Dieci buone cose da ricordare il 25 aprile

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BRUNO MAIDA

Durante le celebrazioni per la Festa della Liberazione a Mondovì, l’orazione ufficiale è stata affidata al prof. Bruno Maida (docente di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino). Il suo intervento conteneva questo decalogo.

1. Se per Piero Gobetti il fascismo era l’autobiografia della nazione, ossia incarnava i vizi e i limiti del processo unitario dell’’Italia, forse oggi noi possiamo considerare il 25 aprile come l’autobiografia della Repubblica, perché ci consente ogni anno di mettere a fuoco ciò che siamo riusciti a fare oppure no nella costruzione della nostra democrazia in questi ottant’anni.

2. La Repubblica ha le sue radici nell’antifascismo e nella Resistenza. È un’affermazione che potrebbe sembrare ovvia, ma non lo è. Perché la Repubblica e la Resistenza non si uniscono solo in una sorta di atto costitutivo, ma definiscono il perimetro valoriale nel quale ci riconosciamo come comunità: libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà. Ma se la libertà e la giustizia vengono oggi sottoposte a una costante e radicale torsione da parte di molti governi autoritari da cui siamo circondati; uguaglianza e solidarietà sembrano invece dimenticate, ossia sembra affermarsi l’idea distorta che il benessere e il profitto di una parte estremamente ridotta del mondo costituiscano una sorta di esito necessario della storia.

3. Questo profondo legame tra Repubblica e Resistenza è anche un legame altrettanto solido tra 25 aprile e Costituzione. Quella Costituzione discussa sulle montagne, incarnata da uomini e donne che hanno lottato con le armi e senza le armi. Quella Costituzione che ancora oggi assume il valore di baluardo, di difesa contro l’attacco – da qualunque parte arrivi – ai valori e ai principi in cui noi ci ritroviamo come comunità di antifascisti.

4. Per questo va detto, ed è forse la cosa che più mi dispiace, che il 25 aprile non è la festa di tutti. Non può esserlo. Non può essere la festa di chi ritiene che si debbano celebrare e ricordare in questo giorno sia coloro che sono caduti combattendo per la libertà, sia coloro che al contrario hanno combattuto contro la libertà, come i militi della Repubblica Sociale. Non può essere la festa di chi difende il diritto internazionale ma “fino a un certo punto”. Non può essere la festa di chi respinge coloro che fuggono dalla fame, dalla guerra, dall’assenza di futuro. Non può essere la festa di chi pensa che il dissenso vada fermato, impedito, anziché ritenere che sia il motore stesso della democrazia.

5. È invece la festa di chi la Repubblica l’ha voluta il 2 giugno 1946 e, prima di tutto, delle donne: che si sono emancipate combattendo nella lotta di liberazione, che hanno affermato la propria soggettività, che sono andate a votare in massa non come una concessione degli uomini, bensì come diritto. Certo, se guardiamo alla Costituente, ci accorgiamo che al suo interno c’erano solo 21 donne su 556 deputati. Ma il loro segno è stato fortissimo. Basti pensare all’articolo 3, quello che riconosce l’uguaglianza dei cittadini. È stata Teresa Mattei a ottenere che quell’articolo contenesse l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli affinché quel diritto fosse reale e sostanziale.

6. E dunque è la festa, lasciatemelo dire, di Lidia Beccheria Rolfi che a Ravensbrück ha costruito il suo pezzo di Repubblica e di democrazia. Ricordarla oggi dopo un anniversario dei cento anni dalla nascita non celebrato nel modo più consono, è un dovere che sento profondamente.

7. Il 25 aprile è anche il momento in cui si devono declinare gli elementi ricordati nel presente, affinché il ricordo e la celebrazione si accompagnino alla militanza convinta e quotidiana. Significa resistere contro il riarmo, contro la guerra, contro il razzismo, contro ogni forma di autoritarismo. Per questo, il 25 aprile l’ho visto nei volti dei giovani che hanno manifestato per Gaza. L’ho visto in chi si oppone al lavoro povero e spesso mortale. L’ho visto anche in chi si oppone pacificamente alla chiusura di ogni luogo di dialogo e libertà.

8. Che il 25 aprile sia punto di intersezione fra passato e presente significa anche ricordare che la memoria deve essere viva e vitale, non essere mai sempre uguale a se stessa, ossificata. Non deve essere soprattutto una memoria indivisa, cioè uniforme, incapace di misurarsi con il cambiamento e con il presente. A voler essere polemici – e forse qualche segno del presente ci costringe a esserlo – una memoria indivisa può essere intesa come una memoria in divisa cioè militarizzata, inquadrata, in orbace.

9. Va poi ricordato che accanto alla Resistenza armata, fu fondamentale il ruolo della Resistenza senza le armi, un insieme di comportamenti che metteva in discussione l’idea stessa di legalità e legittimità. Lo ha lucidamente scritto Anna Bravo: “Quei comportamenti testimoniano che per molti italiani e italiane legalità e legittimità non coincidono più. Quello che viene sancito come legale dagli occupanti viene sentito come illegittimo, profondamente immorale; e in parallelo quello che è dichiarato e perseguito come illegale appare moralmente giusto”. Insomma, una bellissima lezione sulla disobbedienza.

10. L’ultima cosa da ricordare sono le parole di Piero Calamandrei. Non quelle celebri dell’epigrafe rivolta a Kesserling e che troviamo sul muro del municipio del Comune di Cuneo, ma quelle che enunciò nel 1955 all’Umanitaria per cercare di spiegare cosa fu la Resistenza: “Quando io considero questo miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacque che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio” […] Era giunta l’ora di resistere: era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini”.

La foto è un dettaglio dell’immagine pubblicata qui

(A cura di Silvia Pio)

Bruno Maida con le Donne in Cammino per la Pace Mondovì

Bruno Maida con le Donne in Cammino per la Pace Mondovì