35. Alchimia trasformativa

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DINA TORTOROLI

Non possono davvero sussistere dubbi, dopo la solida testimonianza fornita dal saggio di Giovanni G. Amoretti e dai contributi dei critici, riuniti a congresso nel 1985:  il Manzoni che realizza, insieme con le migliori teste che incrocia sul suo cammino, lo smantellamento e la trasformazione del Fermo e Lucia, per adeguarlo alle aspettative (di cantafavole?) della potenziale utenza letteraria, non può proprio identificarsi nell’autore di quella rivoluzionaria, programmatica e pedagogica opera Appassionata.
Comunque sia, concepire un “primo Manzoni” e poi comportarsi come se si fosse volatilizzato è un espediente che non può durare: il grande Assente deve riavere il proprio nome  posteritati  narratus et traditus.
Pertanto, ora posso ritornare al punto in cui avevo deplorato la soppressione “assurda” della messa in scena del colloquio tra il Conte del Sagrato e Don Rodrigo, per dar conto della mia definizione.
Era una scena madre, che avviava una nuova fase della “storia” su cui i lettori erano indotti a riflettere, affinché prendessero coscienza di sempre più complesse situazioni di abuso del potere, inimmaginabili dai pari di Fermo già oltre misura esasperati dal sistema oppressivo, incarnato nei Don Rodrigo presenti nel loro mondo paesano, contadino.
Si trattava di una conoscenza della realtà documentabile: tremenda realtà, ma che non doveva scoraggiare ulteriormente gli  offesi*, già fin troppo propensi a lasciare ogni speranza.
Al contrario, considerando la naturale attrazione dell’uomo verso il proprio bene, molti avrebbero potuto essere indotti a pensare che è meglio scegliere ciò che è bene per tutti.
Di certo, è sottinteso un impegno incessante nel potenziare la propria forza di volontà.
Diventa quindi esemplare il comportamento del Conte del Sagrato, personaggio storico terribile, che si impone all’attenzione di chiunque lo avvicini, per l’eccezionale energia interiore.
Infatti, ha parole e modi con cui esse sono pronunciate che permettono di sperimentarla anche in un brevissimo incontro.
Un episodio, divenuto celebre, fa ricordare fino a che punto egli osasse manifestare la propria insofferenza anche verso i potenti, se inetti**.
Il rapimento di Lucia Zarella dimostra poi con quanta efficienza operasse sul fronte del male.
Pertanto, è credibile che possa un giorno, volendolo, rivelare altrettanta preminenza nel fare il bene.
La sua commovente conversione può, infine, suscitare quella fiducia nella perfettibilità della natura umana che l’autore vuole inculcare nel maggior numero possibile di persone.
E quell’autore – non ho più la minima esitazione ad affermarlo –  non può essere altri che Andremone Alcioneo, Conte D. Carlo Imbonati, coerente agli impegni assunti quando era ventenne.
Come  Abretano Perizio, D. Bartolomeo Pacca de’ Principi di Rosolini anch’egli fondatore, nel 1773, della Colonia Stravagante, all’interno del Collegio Clementino – l’Imbonati avrebbe potuto scrivere in proprie Memorie storiche: «Defendi adolescens  non deseram senex» (Puntata n. 10).
Per opera di alchimia trasformativa metafora di ricerca interiore il Fermo e Lucia equivarrebbe dunque a un’operazione da laboratorio alchemico, per ottenere la trasmutazione dell’individuo.
Perché no?
L’alchimista Imbonati, chrétien éclairé capace di vedere oltre l’apparenza, fa in modo che si trasformi in ciò che può divenire.
Insomma, Fermo e Lucia – opera progettata secondo il criterio di scrupolosa progressività con cui le società dei Liberi muratori si prefiggevano di illuminare gli uomini – rivela non solo che l’autore appartiene sotto tutti gli aspetti al secolo dei lumi, e che ha fatto propria l’attività riformatrice «che fa della massoneria settecentesca un laboratorio progettuale di riforme sociali e istituzionali» (Cazzaniga), ma sa anche attenersi a ciò che è davvero  efficace.
Spiega in sostanza ciò che intendo dire un documento massonico settecentesco la cui importanza è stata ripetutamente evidenziata dal prof. Gian Mario Cazzaniga: Mémoire concernant une association intime à établir dans l’Ordre des F. M. pour le ramener à ses vrais principes et le faire tendre au bien de l’humanité, rédigé  par le F. Mi. nommé présentement Arcesilas en 1776 (Memoria concernente una associazione riservata da stabilire nell’Ordine dei Liberi Muratori, per ricondurlo ai suoi veri principi e farlo tendere al bene dell’umanità, redatta dal Fratello Mi. denominato  attualmente Arcesialo, nell’anno 1776)***.
Il professor Cazzaniga fa sapere che si tratta di un testo “ritrovato fra le carte di Mirabeau e pubblicato solo nel 1834 dal figlio adottivo Lucas de Montigny nella edizione da lui curata delle Opere di Mirabeau”****. Lo traduce integralmente e lo analizza, nel saggio La religione dei moderni,  del 1999, per opporsi al fatto che non avesse fino ad allora «avuto molta fortuna». Lo ripropone nel 2016 insieme con altri trenta testi (La catena d’unione / Contributi per una storia della massoneria, Edizioni ETS, 2016, pp. 207-228, Un programma politico di riforma della massoneria), considerato che  «la massoneria costituisce un tema di incerta identità e trattazione, in particolare in Italia dove oscilla fra giornalismo mediocre e disinteresse accademico», «per quanto non siano mancati studi e ricerche, anche di buona qualità».
Per ora, mi limito a far conoscere soltanto alcune affermazioni del Fratello Arcesilao, tratte dalla Premessa e dal capitolo Principi dell’Associazione riservata dei Fratelli: «… per quanto poco propizio possa essere lo stato di cose presente, sia dell’ordine in generale sia della loggia particolare in cui un fratello vive, questi non deve separarsi dall’idea che è riuscito a farsi sullo scopo dell’Ordine e su ciò che egli stesso potrebbe fare, nè deve distogliere gli aspiranti dall’entrarvi. Se in più casi non si esegue nulla più che insignificanti doveri di carità verso i bisognosi, se in altri ciò che si esegue non ha alcuna influenza concreta sul benessere degli uomini o perfino, il che avviene anche troppo spesso, si impiegano grandi mezzi per realizzare piccole cose, mezzi che senza la mancanza di lucidità, la meschinità di spirito, l’ottica ristretta, le passioni interessate di parecchi membri, potrebbero essere impiegati per cose ben più grandi e importanti per l’umanità, egli deve dire: che questa carità verso i fratelli è già qualcosa di molto grande e molto rispettabile, che il poco che si fa per l’umanità, benché mal diretto, è sempre interessante e degno di stima; che costituisce un indice importante di ciò che l’Ordine può fare, se lo vuole, e di ciò che farà quando i lumi e l’amore dell’umanità che ne è la conseguenza si saranno ancora più diffusi; ma che tutto ciò finirà e non potrà realizzarsi se, per idee erronee, per condannabili impazienze, i migliori elementi abbandonano l’Ordine e ne causano a poco a poco la dissoluzione; che infine non è che conservando l’entusiasmo dei Fratelli, rafforzando il legame che li unisce, che tutto ciò si può fare» (La religione dei moderni, cit., pp. 77-78).
«Il fine di questa associazione sarà di lavorare efficacemente a quello scopo che l’intero Ordine dei Liberi-Muratori si propone: Il bene di tutti gli uomini. Per realizzare questo scopo bisogna conoscere bene i mezzi per raggiungerlo.
La felicità di ogni uomo in particolare dipende dal grado di saggezza e di virtù che gli ha trasmesso il supremo architetto. Quale che sia la società, questa non può costringere ogni singolo uomo a essere saggio e virtuoso, sarebbe una chimera. Ma è possibile mettere i mezzi per acquisire virtù e saggezza alla portata di un maggior numero di uomini, ed è questo uno degli obiettivi che l’associazione non dovrebbe mai perdere di vista  e che essa può raggiungere assai bene se solo vuole darsi da fare.
Tale è la natura della saggezza e della virtù, che il loro esercizio risulta sempre vantaggioso  per chi ne è dotato; se vi sono tanti che sembrano persuasi del contrario, ciò dipende dal loro essere incapaci di vedere questa verità, o dall’aver preso cattive inclinazioni ed essere divenuti incorreggibili prima ancora di conoscerla. È dunque ad illuminare gli uomini che occorre impegnarsi, per renderli saggi e virtuosi; è soprattutto all’educazione della gioventù che bisogna applicarsi.
La prima preoccupazione dell’associazione, uno dei principi cardinali da cui trarre le proprie regole di condotta, sarebbe dunque l’impegno di estendere per quanto possibile la sfera delle conoscenze, non tanto in profondità quanto nella loro diffusione. Mi spiego meglio:
Non sono le ricerche scientifiche quelle a cui l’associazione  deve dedicare le sue cure ed il suo impegno. Le ricompense, che ne sono quasi infallibilmente il frutto, costituiscono uno stimolo abbastanza potente per impegnare gli uomini di cultura ad occuparsene. Tuttavia se i membri dell’associazione potranno, senza ostacolare risultati più importati, incoraggiare, sia collettivamente sia individualmente, scoperte che siano utili, essi agiranno bene nello spirito dell’Ordine.
Ma è a diffondere le verità e le conoscenze utili, già fatte proprie da molte persone, è a farle pervenire fino alla classe del popolo, che essi devono impegnarsi. È così che faranno un lavoro vigoroso per illuminare e perfezionare l’umanità.
È ai vizi dell’educazione che bisogna attribuire l’ignoranza di persone d’ogni ceto, ad eccezione di alcune personalità fortunate e di coloro che sono di professione uomini di lettere; quell’ignoranza che avviluppa tanti giovani nel vizio, tante altre persone in uno stato di dissipazione, per cui cadono in mille smarrimenti e si rendono incapaci, per tutta la vita, di pensare e di fare qualcosa di utile.
Questa educazione insensata fa odiare le scienze, rende quasi impossibile acquisirle, impedisce a novecentonovantanove persone su mille di prendere l’abitudine alla lettura, abitudine che produce quella di pensare  e che preserva da un numero infinito di vizi e disgrazie fortificando lo spirito contro la noia.
Bisogna dunque applicarsi a mutare l’educazione. L’associazione deve applicarsi ad esaminare e incoraggiare tutte le nuove scoperte che si fanno su questo punto, a mettere e a far mettere in pratica tutte quelle che la sana ragione, unita all’esperienza, farà riconoscere atte a diffondere maggiormente le conoscenze vere e utili, ed a mettere un maggior numero di uomini in grado di farle proprie.
Così l’introduzione della ragione, del buon senso, della sana filosofia nell’educazione di tutti gli ordini della società, sarà lo scopo principale dell’associazione» (La religione dei moderni, cit., pp. 79-80).
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*Don Rodrigo  pensava che «essendo gli offesi povera gente, nessuno si sarebbe curato di prendere impegno per essi» (Fermo e Lucia, a c. di Chiari e Ghisalberti, II, VII, p. 231)

**« E la confidenza di costui, nutrita dal sentimento della forza e da una lunga esperienza d’impunità era venuta a tanto, che dovendo egli un giorno passar vicino a Milano, vi entrò senza rispetto, benchè capitalmente bandito, cavalcò per la città coi suoi cani, e a suon di tromba, passò sulla soglia del palazzo ove abitava il Governatore, e lasciò alle guardie un’ambasciata di villanie da essergli riferita in suo nome» (Fermo e Lucia, cit., II, VII, p. 247).

*** Gian Mario Cazzaniga, La religione dei moderni, Edizioni ETS, 1999, p. 61, nota 5.

**** Mémoires biographiques, littéraires et politiques de Mirabeau, écrits par lui-même, par son père, son oncle et son fils adoptif, J. M.N. LUCAS DE MONTIGNY ed., v. II, A. Auffray, A. Guyot et A. Delaunay, Paris 1834, pp. 200-24.