DINA TORTOROLI
Nel solenne monito di Leone XIV: “Non possiamo continuare a essere indifferenti; non possiamo arrenderci al male”, si sente echeggiare la formula Non possumus, che ha radici antiche e si connette a momenti cruciali della storia della Chiesa.
Celebre è la forma estesa: “Non debemus, non possumus, non volumus” (Non dobbiamo, non possiamo, non vogliamo) che Pio VII, nel 1809, utilizzò in risposta al generale francese Etienne Radet, che gli intimava di rinunciare alla sovranità temporale sullo Stato Pontificio, come stabilivano i decreti napoleonici.
A ben vedere, l’attuale momento storico esige che il papa Leone XIV agisca con una fermezza pastorale pari alla fermezza dottrinale di papa Pio VII: ora, è assolutamente necessario che l’umanità si impegni a ripudiare la guerra.
Malhereusement, il disarmo, per lo più, è considerato del tutto improponibile, perché – si dice – “servono armi per la difesa”, e, generalmente, pare inconcepibile che possa sparire la guerra, perché “la guerra è sempre esistita!”.
“Legge naturale? malattia della specie, fatalità? ”
No: si tratta di “luoghi comuni” la cui ripetizione automatica anestetizza lo spirito critico e trasforma “frasi fatte” in verità indiscutibili.
Si osa persino parlare di “difesa”, garantita dall’”ombrello nucleare”.
Però, nell’ottobre 1962, durante la “crisi dei missili di Cuba”, alla cieca fiducia nella “deterrenza” nucleare subentrò repentinamente la paura di un “conflitto” nucleare.
Un ruolo diplomatico fondamentale, per scongiurarlo, fu svolto da Angelo Giuseppe Roncalli, papa Giovanni XXIII, il quale, il 25 ottobre, fece consegnare all’ambasciatore degli Stati Uniti, presso la Santa Sede, e ai rappresentanti dell’Unione Sovietica, accreditati presso il governo italiano, la “solenne implorazione” che poche ore dopo egli avrebbe letto ai microfoni della Radio vaticana.
Kennedy e Krusciov accettarono la “via di uscita onorevole” offerta loro dal “Defensor pacis” che agiva come “coscienza morale del mondo”.
E il mondo accolse con entusiastica commozione questo suo accorato appello: «La Chiesa non ha nel cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora, affinché questi obiettivi si realizzino. Noi ricordiamo a questo proposito i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: “con la mano sulla coscienza che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace| pace|”. Noi rinnoviamo oggi questa solenne implorazione. Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze. Che continuino a trattare, perché questa attitudine leale e aperta è una grande testimonianza per la coscienza di ognuno e davanti alla storia.»
L’esperienza drammatica della crisi ispirò l’Enciclica “Pacem in terris” (pubblicata l’11 aprile 1963), con cui Giovanni XXIII “ruppe la consuetudine degli appelli riservati al solo mondo cattolico, per rivolgersi, per la prima volta, a tutto il mondo, anzi a tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla loro fede”; ed è di vitale importanza riflettere sul fatto che egli credeva realizzabile la pace in terra, in quanto anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi.
Infatti, nell’”Introduzione” dell’enciclica leggiamo:
«L’ordine nell’universo
1. La pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire installata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio.
I progressi della scienza e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo, regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle al suo servizio.
2. Ma i progressi scientifici e le invenzioni tecniche manifestano innanzi tutto la grandezza infinita di Dio che ha creato l’universo e l’uomo. Ha creato l’universo, profondendo in esso tesori di sapienza e di bontà, come esclama il Salmista: “O Signore, Dio nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,1) “Quanto sono grandi le opere tue, o Signore! Tu hai fatto ogni cosa con sapienza” (Sal 104, 24) e ha creato l’uomo intelligente e libero, a sua immagine e somiglianza (Cf. Gen 1, 26) costituendolo signore dell’universo. “Hai fatto l’uomo – esclama ancora il Salmista – per poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore, e lo hai costituito sopra le opere delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi (Sal 8, 5-6).
L’ordine negli esseri umani
3. Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli, quasicché i loro rapporti non possano essere regolati che per mezzo della forza. Sennonché il Creatore ha scolpito l’ordine anche nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire: “Essi mostrano scritta nel loro cuore l’opera della legge, testimone la loro coscienza” (Rm 2,15). Del resto come potrebbe essere diversamente? Ogni opera di Dio è pure un riflesso della sua infinita sapienza: riflesso tanto più luminoso quanto più l’opera è posta in alto nella scala delle perfezioni (Cf. Sal 18, 8-11).
4. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza, e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale.»
In questo sorprendente esordio dell’Enciclica ho sentito risuonare quasi letteralmente il titolo, LA GRANDEUR DE DIEU DANS LES MERVEILLES DE LA NATURE, del celebre poema settecentesco di Paul-Alexandre Dulard.
Sono stata spinta a procurarmelo immediatamente, e mi sono trovata di fronte a nuovi filoni d’indagine sull’Imbonati.


