Implicito o esplicito?

c-sottocornola-quella-voglia-di-vivere-cover

CLAUDIO SOTTOCORNOLA

Come insegnante nei licei, ho assistito negli ultimi quindici anni ad una progressiva formalizzazione e burocratizzazione del ruolo docente, così che ciò che era un tempo implicito e ovvio, come un dieci in condotta o una insufficienza in una particolare disciplina, è diventato oggetto di analitica descrizione, motivazione, giustificazione. Un mondo amministrato, dove tutto sia previsto e chiarito all’interno di formulari ed opzioni algoritmiche, è anche quello che andiamo fronteggiando ogni volta che alzando il telefono ci imbattiamo in una voce preregistrata che rende impossibile, nonostante si tenti ogni opzione, avvicinare un interlocutore umano, o compiliamo un modulo bancario che esigerebbe settimane per essere letto e compreso, o tentiamo di accedere a qualche portale on line che rastrella ogni possibile informazione su di noi.

Oliver Roy, uno fra i maggiori studiosi dei cambiamenti religiosi e culturali del mondo contemporaneo, nel suo recente “L’appiattimento del mondo. La crisi della cultura e l’impero delle norme” (Seuil, 2022), individua nella scomparsa dell’implicito la prova della gravissima crisi in cui versa la civiltà occidentale. Egli argomenta mostrando come la necessità di esplicitare e dichiarare tutto secondo un significato univoco e immediatamente comprensibile presupponga la scomparsa di quel consenso culturale che sta alla base dell’implicito, dell’allusivo, dell’ambivalente, che tuttavia garantiscono la condivisione di un universo simbolico comune, su cui si è immediatamente d’accordo, e che pertanto non necessita di esplicitazione e formalizzazione amministrativa. In una intervista al “Corriere della Sera” egli dichiara: “Se c’è una scomparsa dell’implicito è perché c’è una crisi della cultura. È ciò che chiamo deculturizzazione. È una crisi a due livelli: crisi della cultura in senso antropologico e crisi della cultura alta”. Vi sarebbe quindi una crisi “delle evidenze implicite, dei sistemi di rappresentazione impliciti. Che riguarda tutte le culture, non solo quella occidentale”. E ciò comporterebbe: “Uno: scomparsa dell’implicito. Due: codificazione sistematica della parola, dei gesti della vita quotidiana. Tre: normativizzazione per far rispettare il codice” (M. Ventura, O. Roy. Le regole uccidono l’identità, 30.10.22).

A questa deriva caratterizzata da burocratizzazione amministrativa della vita Oliver Roy non crede vi siano soluzioni facilmente praticabili, perché esigerebbero la ricreazione di una comunità culturale che, a sua volta, presupporrebbe la presenza di una comunità o di un legame sociale fra le persone, che oggi va invece smarrito nei meandri algidi e impersonali di Internet, ove ci si raccoglie al più mediante tribù deterritorializzate e omologate da un tema, che elude però la considerazione della persona come soggetto globale alienandola in un ruolo.

Il vero problema dunque sta nella perdita di una comunità partecipata, e nel conseguente o almeno contemporaneo tentativo di reinterpretare le relazioni umane su base formalistica e funzionalistica, amministrativa insomma, perché nulla si frapponga all’algida efficienza di rapporti che si configurano solo come utili rispetto a un fine operativo e che, pertanto, congela le persone nel ruolo di automi esecutivi, affini all’intelligenza artificiale e ai robot.

Avvertiamo così tutta la nostalgia possibile per quella discrezionalità che, per esempio, guidava gli atteggiamenti e le decisioni dell’abate nei monasteri benedettini, e che consiste nella facoltà di discernere l’animo umano nella sua singolarità e nell’agire conseguentemente, sapendo che persone diverse hanno esigenze e approcci diversi, e che sapersi relazionare a tale diversità e pluralità è garanzia di efficacia e successo nelle nostre azioni, oltre che fonte di armonia e benessere per tutti gli individui coinvolti. Oggi, invece, si bada esclusivamente alla funzione e, così, capita di essere curati, da un medico di base o al pronto soccorso, senza che qualcuno ci parli o guardi in volto, col risultato che, anche quando si guariscono i corpi, si produce sofferenza nelle anime.

Purtroppo, una parte della responsabilità risiede nella estensione ed applicazione universale degli approcci tecnico-scientifici ad ogni ambito della vita umana e, poiché tali approcci si basano sulla riduzione dell’esperienza ai suoi aspetti fisico-matematici, ne risulta proprio quella univocità claustrofobica e lineare da cui non si esce, e che comporta – al limite – la possibilità di esiti infausti a causa della cecità sul singolo che essi presuppongono, e – di norma – un totale misconoscimento della dimensione libera, qualitativa, trascendente la mera dimensione fisico-meccanica, della persona stessa.

Recuperare dunque tale educazione alla qualità sembra una priorità imprescindibile nelle attuali società occidentali, ove occorrerebbe riscoprire la centralità delle discipline umanistiche nella formazione delle coscienze, avviando alla familiarità con la dimensione letteraria, artistica e musicale, filosofica e spirituale, coltivando insieme quelle attitudini sociali, relazionali e affettive che albergano esigenzialmente nel cuore di ogni essere umano.

Sembra dunque che, se non sapremo recuperare, a monte, una nuova consapevolezza circa l’originarietà assoluta della persona umana come coscienza, e dunque come soggettività trascendente e libera, nemmeno sapremo riconoscerne le priorità di una intelligenza e volontà che nessun algoritmo può esaurire e che, anzi, esigono di essere riconosciute come essenziali alla condizione umana stessa, ad esprimere le profondità della quale si addice maggiormente l’implicito, l’allusivo, l’ellittico, l’evocativo, in quanto più affini ad approssimare il mistero e, soprattutto, a rispettarne appunto l’insondabilità.

Il libero gioco delle facoltà del soggetto nell’estetica kantiana, la missione di attualizzazione dello spirito nella pedagogia gentiliana, l’appello all’impegno nell’esistenzialismo di Sartre sono solo alcuni degli approcci che orientano all’esercizio di tale intrinseca libertà ontologica, ma il pensiero di Agostino di Ippona, con il suo richiamo all’interiorità e alla sua tangenza con la trascendenza costituisce  senz’altro l’ambito più esplicito di richiamo a quella che chiameremo la nostra responsabilità nel vivere la sacralità dell’essere come qualità intrinseca alle cose, che nessun mero utilizzo pratico può presumere di esaurire.

E non a caso Alasdair MacIntyre, grande studioso della filosofia medievale e teorico del comunitarismo, a proposito delle priorità etico-culturali del mondo contemporaneo, scrive: “Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli errori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano di là dalle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo […]. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso” (Dopo la virtù, 1981).

Sviluppare così le possibilità di una pedagogia intima e qualitativa, da esercitare autonomamente su di sé con piccoli e reiterati atti di libertà quotidiana, in ordine al superamento di omologazione e conformismo tecnico-efficientistico dominanti, appare pertanto la strada più idonea a recuperare integrità e salute per la propria condizione umana. Essa tuttavia troverà salvezza, come vuole MacIntyre, solo nella ricostruzione di quei legami sociali che costituiscono la base necessaria perché un’esperienza di condivisione culturale possa aver luogo, nel riconoscimento reciproco, nella edificazione di valori non effimeri, nella salvaguardia di una dimensione simbolica che potrà finalmente esprimersi nella sua ricchezza implicita, rispettosa dell’alterità e capace di evocarne il mistero, al di là ed oltre la presunta esattezza di qualsiasi protocollo esplicito.

(da Claudio Sottocornola, Implicito o esplicito?, in “Quella voglia di vivere che non c’è più. Emergere dal disincanto postmoderno”, Oltre Edizioni, 2026, versione integrale pp. 98-106)