DANIELA PELLEGRINO
Ottobre 1941
Il treno delle meraviglie, così chiamato per via della straordinaria ingegneria della linea, e della bellezza che attra-versa, è appena appena uscito dal traforo del col di Tenda. Un soffice strato di neve, caduta nella notte, le rammenta di aver sbagliato a vestirsi. L’aria tiepida che soffiava a Nizza le ha fatto dimenticare che al paese l’autunno può essere soffi-ce, ma mai tiepido. Pazienza, tirerà su il bavero dell’impermeabile e si scalderà trascinando la valigia fino a casa.
Dopo la stazione di Vernante Tina estrae il portacipria dalla borsetta, si sfarina le guance e passa un filo di rossetto sulle labbra. Aggiusta il ricciolo fissato ad arte dal becco d’oca e strappa stizzita un capello bianco, smascherato dallo specchietto.
«Documenti, per favore.»
Un rivolo di sudore freddo le parte improvviso dalla nuca, s’infila lungo le infossature ai lati della colonna e la obbliga a controllare i frumugliun, che vorrebbero scuoterla tutta.
Credeva di essere al sicuro, dopo il controllo a Breil.
Introduce con calma ostentata la mano nella tasca e porge la carta d’identità al soldato dall’aria accigliata.
«Bracco Teresa Agostina nata Re, in data 10 febbraio 1902, Robilante. Coniugata dal 5 agosto 1920 con il signor Bracco Giovanni Francesco, automobilista.»
«Esatto, anche se tutti lo chiamano Paolo, anzi, Paulu.»
«L’abitudine di chiamare le persone con un nome diverso da quello registrato all’anagrafe è cosa nota, e causa di non pochi grattacapi alle autorità. Lei e suo marito siete residenti a Nizza?»
«Sì, ruelle de la Boucherie, numero 6.»
«Motivo del rientro in Italia?»
«Vengo a visitare la famiglia.»
«Nulla da dichiarare?»
«No, signore.»
«Come lei ben sa, Nizza è territorio occupato. Si dovrebbero limitare al massimo i passaggi di frontiera, ma-gari con merci di contrabbando. Cosa contiene il bagaglio?»
«Effetti personali, qualcosa per i parenti.»
Nasconde il tremore e gli offre una goluas. Se l’agente scrupoloso aprirà la valigia scoprirà il doppiofondo nasco-sto sotto la biancheria, i lumini da morto con l’effigie di Santa Rita, i fiori di plastica, il foulard per Nella, la cintura per Turo. E allora l’ammanetterà, la farà scendere alla sta-zione di Robilante, la tratterrà in caserma. Lì controlleranno anche il soprabito, e forse scuciranno la stoffa che rive-ste i bottoni, dove sono celate un bel po’ di banconote, piegate e ripiegate.
La saliva sulla lingua diventa ferro.
Perché lo fa? Se Paulu lo sapesse imprecherebbe come gli succede di rado, e solo quando qualcosa lo fa andare fuori dai fogli.
«Mer…enda, ‘na grosa mer…enda!»
Ma Tina è sempre stata così, incapace di valutare i rischi che corre. Le è sembrato che sigarette, zucchero a qua-dretti, caffè, soldi, fossero utili alla famiglia, in tempo di guerra. Si è fidata della probabilità che le merci di straforo passassero inosservate, in mezzo alle altre. Ora lo capisce, di aver sbagliato.
Alza gli occhi al cielo e invoca Santa Rita, che la faccia sprofondare sotto i binari.
I gesti di richiamo del camerata, o forse l’intercessione della Santa, accorrono a salvarla.
«Non c’è tempo, signora, grazie della sigaretta.»
«O revuar, monsù.»
Daniela Pellegrino, O revuar, Tina, Araba Fenice 2026
Nota dell’Autrice.
Benché alcune vicende siano ispirate alla vita di persone di fa-miglia, soprattutto per quanto riguarda Tina, Giacomo, e i missionari Padre Juan e Padre Francesco, la mia fantasia ne ha ricamato o addirittura stravolto le storie, e li ha fatti accompagnare a personaggi in parte o del tutto inventati.
Per questo motivo ogni riferimento a fatti, persone, cose realmente accaduti o esistiti è da considerarsi puramente casuale, frutto della mia immaginazione.
Sono convinta tuttavia che tali storie siano completamente vere, anche nelle parti completamente inventate. A Tina piacevano tutti i tipi di fiori, compresi quelli finti.
(A cura di Silvia Pio)


