Diario di una giovinezza, quattordicesima puntata

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FELICE BACCHIARELLO

Le scene più orribili

Un fenomeno che non avrei mai più immaginato così spaventoso, demoralizzante, era l’apparizione dei carri armati russi sul campo di battaglia. Allorché, o rmai noi quasi inermi, disorganizzati (ove erano i pezzi, mancavano le munizioni e dove queste erano, non si trovavano i pezzi), in fuga, si intravedevano in lontananza quei punti neri che man mano avanzavano verso di noi, diventavano sempre più grandi e si intuiva così il pericolo; un urlo tremendo, spaventoso si levava dalla folla angosciata: I carri armati! Allora, mentre giunti in vicinanza quei terribili mostri neri d’acciaio, che con le loro mitragliatrici aprivano un fuoco micidiale su di noi, avvenivano nelle nostre file le scene più orribili di spavento: spintoni ai più tardi, ai feriti, tanto da buttarli a terra, urla indescrivibili che più nulla avevano di umano, imprecazioni, invocazioni; prevedibile ed imprevedibile avveniva in quei momenti infernali. Persino i muli ed i cavalli, intuendo il pericolo e spaventati dalle urla selvagge degli uomini, si davano a precipitosa fuga in tutte le direzioni, trascinando seco le slitte su cui erano impossibilitati a muoversi feriti e congelati, disperdendoli, ruzzolandoli così nella neve, senza che più nessuno avesse né possibilità né cura di andarne alla ricerca. Era un fuggi fuggi in tutte le direzioni, come spighe sotto la falce.

In simili occasioni erano frequenti i casi di pazzia. Bivaccando una notte, assai gelida, rischiarata dalla luna, in un paese situato in una specie di avvallamento, come quasi sempre succedeva fummo interrotti nel dormiveglia da una intensa sparatoria tutto intorno, sparatoria di carri armati russi che inseguivano la colonna in marcia. Circondati in tal modo, la sparatoria si ripercuoteva in quell’avvallamento con un ritmo spaventoso, su di noi, ormai senza speranza di una via di scampo, e in modo spaventosamente impressionante ognuno cercava all’impazzata una via d’uscita.
Urla e richiami in tutte le lingue (si era italiani, tedeschi, ungheresi, rumeni, belgi, francesi, spagnoli) si susseguivano. Un capitano tedesco, impressionato al punto di esserne impazzito, chiamava da uno spiazzo al chiaro di luna i suoi soldati e mano a mano che gli passavano avanti a colpi di rivoltella li freddava. Così avvenne per un bel po’, fino a quando qualcuno, intuito chiaramente ciò che avveniva, lo passò per direttissima all’altro mondo onde evitare ulteriori vittime della sua pazzia.

Scene veramente barbare avvenivano poi ogni volta che, arrivando in un paese, si cercava un rifugio per riparare qualche ora dalla notte fredda e per rifocillarsi. I primi arrivati, specialmente se tedeschi, egoisti, non volendo più lasciar entrare nell’isba da loro occupata altri ospiti, ne sbarravano le porte e si opponevano con ogni resistenza, anche con le armi, seguendone continuamente delle scene violente con relative sparatorie, E se la cosa avveniva tra Italiani e Tedeschi questi ultimi erano sempre pronti a spianare la rivoltella contro il Camerata italiano. Bel cameratismo dei nostri alleati!
Così ogni volta succedeva che, per godere due ore di riparo dal freddo, molti uomini di tutti gli eserciti ivi raccolti vi lasciavano la vita, come se ancora non fossero abbastanza le vittime causate da tutti gli altri elementi. Si contano a migliaia le vittime cadute con tale sistema. Ciò non bastando, avvenne, e non solo una volta, che un gruppo di uomini chiuso in un’isba negarono l’ingresso ad altri uomini e questi accecati dal furore arrivarono al punto di sbarrare le porte e finestre del ricovero stesso, appiccando il fuoco dall’esterno e causando un rogo di carne umana vivente. Così avvenne per 17 giorni: tutti i giorni, tutte le notti, si susseguivano pressoché gli stessi incredibili e tragici avvenimenti.

Con gli attacchi terrestri non mancavano poi nemmeno quelli dal cielo. Di tanto in tanto apparivano gli apparecchi dalla stella rossa a portare anch’essi la loro parte di contributo micidiale sulla colonna nera, facilmente individuabile sulla neve bianca.
La percorrevano per tutta la sua lunghezza, mitragliando a bassa quota e bombardando, specialmente quando si formava un grande ammasso all’entrata di un paese, in cui la resistenza russa ci teneva inchiodati al freddo e sotto i suoi colpi per parecchie ore e talvolta anche per giornate intere.
In uno di questi casi fu una vera carneficina. A migliaia si erano ammassati in un immenso piano, nelle vicinanze di una cittadina. L’ammassamento si andava sempre più ingrassando in quanto continuamente sopraggiungevano truppe nostre incalzate dai Russi alle spalle. Vinti dal freddo per non potersi muovere, giacevano a migliaia al suolo. Nel frattempo arrivarono gli aerei che sganciarono bombe in quantità su quella massa ondulante che cercava inutilmente riparo; l’obiettivo era sicuro. Me ne cadde una a distanza di 50 metri. Dopo un attimo, finita la loro parabola nel cielo, si riversavano su di noi, distesi ancora a terra, storditi dallo scoppio, i resti di quelli che avevano avuto la sventura di essere colpiti. Tutti gli oggetti immaginabili piovevano su di noi: teste umane gambe, braccia, corpi interi, pezzi di muli, di slitte, di armi.

Fu questa l’ultima resistenza veramente micidiale oppostaci dai Russi nella nostra fuga, ma ormai il grosso era caduto, fatto prigioniero o giaceva inabile, raccolto pietosamente nelle isbe russe. Pochi erano i sopravvissuti, allora, eppure tutti non si arrivò ancora a salvamento. In seguito, molestati solo più da sparatorie di fucileria delle fanterie e dei partigiani russi annidati negli abitati, nonostante il continuo pericolo, la marcia fu meno difficile. La volontà era tanta ma le forze minime. Si riuscivano a fare appena meno di 8 o 10 chilometri al giorno. Si era sfiniti. Mendicando una zuppa, un po’ di alloggio dalla popolazione dei paesi che si attraversavano e accontentati di buon grado, con la più schietta cordialità, si passarono meno peggio gli ultimi giorni, fino ad arrivare fuori dal pericolo, fuori dall’accerchiamento, dopo aver percorso, tra tutti gli stenti e pericoli descritti, circa 800 chilometri di steppa.

(Continua)

Nella foto: ritirata ARMIR (Wikipedia).

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