si aveva bisogno di amare come di respirare. E ancora una volta si avverte il bisogno di parlare, di dire tutto e l’impossibilità di farlo: chissà se qui lo Sbarbaro amante del greco antico ha consapevolmente avvertito la vicinanza con Apollonio Rodio, quando immagina la condizione di Medea innamorata di fronte a Giasone (non sapeva quale parola dirgli per prima,/ perché voleva dirgli tutto insieme, nello stesso tempo)?
Ancora una volta, poi, il ricorso ad una similitudine: le parole che da sole salgono alle labbra del poeta sono come l’acqua che tracima da un recipiente, esonda e non sgorga facilmente…
E l’ultima immagine resta magnificamente sospesa: due labbra d’uomo che baciano il vuoto, perché a ciò le aveva indotto il bisogno d’amore nelle ore deserte. Un atteggiamento puerile, forse, ma vero.

Felicità segreta d’esser passato pel mondo in punta di piedi così, scrive Sbarbaro in Fuochi fatui: come la sua vita, schiva e appartata, così è tutta la sua opera. Osserva Gina Lagorio: Far poesia, ma in punta di piedi; lasciar detto di sé, ma senza iattanza: questa l’umiltà di Sbarbaro, che non era rassegnazione o, peggio, scarsa coscienza di sé; solo, non voleva adeguarsi alla morale del gregge, estraneità non è umiltà, anzi con la pletora vociante e vanesia dei letterati egli non voleva aver niente in comune.
Forse proprio per questo suo ligustico schermirsi, questo pudico defilarsi lo rende ancor oggi uno degli autori più interessanti del nostro Novecento, certo più di tanti compiaciuti istrioni della letteratura.