Un favoloso zoo di pietra: Battistero di Parma e Duomo di Modena

Battistero di Parma

Battistero di Parma

GIANCARLO BARONI

Se desidero incontrare e vedere animali immaginari non devo fare troppa strada, allontanarmi da Parma. Basta prendere la bicicletta, raggiungere in pochi minuti Piazza Duomo e fare un giro intorno al Battistero, il capolavoro dell’Antelami. Ad altezza di occhi, dunque ben visibile, un fregio formato da 75 formelle corre lungo il perimetro esterno del monumento. Su questo zooforo sono scolpiti a bassorilievo parecchi animali fantastici e reali, ad esempio cane, asino, scimmia, arpia, grifone, cervo, dromedario, cammello, elefante, bue, toro, anatra, leone, basilisco, gallo, oca, capra, ariete, unicorno, lepre, macaco, sirena, idra, pavone, gatto, falco, cavallo, lupo, iena, aquila, cinghiale. Si tratta di un ampio campionario dei bestiari medioevali che descrivono gli animali per ricavarne insegnamenti morali e religiosi. Ottagonale e rivestito in marmo rosa veronese, principale gioiello cittadino il Battistero viene iniziato nel 1196 come attesta l’iscrizione latina sull’architrave del portale rivolto verso la Piazza: «Tolti due volte due anni da Milleduecento, cominciò quest’opera lo scultore chiamato Benedetto». Sulla facciata di un palazzo storico di fianco al Battistero, una targa ricorda che «Qui dove sorgevano le case De Adam nacque il 9 ottobre 1221 Frate Salimbene il maggior cronista latino del medioevo»; la sua Cronica riferisce accadimenti avvenuti fra il 1167 e il 1287, a cominciare dalla dura sconfitta subita da Federico II nel 1248 per mano dei parmigiani che ruppero l’assedio e sottrassero all’imperatore tesoro e corona.

Due leoni di marmo, uno di colore bianco e l’altro rosso, fanno da sentinelle al portale centrale della Cattedrale consacrata nel 1106. La natura del re degli animali terrestri è ambivalente e doppia: protettivo e minaccioso, coraggioso e feroce. Uno degli emblemi di Firenze è il Marzocco scolpito da Donatello: un leone seduto che stringe fra le zampe anteriori lo stemma con il giglio fiorentino. Il leone veneziano dipinto da Vittore Carpaccio ha invece aureola e ali, una zampa anteriore posata sulla terraferma e l’altra sopra un libro aperto su cui sta scritto «Pax tibi, Marce, evangelista meus» («Pace a te, Marco, mio evangelista»), le zampe posteriori appoggiano dentro la Laguna.

Assieme all’aquila, regina del cielo, al lupo e all’orso, forti e combattivi, il leone è uno dei protagonisti dell’araldica.

Dall’altra parte del centro storico parmigiano, in Oltretorrente, dove un tempo si trovava una delle porte cittadine da cui uscirono i parmigiani per riversarsi nel campo di Federico II sconfiggendolo, si trova la chiesa di Santa Croce consacrata nel 1228. Sui capitelli sono raffigurati diversi animali: due grifoni, due sirene bicaudate addentate da serpenti; una coppia di pavoni; un centauro; una coppia di aquile morsicate alle ali da due serpi, dei leoni rampanti.

Immagini di animali sono spesso presenti nelle singole chiese e più in generale nell’iconografia cristiana, per esempio l’aquila è l’emblema di Giovanni Evangelista, il bue rappresenta Luca, il leone Marco, l’angelo con il volto umano incarna Matteo. Lo Spirito Santo ha le sembianze di una colomba ed è una colomba a ritornare verso l’arca di Noè con un ramo d’ulivo nel becco annunciando che le acque del diluvio si sono ritirate. L’agnello è simbolo di Gesù (“Agnello di Dio”).

Nel 183 a.C., su quella via Emilia che collegava Piacenza con Rimini e che qualche anno prima il console Marco Emilio Lepido aveva portato a termine, vennero fondate sia Parma che Mutina, l’attuale Modena, entrambe colonie romane.  Nel Medioevo Parma era una tappa, anche se non importante come Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza), della via Francigena o Romea, una rete di strade che collegavano Canterbury con Roma, l’Italia con la Francia e con l’Europa occidentale; il destino della città è dunque di trovarsi su una strada frequentata e battuta: Emilia o Francigena non importa. Forse per questo il patrono di Parma è sant’Ilario. In genere il patrono cittadino è il santo del quale la città possiede le reliquie oppure è il vescovo che ha protetto e salvato la comunità dei fedeli e dei cittadini da pestilenze, invasioni, calamità, cataclismi. Invece Ilario a Parma è di passaggio, in cammino, è nato e morto a Poitiers, in Francia, e nella mia città non ha abitato ma forse solo fugacemente soggiornato durante un freddo e nevoso inverno intorno al 362. Una leggenda racconta che Ilario, forse mentre tornava dall’esilio in una regione dell’attuale Turchia, si fermò a Parma; i suoi sandali erano così rovinati e malmessi che un generoso e compassionevole ciabattino (“cibàch” in dialetto) gliene donò un paio nuovi, in cambio, la mattina seguente, quello stesso calzolaio trovò al posto delle vecchie un paio di scarpette d’oro in segno di riconoscenza e di ringraziamento. Il viandante Ilario, con i calzari nuovi, aveva subito ripreso il viaggio.

Duomo di Modena

Duomo di Modena

Anche Modena vanta un glorioso passato medioevale, tanto che viene considerata una delle capitali italiane del Romanico. Nel 1099 viene iniziata la Cattedrale (dal 1997 Patrimonio dell’Umanità Unesco); Lanfranco e Wiligelmo ne furono gli artefici principali, uno come architetto e l’altro come scultore. Del primo una lastra sull’abside dice: «Lanfranco, famoso per ingegno, dotto e capace, di quest’opera è principe, rettore e maestro»; del secondo un’iscrizione sulla facciata a sua volta afferma: «Di quanto onore tu sia degno, o Wiligelmo, tra gli scultori, è reso manifesto ora per la tua scultura». Suoi i rilievi che narrano alcune storie della Genesi, una specie di piccola Bibbia scolpita. Durante la costruzione della chiesa, Lanfranco pretese che vi fossero trasferite le spoglie di san Geminiano. La stessa iscrizione che loda Wiligelmo definisce la Cattedrale «Casa dell’insigne Geminiano»; nel 1106, alla presenza di Matilde di Canossa, vi furono traslate le sue spoglie. Lanfranco e Wiligelmo furono successivamente sostituiti dai Maestri Campionesi, a loro si devono all’esterno l’apertura del rosone e la realizzazione della Porta Regia, all’interno la creazione degli splendidi ambone e pontile.

Nella cripta della Cattedrale, dentro a un’urna marmorea, sono custoditi i resti di San Geminiano, vescovo della città nella seconda metà del IV secolo, in un’epoca di declino e decadenza. Il Duomo racconta diffusamente vita e miracoli del Santo protettore. Sull’architrave della Porta dei Principi sei bassorilievi illustrano il suo viaggio verso Costantinopoli per liberare la figlia dell’imperatore dal diavolo: l’esorcismo riesce, Geminiano riceve dei doni e riparte per Modena, dove muore il 31 gennaio 397. Sul fianco meridionale è murata una lastra scolpita da Agostino di Duccio a metà Quattrocento, in essa viene omesso il viaggio del Santo ma si descrive un nuovo miracolo, la liberazione di Modena dai barbari. Una leggenda narra che le preghiere del Vescovo fecero calare sulla città una nebbia talmente fitta da renderla invisibile agli Unni; in realtà Attila e Geminiano non si incontrarono mai. Di Agostino di Duccio è la   scultura che raffigura il Santo mentre salva un bambino, che sta precipitando dalla torre della Ghirlandina, afferrandolo per i capelli.

Nel volume riccamente illustrato intitolato Il Duomo di Modena da Adamo a Wiligelmo (sottotitolo Personaggi mostri e animali della cattedrale) pubblicato nel 2022 da Franco Cosimo Panini, Giovanna Caselgrandi e Francesca Fontana ci guidano in una affascinante visita che permette di individuare e ammirare «l’insieme di tutte le creature animali, reali e fantastiche, che invadono esterno e interno della cattedrale. In effetti non si può non notare la quantità di bestie ivi presenti: si tratta di leoni e felini feroci, uccelli, pesci, rettili, draghi, basilischi, manticore e altri ancora, frutto di commistioni di esseri fantastici. […] Per capire il senso della loro presenza , talvolta perfino eccessiva, sono di aiuto i bestiari, testi che conoscono una eccezionale diffusione durante il Medioevo e che incidono profondamente sulla cultura del tempo. Ogni animale, reale o di fantasia, viene in essi presentato fornendone prima una descrizione “oggettiva” delle qualità, dei comportamenti e abitudini, unita a notizie leggendarie e fantastiche; segue poi l’esegesi simbolica, cioè l’interpretazione allegorico-morale documentata da citazioni dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa. In tal modo si evidenziano i comportamenti giusti da imitare e quelli negativi da evitare».  L’estesa citazione è necessaria, si tratta di una sintesi pregevole.

Scolpiti sulle pareti esterne della Chiesa, disseminati e sparsi, incontriamo agnello, aquila, arpia, aspide, basilisco, cane, capra, cavallo, centauro, cervo, cinocefalo (corpo di uomo e testa di cane), civetta, drago, fenice, gallo, gatto, grifone, gru, ibis, ippocampo (cavallo con la coda di pesce), leone, lepre, lupo, manticora, pavone, serpente, upupa, volpe…

Il Museo Lapidario del Duomo custodisce ed espone otto metope della prima metà del 1100 con figure fantastiche, enigmatiche, ambigue e mostruose che ci meravigliano: Antipodi (due figure umane capovolte), Ermafrodito (a gambe divaricate mostra i genitali), Ittiofago (corpo umano e testa di uccello raffigurato mentre inghiotte un pesce), Fanciulla con tre braccia, Grande fanciulla, Psillo (adolescente col drago), Uomo dai lunghi capelli, Sirena bicaudata (dalla doppia coda di pesce). Un tempo gli originali si trovavano in alto, sui contrafforti del tetto della cattedrale.

(Le foto sono dell’autore)