Schellino

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LORENZO BARBERIS

Il progetto triennale “CuNeoGotico“, di cui abbiamo parlato più volte su Margutte, prosegue nella sua riscoperta degli elementi gotici e neogotici della Provincia Granda. Questa volta è toccato a Gian Battista Schellino, il geometra autore di una singolare rinascenza neogotica in quel di Dogliani.

Giovan Battista Schellino a Dogliani ci nasce, nel 1818, l’anno del Frankenstein di Mary Shelley e del Vampiro di Polidori, come ricordato all’inizio della bella visita guidata dello scorso sabato 25 ottobre 2014 (sarà reiterata a Novembre). L’anno chiave del romanticismo gotico, insomma.

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L’anno prima, il 1817, aveva visto però, oltre al Sandmann di Hoffmann, l’apparizione de “La cattedrale” di Friedrich, dipinto-manifesto del romanticismo, che potrebbe quasi prefigurare la più famosa opera schellinana, il portale del cimitero di Dogliani. Ma andiamo con ordine.

A 18 anni, nel 1836, la vita di Schellino è segnata da una tragedia: la moglie tredicenne muore nel dare alla luce il suo primo figlio. Una tragedia simile a quelli che segna molti grandi nel periodo (Manzoni aveva passato da poco il terribile Natale del 1833…), in un periodo in cui la mortalità per parto ed altre cause era una piaga ancora diffusa. Influì sulla sua opera, magari tramite l’accentuato spirito religioso che lo spinse a lavorare gratis, la domenica, per edificazioni religiose? Difficile a dirsi.

La sua carriera professionale, comunque, inizia poco dopo, nel 1843, quando giunge a Mondovì per “andare a bottega” presso l’architetto Gorresio, un tirocinio grazie al quale, dopo cinque anni di pratica, si guadagnerà sul campo i galloni di geometra nel 1848, senza nemmeno fare gli studi superiori del settore.

Negli anni dello studio dello Schellino, il Gorresio progetta alcune parrocchiali del monregalese, tra cui quella di Trinità e quella di Prea vicino a Roccaforte, ma si tratta di un autore dallo stile molto più tradizionale, un neoclassico vagamente venato di influssi barocchi come normale in questa zona, e da lui Schellino non sembra aver ricavato molto, a parte forse qualcosa nelle sue opere più tradizionali.

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Ottenuto il prezioso titolo, Schellino tornerà subito a Dogliani per metterlo a frutto nel suo territorio, iniziando nel 1850 dai lavori per il Macello Comunale che lo terranno impegnato fino al 1855.

Non mancheranno le commissioni fuori dal luogo natio, ma sarà a Dogliani che Schellino punteggerà il panorama di Langa delle sue realizzazioni più eclettiche e significative, erigendo quasi un monumento a sé stesso, e divenendo per i locali, nella fama, “architetto”, pur senza mai esserlo stato nei titoli.

La sua incredibile dedizione al lavoro di progettazione, dalle cinque e mezza a mezzanotte con due ore di pausa pranzo vanno oltre alla pura dedizione al lavoro tipica dei piemontesi e dei langaroli in particolare, ma denuncia una ossessione; di grandezza, forse, sotto la scorsa della (spesso finta) umiltà pedemontana, ma anche proprio un demone creativo in forma architettonica. Non a caso di ogni realizzazione dello Schellino si hanno decine di progetti di suo pugno, tutti uno diverso dall’altro: uno spreco di risorse insensato per un puro carrierista, ma perfettamente logico in un uomo divorato dal demone del gioco (architettonico).

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La stessa religiosità che lo spinge a usare le domeniche per lavorare alle chiese come opera di preghiera può rivelare questo duplice aspetto: una scusa per progettare, sempre e comunque, anche quando le norme borghesi lo vieterebbero, e la speranza (quasi sempre frustrata) di avere nelle sue vesti di benefattore maggiore autonomia.
Schellino realizza altri lavori minori mentre completa i Macelli, tra cui anche la realizzazione della propria Casa Schellino in Dogliani, frazione La Spina; dal 1855, e fino al 1867, lavorerà però a quello che resterà come il suo capolavoro, l’ingresso monumentale al cimitero di Dogliani.

Si tratta dell’opera più eterodossa dello Schellino, quella che ha probabilmente ispirato al Cairoli il suo parallelo ardito con Gaudì (meglio il riferimento a Tim Burton, a mio avviso). In comune c’è, forse, il rifarsi all’elemento naturale nell’ispirazione, essendo il cimitero immerso al tempo in un boschetto, completamente separato dalla città, dove le guglie hanno la stessa altezza dei pioppi cipressini che le circondavano.

Una soluzione che sembra quasi richiamare il quadro di Friedrich, nell’idea di uno Schellino aggiornato, grazie alla sua voracità di lettore onnivoro autodidatta, circa le suggestioni del neogotico internazionale. Nel dipinto del pittore tedesco, infatti, la foresta che cresce alle spalle della croce campestre diviene la migliore cattedrale naturale a celebrare la grandezza di Dio tramite la Natura.

Tuttavia, ricognizioni sulla biblioteca dello Schellino parrebbe evidenziare l’assenza di questo tipo di riferimenti, almeno secondo alcuni studiosi. La cosa, però, apre il mistero di come l’autore sia potuto giungere, da totale autodidatta, a soluzioni così ingegnose e singolari.

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L’ingresso originale del cimitero era originariamente dal lato opposto, dove sussiste tuttora, e quello di Schellino era un nuovo e differente punto d’accesso, che però si amalgamava probabilmente bene con la foresta naturale o, forse, è meglio dire che ne veniva nascosto, non facendo percepire tutta la sua eterodossia visiva ai visitatori, come si staglia invece oggi che il cimitero è stato integrato nella città dalla crescita urbana, cancellando l’elemento naturale boschivo che lo circondava.

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In effetti anche la consueta definizione di neogotico lascia perplessi a fronte di tale portale. Certo è gotico l’uso di guglie aguzze, estreme, ma la bizzarra simmetricità della struttura, unita all’acutezza geometrica, spigolosa e non fluida, delle guglie, la rendono ai nostri occhi più moderna. A Gaudì può far pensare l’uso di rostrature squadrate, di mattone, che decorano alcune guglie, ricordando i boccioli sferici, fitoformi, che adornano alcune guglie della Sagrada Famiglia. Ma nell’inconscio la suggestione di queste squadrature senza compromessi fanno quasi pensare, involontariamente, a un gotico riletto in chiave Picasso: qualcosa lontano dalla congerie culturale dell’epoca, e frutto forse anche casuale dell’ecletticità schelliniana.

Predomina anche qui, comunque, un insistito sentimento religioso, reso esplicito dal moltiplicarsi di croci (e dalle gemmazioni inquietanti di quella centrale), dall’evocazione dell’Alfa e l’Omega, finanche (ma forse è aggiunta successiva) dalla clessidra alata sul cancello in ferro.
Mentre completa il suo Opus Magnus, Schellino crea altre importanti realizzazioni, che contribuiscono a definire Dogliani come il suo personale “Sogno della Città” (dal titolo di una bella mostra doglianese nel centenario del 2005).

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La Torre Civica dell’Orologio, presso l’antico Castello di Dogliani, nello stesso rosso sanguigno del Cimitero, è completata nel 1862, a un anno dell’Unità d’Italia. Ricorda a tratti, in modo più stilizzato, la massa della Torre del Belvedere a Mondovì, nella simile funzione di corrusca torre civica con orologio. Ai suoi piedi troviamo pure uno striminzito giardinetto per bambini d’altri tempi, vagamente metafisico, e ovviamente un belvedere sulle Langhe meno esteso di quello sulle Alpi di Mondovì, ma parimenti mozzafiato.

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Ben più significativa architettonicamente è la Torre dei Cessi (1862-1864), costruita appunto come nascenti servizi igienici per la adiacente caserma. Anche in questa struttura si percepisce qualcosa del neogotico eclettico del Cimitero, venato di qualcosa anche di arabeggiante. Si tratta sempre di influssi piuttosto eterodossi, suggestioni più che citazioni puntuali, come gli oblò circolari al pianterreno, scelta incongrua con qualsivoglia tendenza se non, appunto, come generico elemento di Eclettismo.

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La Parrocchiale dei Santi Quirico e Paolo (1859-1870), terminata di lì a poco, proprio mentre lo stato sabaudo conquistava il Regno della Chiesa, è l’opera più imponente di Schellino, ma è anche un ritorno all’ordine di un neoclassico molto formale, con una cupola a suo modo imponente, nel suo rame azzurrato che sfida il cielo, ma molto tradizionale.

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Le grandi colonne dell’atrio sono comunque ottenute in materiale povero, costruite con mattoni invece che con marmi come classicità avrebbe voluto, e le due torrette della facciata rappresentano un guizzo eclettico che però, più che al gotico (si potrebbe con estrema forzatura scomodare Notre Dame), rimandano a una soluzione genericamente barocca: come pure i due angeli reggicroce che decorano l’edificio sacro.

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L’interno davvero è invece un trionfo di colonne doriche, ioniche e corinzie rese ancor più massoniche dal pavimento a scacchi; un duplice filare – liscie e scanalate, Joachim e Boaz – conducono alla lapide celebrativa dello Schellino.

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Non mancano comunque all’interno elementi corruscamente gotici, vicini alla cupa sensibilità religiosa dell’Ottocento di cui è permeato, in fondo, anche il neogotico di Schellino. Le anime purganti si dibattono vanamente nel fuoco infernale, sia pur a tempo determinato, l’acquasantiera imprigiona il serpente cosmico dalla coda puntuta, mentre il confessionale in legno nero, dedicato al “predicatore” ospite, richiama la struttura del colonnato dorico, ma risulta ugualmente oscuro e vagamente inquietante.

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Ancor più neoclassica, in questo stesso 1870, è la Chiesa dell’Immacolata Concezione, la più neoclassica delle chiese doglianesi di Schellino, col biancore delle colonne scanalate, il frontone con l’occhio onniveggente, la cupola bianchissima. Una scelta che ben si collega, comunque, al candore virginale dell’Immacolata, così ribadito. Curiosa la vicinanza con una colonna-fontana (vedi sotto) decisamente fallica e vagamente freudiana, di impianto si direbbe tardoottocentesco.

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Unico elemento parzialmente eclettico rispetto al discorso sono le metope classicheggianti ove a un triplice cerchio di pura perfezione (il Dio dell’ultima cantica del Paradiso dantesco) troviamo alternato il Sacro Cuore (di Maria, probabilmente) trapassato dalla Croce e dall’Ancora, simbolo dissimulato della croce presso i primi cristiani (e trait d’union col simbolo precristiano egizio dell’Ankh, la Croce come simbolo della vita). Curioso che il cuore sia sormontato dalle Chiavi di Pietro, simbolo della chiesa, e anche la Croce e l’Ancora assumano nella loro forma questo elemento. Può indicare che sul Sacro Cuore di Maria, trapassato dai Sette Dolori della Croce, si fonda la chiesa, ma anche che la chiesa è fonte di dolore per Maria con la sua corruzione, in chiave penitenziale.

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Però, negli stessi anni, Schellino andava operando anche sul santuario della Madonna delle Grazie (1870), l’altra grande chiesa significativa nel doglianese, eretta nel 1817, a un anno dalla sua nascita. Qui, nei colori squillanti, il rosso già usato alternato al giallo che lo vivifica, e in certe geometrie più squadrate (alla forza pura del triangolo e della piramide si alterna quella del parallelepipedo, del quadrato), troviamo qualcosa del portale del cimitero, che si trova a metà strada, del resto, tra il centro urbano di Dogliani e questo santuario più isolato.

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Forse non a caso, poco dopo Schellino vorrà unire i due monumenti con una serie di quattordici cappelle mariane (1872) una diversa dall’altra nel disegno, culminanti nel santuario quale quindicesimo mistero glorioso (l’Incoronazione della Vergine). Qui ne forniamo tre esempi, i più vicini al cimitero, da cui si nota il radicale eclettismo degli stili.

Lo stesso andava avvenendo, nel monregalese, con progetto più ambizioso, tra il Santuario di Mondovì presso Vicoforte e la città alta di Mondovì Piazza, ad opera del vescovo reazionario Ghilardi, che nello stesso anno 1872 incarica lo Schellino di approntare le cappelle della Vergine. Questo progetto non andrà in porto, più ambizioso di quello su piccola scala a Dogliani, invece realizzato per il diretto controllo schelliniano.

Si conferma la centralità del ruolo della Vergine in questo cattolicesimo conservatore traumatizzato dal crollo del Papa Re, imprigionato dai Savoia proprio nell’anno in cui culmina il suo potere rendendosi Infallibile con apposito Concilio Vaticano I (1870).

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Una presenza devozionale confermata dalle ricche icone mariane anche non schelliniane, anche a Dogliani (a Mondovì, praticamente ogni casa storica ha una icona protettrice della Vergine di Vicoforte).

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L’Ospedale (1878-1888) fa da ponte tra gli anni ’70 e ’80 della produzione schelliniana, dimostrando il perdurare dell’infatuazione gotica, ma in forme sempre brillanti, ma più regolari. Al lettore di Lovecraft e Bob Kane farà pensare a una perfetta location per l’Arkham Asylum o la Miskatonic University, con giusto peso di bizzarria e follia ma rattenuti in una forma meno deviante. Significativo che Schellino sembri ingabbiare di più le sue inteperanze col procedere della sua produzione: pare quasi che l’esasperato eclettismo del cimitero non sia il punto di arrivo di una evoluzione più ardita del neogotico (come è invece negli esiti del citato Gaudì), ma il punto di partenza per trovare poi forme più accettabili nella sua epoca per esprimere tale anelito.

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Anche il Campanile di San Lorenzo (1881-1884), del periodo, si mostra come un neogotico elegante ma tutto sommato convenzionale, senza slanci di particolare innovazione: meno del Cimitero, ma anche meno, a nostro avviso, del Santuario di Madonna delle Grazie. Resta il Rosso Schelliniano, e certo la ricchezza di guglie, ma disposte a generare un piano più ordinato.

Lettere private attestano come i parroci fossero preoccupati dalle bizzarrie dello Schellino, implorandolo di adottare una soluzione classica per le chiese che egli si offriva di disegnare: niente florilegi di guglie, vuoi per i costi, vuoi per lo scarso gradimento dei fedeli, oppure per il rischio che qualche aggetto decorativo si staccasse sulla testa dei suddetti fedeli donanti, vari a sapere.

Schellino comunque diffonde anche fuori da Dogliani questa sintesi neogotica di cui pare soddisfatto, facendo circolare, oltre ai disegni, pare anche modellini lignei delle sue realizzazioni più notevoli. Il campanile di San Lorenzo è il modello che egli, per certi versi, assume come ideale nelle produzioni ecclesiastiche del periodo; lo stilema non è poi così diverso dall’Ospedale, ma su una torre campanaria è meno innovativo e dirompente che se esteso su una facciata di un edificio pubblico all’epoca concepito in modo decisamente più anonimo.

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San Lorenzo del resto è altra chiesa prestigiosa di Dogliani, la più antica costruita, risalente al X secolo e formata, pare, con elementi di templi pagani. La decorazione pregotica sovrastante è l’ultima testimonianza in tal senso in una porta laterale, mentre all’interno trionfa lo spirito ottocentesco noto allo Schellino, tra una falsa grotta di Lourdes ricostruita e gli affreschi classicheggianti della cupola. Non manca, infine, un graffito (recente? e quanto?), posto su un muro di una casa vicino alla chiesa stessa, che ne riproduce in sintesi il profilo del campanile schelliniano. Un dettaglio, certo, ma curioso.

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L’eleganza inquietante dell’Ospedale è bissata dopo poco nell’Ospizio (1883), edificio molto simile negli esiti (e il cui completamento moderno è un pugno nell’occhio di raro cattivo gusto, sebbene in generale non si sia, fino a tempi recentissimi, molto tutelato l’impatto visivo delle opere schelliniane).

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Al complesso va aggiunta anche la cappella dell’ospizio, dedicato alla Sacra Famiglia, che affaccia proprio sulla Torre Civica già adempimento schelliniano. Anche qui, un coerente gusto neogotico, smorzato però dall’intonacatura contro la maggior forza del mattone a vista nel complesso vicino.

Con quest’opera giungiamo alla quadratura del cerchio. Schellino ha intessuto su tutta Dogliani una mappatura fitta di sue opere, estremamente eclettiche nei modi e nelle forme, certo non solo neogotiche ma pervase, comunque, di una inquietudine gotica che informa di sé anche le realizzazioni più neoclassiche.

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Un testamento visivo che avvolge la città, rendendo possibile vagare per essa muovendosi da un landmark schelliniano all’altro. Una rete di rinnovati menhir, texture geomantica resa ancora più fitta se alle emergenze neogotiche schelliniane aggiungiamo altre torri rosse, quasi metafisiche: quelle delle molteplici fornaci doglianesi. Un tempo erano una cinquantina in tutta la zona, oggi solo più una è attiva, ma le torri rosse punteggiano ancora la città come le torri famigliari di un comune medioevale. Da queste fornaci uscivano i mattoni rossi d’argilla, elemento base del neogotico schelliniano, e quindi tout se tient, in certo modo.

Schellino, finalmente soddisfatto, rallenterà con gli ultimi anni l’attività – senza cessarla del tutto – fino al 1905, anno della morte. Poi un lento oblio, e quindi la riscoperta, a partire soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, anche grazie alla rilettura delle sue opere da parte di nomi come Ugo Mulas e altre voci fotografiche che sono seguite.

Un mistero, però, quello dello Schellino, ancora tutto da penetrare e decifrare, inserendo ovviamente nell’equazione anche le numerose realizzazioni extradoglianesi che qui non sono state, per ragioni di spazio, computare. Non ci resta quindi che rimandare al lettore, che colga queste poche righe come un punto di partenza per esplorare – e perdersi – nel cosmo schelliniano.

E chiudiamo con un perdurare di suggestioni gotiche dalla mostra nel vicino locale doglianese “Notturno”, affacciato sulla centrale piazza della parrocchiale, dove spesso è possibile rinvenire interessanti mostre di ambito dark e neogotico, appunto.

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