Più in alto, più veloce

Giovani gabbiani in attesa del vento

GABRIELLA VERGARI.

Le note – un qualcosa di Schubert, le pareva di ricordare – la raggiungevano come non era più abituata da tempo, rivelando una raffinatezza del tutto in linea con il resto dell’ambiente.

Decisamente, sorrise tra sé, i gusti musicali di suo fratello erano ben diversi da quelli che suo figlio, rockettaro-metallaro, ora anche aspirante rapper, le aveva ormai  reso familiari e risuonavano continuamente nel loro appartamento a Parma.

In questo parigino, dove Riccardo le aveva dato appuntamento – come due cospiratori aveva pensato nel rimettere in borsa il cellulare -,  tutto parlava invece un’altra lingua. A cominciare dalla poltrona capitonnè su cui si trovava adesso seduta.

O dal grande olio che rappresentava l’unica nota di colore nella sofisticata monocromia della parete che le stava di fronte. Due giovani e scattanti gabbiani, il capo volto nervosamente di lato, a cogliere il minimo guizzo tra le onde per alzarsi in volo.

Quante volte li avevano osservati dal vivo, fantasticandoci sopra, sul litorale dove trascorrevano le vacanze da bambini!

Sdraiati in spiaggia, o sul pelo dell’acqua, o semplicemente seduti coi compagni sul molo, quante volte avevano giocato a cavalcarli, quasi fossero i destrieri del cielo!

“Sono quello più in alto e vado sempre più avanti, più veloce, più veloce. Non mi fermo più.” diceva invariabilmente Riccardo e lei rideva, divertita.

Era bello, adorabile, sfrontato quel tanto che bastava, e l’aveva sempre conquistata. Fin dal primo momento in cui l’aveva visto, appena nato, ancora tumefatto dal parto e le aveva sorriso. Un sorriso che ricordava benissimo, come se l’avesse davanti e a niente valeva che avessero provato a convincerla che non fosse credibile che un neonato, ancora con gli occhi chiusi e di appena un paio di ore, potesse anche solo immaginare di sorridere a chicchessia. Lei ne era certa e quel sorriso l’aveva sempre sentito dentro, a riscaldarla come un piccolo sole.

Anche dopo, quando suo fratello aveva cominciato a crescere e a cacciarsi nei guai.

Più in alto, più veloce.

Dagli incidenti col motorino, alle corse in moto, alle scorrerie in macchina ubriaco. “Appena un po’ bevuto,” le diceva con un’alzata di spalle che  polverizzava i suoi tentativi di farlo ragionare.

E poi le donne.

Madamina, il catalogo è questo: Laura, Ludovica, Giada, Francesca che c’era quasi morta, Giselle, Ketty, Roberta, Gilda la passionale, Caterina l’introversa, Maria, il cui marito, oltre a  tre costole e al naso, gli avrebbe rotto pure tutto il resto, a Riccardo, se gli amici non l’avessero fermato.

Sempre più in alto, sempre più veloce, mentre il suo, di gabbiano, si era fermato presto.

Non che le dispiacesse, solo niente di che: una laurea dignitosa, il lavoro già preordinato nella piccola azienda di famiglia, un matrimonio che stava reggendo nel tempo, Fabio, il suo giovane ed amatissimo metallaro.

“Se puoi,” le aveva chiesto suo fratello al cellulare “non dirlo nemmeno a Bruno”.

Facile per lui, che non aveva conosciuto remore. Neppure quando, su due piedi, aveva fatto le valigie ed era partito per la Nuova Zelanda.

“A respirare.” aveva comunicato, laconico. Non più di un sorriso, il suo sorriso, prima di chiudersi dietro la porta, lasciandola lì, col cuore spezzato all’idea di una distanza che non aveva mai pensato di poter contemplare.

Così, mentre lui sorrideva e respirava, lei aveva badato all’azienda, nella speranza che i prosciutti di famiglia valessero una vita, in particolare la sua. Ed al padre, che poco dopo era entrato ed uscito dall’ospedale, sempre più debole, sempre più malato. A sua madre, rimasta presto vedova ed ormai chiusa in una dignità malinconica e fragile.

Finché un bel giorno, dopo un’interminabile e svariata serie di Spero nel prossimo Natale. Siete nel mio cuore, era ricomparso. Con il suo sorriso, certo, ma pure qualche ruga che non l’aveva imbruttito, anzi. Ed una compagna di diciotto anni più giovane, Christine, un modello di discrezione e riservatezza, a giudicare dall’assenza di un benché minimo suo segno, nella stanza, nemmeno un’immagine o una fotografia.

Ed una figlia, Paulette, che aveva a stento imparato a  chiamarla zia prima di trasferirsi coi genitori a Parigi, e si stava adesso traducendo in una lunga galleria di scatti su whattsap.

Paulette col pigiamino e il teddy bear che lei le aveva regalato per l’onomastico. Paulette che si reca all’asilo. Paulette che tenera sorride con il sorriso di suo padre, il quale intanto stava lasciando lei lì, in sospeso, in un ambiente sconosciuto, di una casa che non sapeva nemmeno Riccardo possedesse e pareva più che altro un suo nuovo pied-à- terre. In una città decisamente inappropriata, visto che non erano due innamorati, ma due fratelli che nel corso dell’ultimo anno avevano sì e no scambiato un centinaio di parole, tra cui quel fatidico: “ Ho bisogno di vederti.”, che l’aveva catapultata là, a guardare, come stava ormai facendo da almeno venti minuti, quei due gabbiani, mentre lui era sotto la doccia – perché poi una doccia, lì e in quel momento? – con l’accompagnamento di Schubert.

Si sentì pervadere da un’irritazione sottile.

Non aveva senso. Tutta quella situazione era a dir poco surreale ed assurda e lei era la solita scema, ad esserci cascata per l’ennesima volta.

“Non dirlo soprattutto alla mamma”. Bella novità. Quando mai aveva potuto “dirlo alla mamma”, mentre spacciava per sua la biancheria che si andava trovando per casa, levava le tracce delle sbornie, pagava le riparazioni dai meccanici, gli curava ematomi e contusioni, perfino la frattura delle costole.

Più veloce, più in fretta.

Ma – come negarlo?-  le distanze avevano ormai inflitto i loro tratti di corda, trasformandosi nel letto di Procuste dei suoi sentimenti. E quella doccia, interminabile, inopportuna, glielo stava dimostrando in pieno, costringendola a suo modo ad un’intimità, una complicità evaporate negli anni. Il sole era un’altra cosa, ma le stava così ben confitto e nascosto dentro che a volte doveva proprio fermarsi e ripiegarsi su se stessa per sentirne ancore il calore e lasciarsene riscaldare.

Si alzò di scatto, decisa ad infilare la porta e ad annullare anche il minimo residuo di curiosità sollecitata da quell’incongruo appuntamento, quando qualcosa nel suo cervello si fece strada frenando la sua risolutezza a metà della stanza. Le risuonò dentro una nota d’allarme che di colpo le spense ogni moto d’ indignazione.

Cos’era?  Non sapeva dirlo con certezza. Qualcosa di vago. Forse la sottile vibrazione d’urgenza che le era parso di cogliere in quel “Vieni!” del fratello.

Dibattendosi tra l’ansia che già le serpeggiava dentro, ed il distacco che avrebbe voluto finalmente provare per le mille traversie in cui Riccardo l’aveva suo malgrado coinvolta, si impose di respirare a fondo. Tra poco. Tra poco, avrebbe potuto dirgli tutto quello che le si era accumulato dentro. Tra poco quella benedetta musica che, seppure attutita, la raggiungeva perfettamente distinguibile dal bagno, sarebbe una buona volta finita.  Non che ce l’avesse con lei. Era anzi bellissima e le stava tenendo una gran compagnia. Dal centro della stanza la sentiva poi ancora meglio. Non un qualcosa di Schubert ma  – ora che aveva fatto più attenzione la riconosceva – proprio l’Incompiuta, la sinfonia che l’autore non aveva ultimato prima di morire.

Dai recessi della memoria le si mosse un ricordo. Suo nonno seduto in poltrona, con gli occhi chiusi, a seguire, come al solito, con la mano lo svolgimento della partitura, e lei e Riccardo che sghignazzavano, osservandolo di nascosto, come fosse un vecchio pazzo. Poi, un giorno, serio serio, suo fratello le aveva detto: “Però la musica è magnifica. Mi piacerebbe al mio funerale.” e lei  era trasecolata, la risata ancora in gola,  scappando via in lacrime.

C’era stata al Nasjonalmuseet. L’aveva visto dal vivo quell’ondeggiare convulso delle linee viranti dall’arancio al blu al rosso sangue con cui Munch si era sforzato di rappresentarlo, l’urlo che una sera aveva sentito levarsi dalla natura. Ma non avrebbe saputo dire se ora quella cascata di note la stesse all’improvviso attraversando con la stessa angoscia.

Che le stava dicendo Riccardo, con quella doccia e quella musica? Erano solo una banale coincidenza? O erano invece un codice, una comunicazione segreta tra loro, un modo che lui era sicuro lei avrebbe riconosciuto per farle comprendere che…? Possibile…?

Scacciò recisamente anche solo il pensiero, ma quello non intendeva abbandonarla. Si risedette tremante sulla poltrona capitonnè. Non più in attesa, anzi desiderosa che l’attesa non finisse mai, che quel colloquio non avvenisse, che non ci fosse nessun chiarimento. Niente da confermare, niente da sapere. Solo i gabbiani pronti a spiccare il volo.

Non voleva nemmeno sentire verso quale meta. Le bastava che ci fossero e che fossero in due.

Per sempre.

Si accorse che l’acqua non scorreva più ed anche la musica era cessata.

Tra un attimo Riccardo avrebbe aperto la porta del bagno e la barriera, qualunque essa fosse, sarebbe caduta.

Fuori dalla finestra, filtravano i colori dell’incipiente autunno parigino.

Dopo un lungo dondolio una foglia si staccò dal ramo e si lasciò trasportare dal vento.

Più in alto, più veloce.

Pensò che a Parma il suo rockettaro-metallaro, ora anche aspirante rapper, si stava certamente preparando ad incendiare coi suoi suoni il loro appartamento.

A Parigi invece tutto era divenuto di colpo silenzio.

 

(illustrazione di Franco Blandino)