Sanremo 2017

foto di Bruna Bonino

foto di Bruna Bonino

LORENZO BARBERIS

Edizione 67 del Festival di Sanremo, 22 cantanti in gara. Ovviamente il 90% di quel che si ascolta è canzone d’amore nelle sue varie declinazioni. Sanremo è molto più conservatore e normativo dello stilnovismo o della poesia cortese, ed è una conservatività che evidentemente piace: lo share è oltre il 50%, altro che il PD di Renzi che festeggia il 40 alle europee, i Conti-De Filippi vincerebbero anche il referendum.

A me Conti (dignitoso professionista fiorentino, meno brillante ma più affidabile dell’altro di cui abbiamo appena parlato) proprio non dice nulla, ma Maria De Filippi è abbastanza sobria e senza sbavature: del resto, non si diventa la regina del trash senza sapere quando eccedere e quando evitare. Passa quasi da intellettuale, con gli occhialini in corno nero, alla Eco-hipster, e uno stile sobrio-sexy.

Di ventidue canzoni, ne ho apprezzata solo una, ed è Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani.
Avevo scritto questo post per dichiararla il mio vincitore morale, ma a quanto pare ha anche vinto proprio il Sanremo generale, dopo che l’anno scorso Amen aveva vinto il Sanremo-giovani.

Amen
 mi aveva convinto di più, funzionava sia sotto il profilo pop music che sotto quello pop philosophy, mentre Occidentali’s Karma non introduce molto di nuovo a quel pastiche da Battiato in supercazzola cui Gabbani ci ha abituati.

Quindi Gabbani vincitore del Festival  a tavolino, per assenza di rivali: l’unico, di conseguenza, che si merita una disamina completa, una vera analisi del testo, fingendo che il testo abbia un senso che, magari, è solo lasciato furbamente aperto alla interpretazione del lettore.

Il titolo è già ottimo e sovrabbondante.
L’immagine di copertina sopra funziona bene, apparenti banalità incluse. Il concetto di fondo di Gabbani è infatti farci pensare a un falso dualismo occidente cattivo / oriente buono (e quindi il Karma degli Occidentali nel senso della loro inevitabile punizione), ma in realtà il termine è ambivalente, e penso che “il Karma degli Occidentali” rimandi al fatto, parimenti vero, che il karma ormai è stato fagocitato dalla cultura occidentale, con quell’imperialismo di cui ci parlava il compianto Todorov.

Anche la cover è sottile nel suo dualismo: sembra opporre il gesto meditativo al cellulare, ma nel selfie che l’occidentale si fa va a riprendere il suo falso travestimento orientalista (in Sanremo, Gabbani sussume il tutto presentandosi in maglione arancio). Ma veniamo alla canzone:

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico.

Il dubbio di Amleto tra azione e inazione, tra semplice sussistenza e imperativo morale, è Contemporaneo come il neolitico”. Un eterno dubbio, ma anche: attuale oggi, in tempi di “postmodernità primitiva”, dove la tecnologia favorisce l’emergere del regresso dello sciame umano.

Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo.
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili.

La “gabbia 2X3″ rimanda alle offerte speciali (qui sconveniente: si rovescia il 3X2), ma anche probabilmente alla gabbia fumettistica, due vignette per tre striscie, in cui “si mettono comodi” gli intellettuali da graphic novel (forse Gabbani ha visto in tv Gipi o Makkox). Intellettuali da caffè (spregiativo per un lettore incolto, ma il caffè settecentesco è la fucina degli intellettuali europei), oggi internettologi, ovvero intellettuali che usano internet in modo narcisistico e compulsivo, “selfisti anonimi” sia nel senso dei gruppi di auto-aiuto cui dovrebbero andare, sia nel senso dell’anonimato del loro selfie, un selfie intellettuale, spesso dietro una maschera rispetto alla vera identità (Eschaton o Bispensiero).

L’intelligenza è fuori moda, è un tempo di risposte facili ai dilemmi comunque inutili (la storia fa il suo corso al di là delle nostre risposte).

AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.

Ecco dunque che il falso intellettuale-esteta hipster cerca il beau geste intellettuale della Narrazione dominante (“storie dal gran finale”) ma dev’essere consapevole della modernità liquida teorizzata da Eraclito prima che da Bauman e quindi “singing in the rain”: l’ottimismo della volontà dei musical anni ’50, ballare felici sotto la pioggia acida della fine della modernità (se non l’ultraviolenza di Kubrick in Clockwork Orange).

Anche il rimando a Nirvana può richiamare sia l’ovvia atarassia orientale, sia il film di Salvatores (e non a caso Keanu Reevesil Neo di Matrix, è presente al festival, a ricordarci che è tutto un ologramma nella nostra mente). Il Buddha è in fila indiana per entrare in un locale, paparazzato come una qualsiasi middle-star, ma anche “indiana” per indicare la derivazione del Buddhismo dal nichilistico Induismo delle caste e dei cicli di reincarnazione.

Il mantra diviene uno slogan gridato, “l’evoluzione inciampa” (anche se sul finale “la scimmia si rialza), soprattutto per l’apparizione in scena dello scimmione, rimanda al noto saggio di Desmond Morris. Un tema molto ripreso in musica, dal Bingo Bongo di Celentano maestro del nostro, ai Coldplay (che avevano fatto una performance simile per il lancio di Adventure of a lifetime), ai Cani (Protobodishattva); a me viene in mente anche l’evoluzione fallita di Right Here, Right Now dei Fatboy Slim. Là però la tragica fine dell’evoluzione era il Fat-Boy icona del gruppo, qui l’hipsteria contemporanea, l’ipercultura della “classe disagiata”.

Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili.
Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.
AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)
(…)
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.

Le ultime strofe, alternate al ritornello, tornano sugli stessi temi: l’asetticità del corpo rimanda sempre alla virtualità prevalente, la tuttologia del web è sia oppio che coca, seda marxianamente le rivolte come una nuova religione, ma causa sporadiche esplosioni di violenza individuale e, ancor più, in sciame umano.

Testo comunque interessante, in cui Gabbani critica abilmente sé stesso e il suo spettatore più colto, prestandosi al contempo alla fruizione pop. Con una sorta di Gabbaninception, l’autore prende in giro le banalità del finto-colto medio sul web, ma lo fa con banalità che potrebbero uscire dall’esponente medio della classe disagiata.

Seconda è la Mannoia e terzo Meta, ma non mi hanno entusiasmato: per gli altri, dunque, qualche citazione in ordine sparso, non una vera gerarchia di merito, ma più un atto di presenza a testimoniare bene o male quanto Gabbani riassume.

A proposito di merito:  Chiara Gallazzo fa una canzone d’amore, Nessun posto è casa mia, ma in secondo piano si legge il discorso dei cervelli in fuga, l’altro volto della hipster-generation. Un po’ più di coraggio, limare un po’ di più l’aspetto sentimentale, lasciarlo più sullo sfondo, e forse ci siamo (sempre livello tra il lowcult e il midcult, ovviamente).

Nessun posto è casa mia 
Ho pensato andando via 
Soffrirò nei primi giorni ma 
So che mi ci abituerò 
Ti cercherò nei primi giorni 
Poi mi abituerò 
Perché si torna sempre dove si è stati bene 
E i posti sono semplicemente persone 
Partenze improvvise, automobili, asfalto 
Le ombre di una notte in provincia 
Il coraggio di chi lascia tutto alle spalle e poi ricomincia 
Non era la vita che stavamo aspettando ma va bene lo stesso 
È l’amore che rende sempre tutto pazzesco 
Nessun posto è casa mia 
L’ho capito sì… andando via 
È sempre dura i primi tempi ma 
So che mi ritroverò 
Avrò sempre occhi stanchi e mancherai 
Poi mi abituerò 
Perché si torna sempre dove si è stati bene 
E i posti sono semplicemente persone 
Voglia di tornare, luci basse, stazioni 
Anche se non ci sarà nessuno ad aspettarti 
La bellezza di chi nonostante tutto sa perdonarti 
Non era la vita che stavamo aspettando ma va bene lo stesso 
È l’amore che rende sempre tutto perfetto 
È l’amore che passa si ferma un momento, saluta e va via 

Samuel dei Subsonica porta invece un testo d’amore passabile, non privo di molte concessioni al midcult. Su testi e musiche i Subsonica avevano fatto cose a loro modo notevoli, qui c’è una forte normalizzazione in senso sanremese.

Se siamo ancora qui 
Vuol dire che un motivo c’è 
Lascia qualcosa tra le braccia 
E non questa distanza che mi sputi in faccia 
Se siamo ancora qui 
Ad imparare come illuderci 
A preoccuparci della verità 
Vedrai che poi il tempo non ci tradirà 
Sotto un vento di libeccio che dall’Africa 
Soffia lieve su di noi la sua sabbia 
Vedrai che riusciremo a dare ancora un nome 
A tutte le paure che ci fan tremare 
E troveremo il modo per dimenticare 
La noia, l’abitudine, la delusione 
Vedrai che i desideri si riaccenderanno 
Ricostruiremo il luogo in cui poi vivranno 
Perché noi siamo l’unica benedizione 
L’unica tragedia, l’unica ambizione 

Giusy Ferreri almeno mette in scena un calembour, “Fa talmente male / Fatalmente Male”, che giustamente funziona anche in modo doppio nella canzone, per il resto nella media sanremese.

È l’illusione che qualcosa ancora si muove
I sintomi dell’amore sono altrove
Ci siamo fatti trasportare 
Dall’odore di sensazioni nuove
Incapaci di dissolvere nell’aria le speranze,
In assenza di risposte formulo domande.
Vorrei sentirti dire
Che a tutto ci sarà una soluzione
Non sento più il rumore della voce
Il tuo silenzio è già fatale
Ogni istante fa talmente / Ogni istante è fatalmente
Fa talmente male. / Fatalmente Male

Marco Masini, nella sua nuova reincarnazione hipster, con Spostato di un secondo fa lo sforzo di citare la fantascienza rosa di Sliding Doors.

Mi sono incontrato a cinque anni cadendo
E ho scoperto che cadere fa male
Nel primo schiaffo ho capito il pianto
E che se è non strettamente vitale non si deve rubare
Ho scoperto che l’amore è un’arte da capire
E l’ho scoperto così semplicemente amando
Che tutto cambia mentre lo stai vivendo
E che alcune cose si allineano a stento
Si allineano a stento
Un’altra volta indietro e ritrovarmi nudo
E ritrovar la voglia di riempire ogni vuoto
E fare tutto di nuovo, fare tutto di nuovo
Di nuovo
Un attimo dopo
E adesso vorrei sapere
Come sarebbe il mondo
Se tutto quanto fosse
Spostato di un secondo
Adesso ti vedrei
Scegliere di restare
E invece te ne vai
E io, io ti lascio andare

Anche Lodovica Comello realizza la classica canzone d’amore, con qualche gradevolezza nel testo ma nessuno slancio particolare. Bello il costume, con le farfalle sullo stomaco e le mani sulle tette.

Lascia pure che io mi avvicini un po’, quanto non so
Giusto il tempo di farci male e andare via di schiena
Ci nasconderemo al buio per non farci prendere
Dalle luci del mondo, dal rumore sordo delle macchine
Mi prenderò solo un po’ di te
Un istante di complicità
Un deserto di felicità
Che passerà e lascerà la polvere
Che come il vento ci confonderà
Respiriamo insieme questa luna piccola che muore
Ci nasconderemo bene, proveremo a vivere
Anche solo un momento, come se non esistessero le regole
Mi prenderò solo un po’ di te
Un istante di complicità
Un deserto di felicità
Che passerà e lascerà la polvere
Che come il vento ci confonderà
E anche se vuoi darmi il cielo non mi basta


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In fondo, sotto la patina dell’impegno sociale, di relazioni terribilmente sbagliate parla anche Ermal Meta (dato il nome, dovrebbe farsi meta-ermetico, sulla scia di Gabbani. Foto sanremese abbastanza ermetica, tra l’altro) in Vietato Morire. Almeno ha il merito di trattare il tema in modo forte ed esplicito, fin dal titolo, evitando certe colpevoli ingenuità giornalistiche (“amore malato”, “folle d’amore e di gelosia”…) dicendo a chiare lettere che l’amore non colpisce in faccia mai.

Ricordo quegli occhi pieni di vita
E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia
Ricordo la notte con poche luci
Ma almeno là fuori non c’erano i lupi
Ricordo il primo giorno di scuola
29 bambini e la maestra Margherita
Tutti mi chiedevano in coro
Come mai avessi un occhio nero
La tua collana con la pietra magica
Io la stringevo per portarti via di là
E la paura frantumava i pensieri
Che alle ossa ci pensavano gli altri
E la fatica che hai dovuto fare
Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore
Hai smesso di sognare per farmi sognare
Le tue parole sono adesso una canzone
Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai
E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai

Elodie, in diretta da Amici della conduttrice Maria De Filippi, va decisa sul lowcult con una classica canzone d’amore passivo-aggressiva, nella migliore tradizione festivaliera dagli anni ’50 in poi. Capelli rosa alla Pink, croce tatuata in bella vista (ma non rovesciata, siamo pur sempre l’Italia di Bernabei), ribelle ma non troppo: insomma, siamo dalle parti di un tentativo di Rita Pavone reloaded.

Se fosse tutta colpa mia
Non me lo perdonerei
Quante volte hai detto
Il tempo non cancella
Nella mia stanza l’odore di noi
Che non passa mai
Che lentamente scivola come pioggia su di me
E mi bagna la faccia, lascia un solco perfetto
Ti sorrido distrutta
Sono pazza lo ammetto
Amore amore amore andiamo via
Chiudo gli occhi non m’importa ma tu portami via
Amore amore amore amore mio
Ogni giorno mi sveglio e tu sei già andato via ancora




Il duetto di Giulia Luzi e Raige almeno ha il merito di andare sull’esplicito con Togliamoci la voglia, senza troppi sentimentalismi. Ma anche qui, era osare ai tempi di “Comprami”, Sanremi di metà anni ’70.

Cosa c’è che non hai che vorresti avere
Cosa c’è che ti vuole e lo lasci andare
Cosa c’è che ti tocca e non puoi toccare
Cosa c’è che ti frena e c’è da saltare
Togliamoci la voglia stanotte
Ascoltiamo questo istante
E se non ci pensi sarà più forte
Se qualcosa resta, resta qua
Togliamoci la voglia stanotte
Comunque mi perdonerei

Chiudo circolarmente con la contorsionistica Marianne Mirage, che è anche una wannabe illustratrice con accenni sado-masoch chic, e che mette in scena anche lei, a suo modo, una canzone metafestivaliera come quella di Gabbani, che però scava ovviamente più in profondità e in complessità, toccando tutto il fenomeno della gioventù hipsteriana in senso lato.

Ci inseguivamo da bambini, noi
con le pistole in mano
eravamo due cowboy
poi molti anni dopo
ci siamo ritrovati complici
in una discoteca
tra troppa gente

Ci siamo dati un bacio a ritmo del successo del momento
le canzoni fanno male
quando parlano d’amore
quando sono troppo emozionanti

Non mi voglio innamorare
le parole fanno troppo male
male all’anima

Le canzoni fanno male
troppe rime cuore-amore
poi non sono nemmeno divertenti

Non mi voglio innamorare
questa musica fa troppo male
male all’anima

Ci siamo tanto amati, ancora noi
con le pistole in mano
ma non siamo stati eroi

Ci siamo abbandonati al mare col successo dell’estate
le canzoni fanno male
quando parlano d’amore
quando sono troppo emozionanti

Non mi voglio innamorare
le parole fanno troppo male
male all’anima

Le canzoni fanno male
troppe rime cuore-amore
poi non sono nemmeno divertenti

Non mi voglio innamorare
questa musica fa troppo male
male all’anima

Non voglio
più amore
per la musica, per un anno, per favore.

E così questa è la conclusione perfetta: per un anno, basta amore e musica, per favore.