Mondo rurale e poesia: Daniel Varujan

Daniel Varujan

Daniel Varujan

ATTILIO IANNIELLO

La poesia ha tra le sue prime culle, oltre alla bellezza e misteriosità dei fenomeni e luoghi, proprio il mondo rurale con il lavoro dei campi, la pastorizia, la trasformazione dei frutti della terra in cibo per l’uomo. Poeti noti e meno noti a partire da Omero e Virgilio hanno incrociato i loro versi con la vita dei contadini spesso esaltando la magia archetipica dei loro gesti quotidiani, del loro operare stagionale.

Il poeta armeno Daniel Varujan nasce il 20 aprile 1884 nel villaggio di Perknik in Anatolia. Nel 1896 si trasferisce con la madre a Costantinopoli dove inizia gli studi presso il collegio armeno dei padri mechitaristi; frequenta poi grazie all’interessamento di questi ultimi il liceo a Venezia e l’università a Gand in Belgio. Torna in Turchia a Costantinopoli nel 1909 e si immerge nel clima culturale costantinopoliano tra suggestioni intellettuali orientali e occidentali. Si sposa ed ha tre figli. Attivo nel panorama culturale di Costantinopoli, collabora a numerose riviste letterarie e pubblica libri di poesie tra cui “Il cuore della stirpe”, “Canti pagani” e “Il canto del pane”.

La vita di Daniel Varujan viene travolta nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando insieme agli altri intellettuali armeni è arrestato. È l’inizio dello sterminio degli Armeni da parte dei Turchi. Lo stesso poeta viene ucciso a colpi di pugnale alcuni mesi dopo il suo arresto, il 28 agosto.

“Il canto del pane” è l’ultima raccolta di poesie di Varujan, il libro che maggiormente lo lega alla terra. È un canto della vita contadina che affonda le radici nel pane, la cui sacralità sta nel suo essere elemento vitale quotidiano, elemento che viene dalla terra e dal lavoro dell’uomo ed è quindi simbolo di vita e del diritto di tutti alla vita.

Varujan presenta le sue radici contadine: «E così, avendo dormito un giorno sotto lo sfavillio del cielo / i miei genitori contadini mi concepirono con tenerezza / mi concepirono fissando lassù i loro occhi buoni / sulla più grande Stella, sulla Fiamma più spendente» (da “Notte sull’aia”).

Il pane, abbiamo scritto, conduce alla sacralità della vita perché diventa persino simbolo della presenza divina nella vita dell’uomo.

Il seminatore diventa l’iniziale sacerdote di questo mondo: «È il seminatore… / Il suo grembiule è pieno del grano / colto dalle stelle. Le spighe di un anno, assetate / attendono il suo palmo gigante / che spunta sui campi come l’aurora… / Semina, semina – sia pure lontano dai confini / come le stelle, come le onde, semina… / Ecco, il giorno imbruna – e l’ombra del tuo braccio / si allunga sugli orizzonti di stelle» (da “La semina”).

E i granai tabernacoli di gioia: «Questa sera veniamo da voi, cantando il pane / per il sentiero dell’aia / o granai, granai; / nell’oscurità del vostro seno immenso / lasciate che sorga il raggio della gioia; / la ragnatela sopra di voi / lasciate che sia come un velo d’argento; / poiché carri, file di carri vi hanno portato / il grano in mille sacchi» (da “Ritorno”).

Persino la trebbiatrice è fonte di canto: «La trebbiatrice canto, che naviga intorno al raccolto / come su un lago color di fuoco / e anche il grano turbinante che già / nuota in mezzo alla paglia.  / Oh, quanto è dolce confondersi con l’essere / in questo lavoro sacro; / dai sandali fino ai capelli immergersi / nelle polveri gialle dorate» (da “Aia”).

“Il canto del pane” si presenta al lettore come un inno alla vita che si manifesta nel vigore contadino («Canto i contadini che in cima ai carri / eretti come dei / col forcone ferocemente distruggono / l’enorme catasta dei covoni» da “Aia”), nella forza animale («I miei buoi sono biondi, hanno le fronti di luce / che ho adornato con un amuleto blu… /  Amo di loro i corpi dondolanti, e il possente muggito / dagli orizzonti – quando avanzano senza fermarsi / con le corna immerse nell’Alba» da “Il giogo”), la bellezza dell’oro del grano o dell’argento della luna e delle stelle. Un canto alla vita che il poeta lascia in eredità al mondo in nome del suo popolo perseguitato.

E forse non è un caso che la sua lirica più bella sia una benedizione: «Nelle plaghe d’Oriente / sia pace sulla terra… / non più sangue, ma sudore / irrori le vene dei campi, / e al tocco della campana di ogni paese / sia un canto di benedizione. // Nelle plaghe dell’Occidente / sia fertilità sulla terra… / Che da ogni stella sgorghi la rugiada
e ogni spiga si fonda in oro / e quando gli agnelli pascoleranno sul monte / germoglino e fioriscano le zolle. // Nelle plaghe dell’Aquilone / sia pienezza sulla terra… / Che nel mare d’oro del grano / nuoti la falce senza posa / e quando i granai s’apriranno al frumento / si espanda la gioia. // Nelle plaghe del Meridione / sia ricca di frutti la terra…. / Fiorisca il miele degli alveari / trabocchi dalle coppe il vino / e quando le spose impasteranno il pane buono / sia il canto dell’amore» (da “ANTASDAN – Benedizione per i campi dei quattro angoli del mondo).

Possiamo godere della bellezza dei versi di Daniel Varujan grazie al lavoro dei traduttori Boghos Levon Zekiyan Antonia Arslan e Chiara Haiganush Megighian.

(Pubblicato su “La Piazza Grande” n. 32 novembre 2020)