Autore e Lettore nell’ “Orlando Furioso” di Lodovico Ariosto

OrlandoFurioso GustavDore 2

GABRIELLA MONGARDI.

Margutte, gigante nano, personaggio minore della tradizione del poema cavalleresco rinascimentale, non poteva non confrontarsi, prima o poi, con l’eroe per eccellenza di quella tradizione, il capostipite dei Cavalieri della Letteratura occidentale, il paladino Orlando. Ovviamente lo fa in maniera obliqua, da borderline quale in fondo è: e se si cimenta con un capolavoro assoluto della letteratura italiana, l’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto (1474-1533), lo fa di sguincio, per parlare essenzialmente d’altro, ossia del Potere della Letteratura e dello strumento su cui si fonda e da cui nasce: il rapporto Autore-Lettore.

È chiaro: senza l’autore l’opera non esisterebbe, ma senza il lettore rimarrebbe muta, inerte, morta – come se non esistesse. È la simbiosi di scrittura e lettura quella che rende vivo un libro: Ariosto ne è pienamente consapevole, e in più punti del suo poema affronta la questione. Non solo: fornisce precise indicazioni sulle caratteristiche dei due ruoli e sulle attese che l’autore nutre nei confronti del lettore.

Fin dal proemio, Ariosto indica il lettore a cui è destinato il suo poema, il dedicatario ufficiale, il cardinale di Ferrara Ippolito d’Este, e stringe un ironico patto con lui (ott. 3-4): rivendicando, grazie alla disorientante ambiguità dell’ironia, tutta la dignità, l’autonomia e la grandezza della letteratura e dello scrittore, pur nella lucida, pacata consapevolezza dei reali rapporti di potere esistenti a corte.

CANTO I, ott. 1-4

 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

In realtà il destinatario del poema non ne è certo il lettore ideale: Ariosto – come tutti i grandi scrittori di ogni tempo, del resto – dal suo lettore pretende ben di più che un orecchio distratto da alti pensieri, ben di più che un po’ di spazio nella sua mente, come vedremo. Però, fin dal proemio, Ariosto parla anche di sé, in modo autoironico (ott. 2),  paragonandosi a Orlando perché pazzo d’amore come lui, e dice di aver composto la sua opera per intervalla insaniae, negli intervalli della pazzia, come San Girolamo sosteneva di Lucrezio e del suo De rerum natura.

A questo punto, un lettore poco poco attento ha già il sospetto che l’Orlando Furioso, dietro la maschera del poema cavalleresco, voglia essere un poema filosofico e didascalico come quello lucreziano, ha già capito che sotto la “favola bella” delle donne, i cavalier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese sapientemente, inestricabilmente narrate per migliaia di versi, l’autore in realtà parla di sé in quanto essere umano, della sua concezione della vita, della storia, del mondo, della letteratura, e quindi parla anche del lettore, secondo l’antica legge che de te fabula narrat.

Ma per risparmiare al suo lettore inutili rovelli interpretativi, Ariosto è ancor più esplicito sul ruolo del lettore e dell’autore in altri punti del suo poema, come ad esempio nelle prime ottave del canto VII:

CANTO VII, ott. 1-2

 Chi va lontan da la sua patria, vede
cose, da quel che già credea, lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
che ’l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l’inesperienza
farà al mio canto dar poca credenza.

Poca o molta ch’io ci abbia, non bisogna
ch’io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro.
A voi so ben che non parrà menzogna,
che ’l lume del discorso avete chiaro;
ed a voi soli ogni mio intento agogna
che ’l frutto sia di mie fatiche caro.

 Chi è dunque uno scrittore? Chi va lontan da la sua patria. Ariosto, con impressionante modernità, dice che per narrare bisogna essere – o farsi – “stranieri”, saper vedere cose lontane da quel che già credea, a costo di non essere capiti né creduti dal sciocco vulgo. Di qui l’inevitabile selezione: Ariosto, lungi dal considerare la sua opera un’amena lettura destinata a tutti, finalizzata al mero intrattenimento, sembra invitare i lettori, ma soltanto quelli più accorti, gli eletti, ad una lettura se non proprio allegorica, per lo meno più profonda dei suoi versi e delle sue storie. Insomma, sembra dirci l’autore: «Le mie ottave hanno spessore – sta a voi scoprirlo, misurarlo, esplorarlo». E la fatica della lettura e dello scavo interpretativo sarà ampiamente ripagata dai tesori di “conoscenza” che si porteranno alla luce.

In questa prospettiva, è particolarmente significativo l’episodio del duello tra il mago Atlante e la guerriera Bradamante, narrato alle ottave 16-39 del canto IV del Furioso. Il testo si presta ad una lettura che va al di là del semplice significato letterale e narrativo, per offrirci la chiave di una possibile interpretazione metaletteraria.

Se si considerano, innanzitutto, la figura e le caratteristiche del mago Atlante, è facile riconoscervi quasi una proiezione dell’autore all’interno dell’opera, e un’incarnazione della sua concezione della letteratura. Come non notare la vicinanza, l’analogia tra il personaggio di Atlante, che per mezzo dei suoi tranelli, dei suoi inganni, della sua magia, riesce a creare un mondo “altro” rispetto al reale, un mondo fatto di illusioni nelle quali incappano anche i più eroici paladini, e l’autore? Anche lo scrittore infatti è un “mago”, che crea mondi fittizi con la magia delle sue parole; grazie alla fantasia, grazie al narrare, lo scrittore costruisce, per il lettore, un mondo parallelo al mondo reale, che vive della realtà della letteratura, del mito, degli archetipi:

CANTO IV, ott. 17

Da la sinistra sol lo scudo avea,
tutto coperto di seta vermiglia;
ne la man destra un libro, onde facea
nascer, leggendo, l’alta maraviglia:
che la lancia talor correr parea,
e fatto avea a più d’un batter le ciglia;
talor parea ferir con mazza o stocco,
e lontano era, e non avea alcun tocco.

Ma c’è altro: in questa ottava Atlante, controfigura dell’autore, sta leggendo: Ariosto sembra così alludere alla misteriosa complementarietà, per non dire sovrapponibilità, dei due processi di scrittura e lettura, cui si accennava all’inizio. L’autore è uno che legge più a fondo degli altri nei codici dell’universo, l’autore non inventa, ma decifra un libro: il lettore ripete lo stesso gesto col suo libro e fa nascer, leggendo, l’alta meraviglia – quando questo miracolo si verifica la fatica dell’autore acquista senso e l’atto della lettura diventa creativo come quello dello scrittura.

Quali caratteri esige Ariosto dal suo lettore, perché possa penetrare il mondo da lui creato mediante la magia della parola – l’unica possibile su questa Terra? Dev’essere un lettore preparato, cioè disincantato, un lettore che sappia vagare nel labirinto dell’opera senza correre il rischio di perdersi: è questo il lettore che l’Ariosto desidera, com’è testimoniato più volte nell’opera, e in particolare nelle prime ottave del canto VII precedentemente ricordate.

Nel canto IV è Bradamante la figura che si può in qualche modo avvicinare a quel lettore-tipo che l’Ariosto si augurava. Nel suo duellare, nel suo stare al gioco, consapevole però della finzione, nel suo fingere di credere, senza lasciarsi però ingannare dall’apparenza, è facile scorgere il comportamento di quel lettore che, ben lungi dal considerare solo il significato letterale del testo e cadere nell’ingenuità dell’identificazione con i personaggi, riesce a stipulare con il narratore quel patto per cui, fingendo di stare al suo gioco, affronta i tranelli e gli inganni dell’opera, scoprendone il vero significato. Il lettore del Furioso non può e non deve fermarsi alla superficie, ma deve essere  in grado di travalicare i limiti di un messaggio strettamente letterale per inoltrarsi nel significato più oscuro e più profondo che si cela dentro una narrazione apparentemente di evasione.

Ariosto vuole un lettore che “duelli” con lui, che si cimenti nel ricercare il significato vero della sua scrittura, non un ammiratore sprovveduto ed ingenuo dei suoi personaggi. Ne abbiamo una conferma nel canto I, ott.22, dove solo in apparenza il riferimento (ironicamente nostalgico) è a un tempo passato, il tempo della cavalleria: in realtà il confronto è istituito tra la sfera del reale e quella della letteratura (in cui soltanto quel tempo esiste) e si colora di una lieve autoironia, significando essenzialmente la consapevolezza che l’autore ha di muoversi col suo racconto in una sfera “separata”.

CANTO I, 22 (vv.1-6)

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.

 Ariosto quindi ironicamente e velatamente ci ammonisce a non confondere la letteratura con la realtà (è l’errore che commetterà Madame Bovary, per intenderci); l’opera letteraria (anche nel caso della cosiddetta “letteratura realistica”) non è mai sovrapponibile alla realtà: che cosa ce ne faremmo, di una piatta fotocopia?

L’invenzione letteraria, il “fittizio”, è invece sempre una vittoria della mente sul reale e sull’irreale; come dirà Kafka, “è una rivolta al reale in ciò che esso ha di fuggevole e di incompiuto” e nello stesso tempo è un “sogno” che si fa reale, si fa vita vissuta, nell’esperienza creativa della scrittura-lettura – questo dialogo a distanza basato su misteriose affinità elettive, appagante e frustrante come un incontro d’amore.

Solo  se sa camminare sul fil di lama di questa sottile distinzione, solo se riconosce il Potere della Letteratura, il lettore potrà avvicinarsi al poema ariostesco e partecipare di una parte della sua magia, mantenendo però la consapevolezza che esso non risulterà mai comprensibile del tutto, mai del tutto chiaro in ogni sua parte, ma sempre aperto a nuove letture, a nuove interpretazioni, e quindi sempre sfuggente e inafferrabile, proprio come il mago, nell’ottava che conclude l’episodio:

 CANTO IV, 39 (vv.1-4)

Sbrigossi de la donna il mago alora,
come fa spesso il tordo da la ragna;
e con lui sparve il suo castello a un’ora,
e lasciò in libertà quella compagna.

(immagine di copertina: illustrazione del “Furioso” di Gustave Dorè)

(pubblicato per la prima volta l’1 febbraio 2014)