Una notte d’ottobre un viaggiatore…

(da Wikimedia Commons)

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GABRIELLA MONGARDI

Com’è possibile? Un racconto di Silvano Gregoli che s’intitola Zurigo 1967 si apre all’aeroporto di Bruxelles (ma non perché l’io-narrante si stia imbarcando su un aereo per Zurigo: è ancora ben ancorato alla terraferma, e gli aerei si limita a guardarli decollare e atterrare), e contiene una sequenza dedicata addirittura alla Cuneo dei Savoia! Trovate tutto questo spiazzante, disorientante? Avete perfettamente ragione: in termini tecnici si chiama “straniamento” ed è l’effetto che un artista produce con la sua originalità, il suo sguardo ‘divergente’, anticonformista, sul mondo. Vi dà quasi fastidio, questo? No, adesso vi sbagliate, lasciate che vi spieghi.

La trama del racconto si può riassumere in due parole: il protagonista-narratore, un italiano che da pochi mesi lavora a Bruxelles, viene mandato per un congresso a Zurigo. Lì, non avendo prenotato un albergo, vaga mezza la notte in taxi alla vana ricerca di un posto-letto, e infine lo trova… non immaginate dove.

Tutto qui. Ma l’intreccio che l’autore crea, con divagazioni, dilazioni, pause, digressioni, e il ritmo energico della sua scrittura trasfigurano un’esperienza seccante, da dimenticare, in un’avventura ‘urbana’ dal profondo valore umano e conoscitivo: nella prima parte viene narrato un “rito di passaggio”, la transizione da una fase di vita a un’altra, nella seconda addirittura una “discesa agli inferi”, come la definisce l’autore stesso nell’appello agli “amici” con cui la apre. Completano il racconto un primo e un secondo “addendum” – per fedeltà al “vero”, e alla propria giovinezza.

Il testo che ne scaturisce è straordinariamente ricco, nella sua brevità, di riflessioni e considerazioni di ogni tipo – psicologiche, linguistiche, geografiche, sociologiche, filosofiche, antropologiche; un testo altamente letterario (e metaletterario) per le valenze simboliche e l’arte allusiva. Il riferimento principale è a mio avviso Kafka: al Castello si ricollega la ricerca di un asilo nel buio, la missione all’estero, l’atmosfera onirica; alla parabola Di fronte alla legge la figura del taxista, a cui il protagonista si affida come alla sua unica salvezza; al Processo rimanda il dormitorio con la sua “umanità vagabonda e derelitta”, l’ “Antizurigo”.

È un testo di grande spessore e di “struggente bellezza”, che si muove sul labile confine tra realtà e sogno, tra vissuto e rivissuto (nella memoria), in quel territorio del fantastico dove logica e verosimiglianza si sfilacciano e la ragione si trova in difficoltà a spiegare le cose: un territorio dove solo la penna geniale e ironica di un artista ci può guidare, perché solo un artista sa inventare e combinare parole per narrare l’inimmaginabile (si vedano espressioni come “fauna lunatica e sfilacciata”, o le personificazioni del “corridoio verde”, del tassametro che “tace, ormai lontano, appagato”, delle “casette fiamminghe”, delle “campane” che comandano al protagonista di ricordare la “fantastica notte” vissuta).

Un capolavoro insomma: da tradurre urgentemente in tedesco e mandare al Sindaco e agli abitanti di Zurigo, perché sappiano anche loro che la loro “città perfetta”, nordica per efficienza, ordine, “glaciale solennità”, ha un’anima, una natura “burlesca e metafisica”, e rendano il dovuto onore all’artista che l’ha riconosciuta. Ma forse non è nemmeno necessaria una traduzione: l’italiano è pur sempre una lingua ufficiale della Confederazione Elvetica e soprattutto, assicura Gregoli, “a una certa ora della notte […] il centro cerebrale del linguaggio, sezione lingue straniere, viene stimolato da un’onda sconosciuta. Si capisce tutto”.