Dialogo fra due uomini internati in un Lager

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MARCO PENZO

Auschwitz: siamo alla fine del 1944, le speranze degli ebrei e degli internati nel lager nazista sono legate alla risposta e all’azione di Sovietici, Americani e Inglesi. Tutti si chiedono quando avrà fine questo disastro umano. Due uomini in partico­lare iniziano a parlare su quanto possa accadere.

Il primo esordisce così: «Caro compagno di sof­ferenze, noi poveri esseri umani siamo fragili, siamo esseri corruttibili, esseri imperfetti. Ma come può la bestia che sta nell’uomo aver potuto solo pensare, poi, drammaticamente realizzare, i campi di stermi­nio?».

Il secondo internato risponde mestamente: «For­se proprio per questa sua debolezza, manchevolez­za, l’uomo, che è una bestia, ha creato il lager. Au­schwitz non è un incubo quotidiano, è realtà, mesta, feroce, ingiusta. Gli incubi passano, Auschwitz re­sterà per sempre. Non si può descrivere altrimenti questo fatto, se non come un dato di fatto. Noi ne siamo i testimoni: siamo i testimoni di un crimine contro l’umanità e contro il valore di essa. Siamo esseri che sognano, ridono, piangono, realizzano. Eppure questi nazisti, abbagliati dalle promesse di Hitler, dal suo fanatico vaneggiare teorie contro la razza ebrea e l’opposizione intellettuale, non hanno pietà, non sanno cosa vuol dire restare umani».

Il primo dialogante ascolta mentre guarda con in­tensità un povero ragazzo con handicap essere deri­so e preso a botte da un nazista: scende una lacrima sul suo viso. E piangendo risponde all’altro interna­to: «Guarda, anche per le persone più deboli non hanno pietà. Giocano con la nostra vita per paura di contaminare la razza. La mostruosità di tutto ciò sta nel fatto che non ci è dato reagire: siamo come scheletri che camminano su e giù senza speranza, de­stinati a una fine crudele, ma soprattutto indegna. Per queste bestie non siamo degni di vivere, siamo dei contaminatori: abbiamo la peste in noi, la dura colpa di avere uno spirito libero. E quel povero ra­gazzo, picchiato assurdamente, è forse uno dei più genuini qua tra noi, uno dei buoni. Perché gli esseri buoni come lui, innocente e ingenuo, devono subire queste atrocità?».

Allora il secondo con voce rauca, tristemente, re­plica: «Non lo so. L’umanità è in grado di arrivare a toccare la bellezza, realizzare opere magnifiche, sta­tue fatte per essere monumenti per la nostra condi­zione di essere imperfetti, ma perfettibili. Auschwitz ci dimostra che l’uomo è arrivato a concepire e rea­lizzare il concetto di atroce. Non siamo valutati per quello che realmente siamo, ma per diktat e regole imposte dall’alto, che però sono accettati supina­mente dai nazisti. Un giorno, spero, ci sarà un’analisi storica approfondita su questo nazismo e la condan­na dovrà essere unanime. Non è concepibile pensare che ci possano essere sostenitori di tutto ciò».

Il primo interlocutore risponde: «Non avremo il tempo neanche di sapere se il nazismo vincerà o per­derà: saremo già stati uccisi, liquefatti, bruciati vivi, morti a causa di torture e violenze. Non so se esiste Dio, visto tutto ciò. Ho dubbi sul senso della mia vita: come è possibile esistere solo per soffrire? Non c’è un disegno divino che possa produrre Giustizia e Libertà?».

Allora il secondo interlocutore afferma cruda­mente: «Non posso affermare l’esistenza di Dio. Non ne ho le possibilità. Non so neanche se il Dio che permette tutto ciò sia realmente esistente o se deve condannarci a restare umani per poter salire al cielo. I nazisti non hanno sembianze umane, sem­brano venuti da un altro mondo per reprimere la no­stra bellezza, la forza di libertà e giustizia, delle quali siamo ritenuti proprio da loro i nemici più acerrimi. Di una cosa sono certo: che l’uomo è in grado di fare la storia e le azioni secondo il proprio volere e dovere. Questi pazzi vogliono e devono estirpare la nostra persona e personalità. Ci vogliono rendere giocattoli per i loro sfoghi più repressi, uccidere con la lucidità di un cacciatore. Siamo prede, esseri de­stinati alla morte, non siamo umani».

Il primo allora si trova sconcertato da tutto ciò e risponde: «Loro, semmai, non sono umani: hanno tradito il vincolo di fedeltà alla natura umana, che è sociale e socievole. Invece di Aristotele vince Hob­bes. Vige la regola dell’homo homini lupus. Eppure anche per Hobbes ci vuole un mondo regolato da un grande potere. Ma qui vedo solo caos: l’armonia che dovrebbe contraddistinguere l’umanità è svani­ta completamente. L’uomo di oggi ha scoperto cosa vuol dire paura: noi ne siamo i testimoni».

Arriva l’ordine di portare gli internati in una ca­mera: tutti sanno che è giunta l’ora finale. Interrotto per un attimo il dialogo, il secondo interlocutore, rassegnato, risponde: «L’uomo è un selvaggio, non può capire l’armonia della natura. La modifica, la distrugge, l’annienta».

Il primo dialogante sa che è arrivato il momento e guardando alla massa di uomini destinati alla dura sorte esclama: «Non c’è più speranza per noi? Cosa possiamo fare? Ho paura di morire».

Il suo interlocutore conclude il dialogo così: «Penso che la morte sia l’unica soluzione conciliati­va. Chissà cosa ci sarà oltre la morte, ma sono sicuro che saremo liberi da questo incubo, che è reale. Spe­ranza: che bella parola… Possiamo solo sperare che i nostri riescano a liberare i superstiti e permettere loro di testimoniare: per noi, non possiamo fare più nulla. Possiamo però salvare la vita agli altri grazie al nostro sacrificio. Noi internati siamo la testimonian­za non della morte, ma delle vittime della bestialità umana. Siamo vita, vita oltre il tempo. Il ricordo di noi ci renderà immortali nella memoria degli uomi­ni. Questo è il mio auspicio…».

Da quella camera dove vengono condotti gli in­ternati esce solo fuliggine: un fumo funesto ricopre il campo di Auschwitz. La misura dell’uomo è stata violata e solo con l’entrata dei Sovietici l’anno dopo ad Auschwitz si è potuto scoprire veramente cosa significa realizzare un abominio. Chissà se le genera­zioni future capiranno e seguiranno la via del dialo­go e della comprensione. La speranza degli internati in fondo è rimasta una sola: capire e preservare la vera umanità.

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MARCO PENZO, nato nel 1988 a Sinalunga (SI), diplomato presso il Liceo Classico “F. Petrarca” di Arezzo e laureato in Storia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”, si occupa di promozione e vendita di prodotti italiani all’estero. Seguendo la sua passione per la scrittura, ha pubblicato con l’Editrice Petite Plaisance di Pistoia le raccolte di poesie La Nostra Libertà (2015) e Attimi (2017) e un saggio di critica cinematografica (in collaborazione con il padre Giorgio Penzo) dal titolo Stanley Kubrick (2017). Ha realizzato l’introduzione di A Proposito di Ingmar Bergman 1955/1982 (2018), saggio scritto per Falsopiano da Giorgio Penzo.

(tratto da M. PENZO, Dialoghi oltre il miraggio, Morlacchi editore. Foto di copertina di Marco Sallese.)