FULVIA GIACOSA
Amici, storici, critici d’arte e collezionisti hanno organizzato una mostra al Palazzo Samone di Cuneo per accogliere nelle sue sale opere (provenienti tutte da collezioni private) di Berto Ravotti (1924 – 2014) e lo hanno fatto, prima ancora che per onorare uno dei migliori rappresentanti dell’arte secondo-novecentesca del nostro territorio, per sincero affetto e profonda stima della persona e della sua arte. All’inaugurazione del 6 giugno c’era anche qualche giovane che di lui non aveva mai sentito parlare, stupito a fronte di opere risalenti agli anni Sessanta e Settanta per nulla “provinciali” ma di una modernità ante litteram. Ravotti aveva uno sguardo lungo, sapeva cogliere le novità del momento, anzi a volte anticipava i tempi.
Con questa mostra chi l’ha conosciuto ha inteso vincere il tarlo della dimenticanza.
Bartolomeo (per tutti Berto) Ravotti è nato a Montaldo Mondovì; il suo interesse per l’arte lo porta a frequentare prima il Liceo Artistico poi l’Accademia Albertina torinese. Ha insegnato per anni Educazione Artistica alle scuole medie a Dronero e Cuneo dove si è trasferito definitivamente. Partigiano durante la Resistenza, l’artista ha contribuito alla realizzazione nel 1964 di un sacrario delle donne deportate a Ravensbrück (Germania) insieme a Piero Bolla e Araldo Cavallera, un monito per le nuove generazioni affinché tutti si prodighino a non ripetere orrori disumani. Pochi anni prima, a partire dal 1960, inizia la parabola della sua arte pittorica più significativa e personalissima che ha il culmine nei decenni Sessanta e Settanta. Inizialmente si tratta prevalentemente di paesaggi del nostro territorio dallo stile diretto ed essenziale. Queste le origini del suo lavoro, presto superate da una piena immersione nella contemporaneità di quei due decenni, quando tutto cambia al di qua e al di là dell’Atlantico, narrazioni plurime con cui si oltrepassa qualsiasi tradizione estetica fossilizzata.
Ravotti si interessa a quanto avviene nell’arte europea delle nuove avanguardie in operoso fermento sperimentale. Con curiosità e intelligenza, pronto a coglierne spunti che poi traduce in creatività personale. Già nella prima sala dell’esposizione compaiono opere che lo testimoniano: “Composizione con ciotole e ciotoli” (1960) ha una matericità debordante, sorta di “rilievo pittorico” ad olio dai toni cupi (blu profondo e nerastro) e dalla fattura grossolana che lo avvicina all’ “informel” di Fautrier (gli “Otages” dai colori raggrumati in spesse stesure) e di Dubuffet che fin dai “muri” e dai “macadam” (bitume), dà vita a quella che chiama l’ “Art Brut”, vale a dire “grezza”. D’altronde come si può pensare ad un’arte piacevole o elegante dopo le nefandezze della guerra e dell’immediato dopoguerra? Per chi la guerra l’ha vissuta non può esserci che un’arte brutale che costringa all’indignazione e consenta un ricominciamento da zero. Ma nella stessa sala e poi ancora in quelle successive c’è già un leit motiv che lo accompagnerà per tutta la vita: l’ombra. La troviamo ovunque: ora singola in un angolo del quadro, ora moltiplicata in un gruppo, ora di profilo e ferma al busto, ora intera nel suo corpo evanescente.
Ha scritto lo storico e critico Enrico Perotto: “Sagome umane in forma di ombre … segni di presenze umane allo stato larvale, che sono diventate la cifra del nostro pittore. … Si tratta di apparenze in negativo di uomini, di donne e dello stesso Ravotti, proiettate su porzioni murarie rovinose di città o di interni dolenti di case, di sagome antropomorfe, insomma, profilate con maggioreo minore precisione fisionomica, e la loro apparizione, allusiva ed elusiva ad un tempo, mette in scena narrazioni di microstorie esistenziali”. I fondali bianchi su cui si stagliano le ombre grigio chiaro sono spesso leggeri e decorativi simili a domestiche tappezzerie o tendine trasparenti; vi sono poi coppie che si stagliano sul fondo e par di scorgerle segretamente (“Ombra di una coppia su fondo bianco e grigio con tre cerchi al centro”, 1963); altre, meno eteree, incontrano un “reale” spazio fisico, ossia un arco di mattoni “veri” cementati sul supporto ligneo ove l’ombra si proietta al suo passaggio (“Ombra di una donna sopra l’arco di mattoni”, 1965), lavoro che occhieggia alle correnti new dada ove l’oggetto, grande o piccolo che sia, sostituisce la rappresentazione pittorica con il realismo “cosale” (si pensi a Rauschenberg, che trionfava alla Biennale veneziana del 1962 con il Leone d’oro). Ciò si può dire anche per “Dittico con portico e calendario La Fonte”, 1964, che fa riferimento ad una cartolibreria cuneese, sorta di collage con prelievi diretti di pezzi del reale (un calendario d’epoca con data 26 ottobre e porte altrettanto vere, un po’ malandate e colorate di azzurro) su cui si stagliano ombre di passanti. Le creazioni di Ravotti degli anni Settanta gettano uno sguardo non solo su New Dada di origine americana e assai diffuso nella geografia artistica dei primi anni Sessanta spalancando le porte alla Pop Art, ma anche ad un altro filone, di matrice astratta, noto come Optical Art: Ravotti sceglie sfondi a strisce o a piccoli cerchi colorati di arancio o verde chiaro su cui si staglia l’ormai famosa ombra ((“Doppia ombra di nudo femminile con bolle arancioni e verdi”, 1969 e “Ballerina su bande grigio e verdi”, immagine gioiosa e circense). Non mancano, infine, altre suggestioni per chi visita l’esposizione: dalle opere che toccano tematiche ecologiste (“Il pianeta è morto”, 1972) a quelle, tautologiche, che si sposano con la scrittura (“Foglio bianco con scritta Blu” e “Foglio bianco con scritta rossa”) tipicamente concettuali.
La polisemia pittorica dei lavori di Ravotti è una ricchezza per chi guarda; ciò non gli ha impedito una fedeltà assoluta a quell’ombra che costituisce il fil rouge di una vita dedicata all’arte.
Nonostante l’interesse della critica e i premi ottenuti, Ravotti è figlio di una terra non sempre aperta alle novità dell’arte, specie in anni convulsi come quelli in cui ha molto lavorato. Il rischio di provincialismo culturale è dietro l’angolo. Anche per questo dobbiamo un ringraziamento a tutti coloro che, in provincia, hanno collezionato i suoi lavori e prestato le opere per questo tardivo omaggio ad un “pittore nazionale e personalissimo” come lo ha definito nel 1969 Marcello Venturoli.
La mostra, organizzata dall’Associazione Culturale grandArte, resta aperta fino al 19 luglio ed è visitabile il sabato e la domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.00. Ingresso libero. Indirizzo: Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4, Cuneo. Per informazioni: info@grandarte.it



