L’angelo di sangue di Valeria Bianchi Mian

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Recensione di Luisa Ferrero

L’angelo di sangue si apre con un incipit potente e profondamente inquietante: una scena online che appare fin da subito come un’aggressione brutale. A osservare, impotente dal proprio studio, è lo psicoterapeuta Daniel Viola che durante una seduta a distanza assiste all’orrore: la sua paziente, Raffaella, viene colpita alle spalle da un uomo. Poi, improvvisamente, il vuoto. Il collegamento si interrompe, lasciando sospesi tanto il protagonista quanto il lettore in un silenzio carico di angoscia. Con una struttura circolare solida e ben orchestrata, Valeria Bianchi Mian costruisce un noir che scava senza esitazioni nel lato più oscuro della psiche umana, esplorando il mondo insidioso delle psicosette e della manipolazione psicologica.
La tensione narrativa si mantiene costante, alimentata da un senso di minaccia latente che attraversa ogni pagina.
Raffaella è una protagonista fragile e complessa, segnata da un passato familiare torbido e intrappolata in una relazione sentimentale soffocante con Alberto, da cui cerca di emanciparsi nonostante i continui tentativi del ragazzo di trattenerla, facendo leva sul suo senso di colpa. In questo stato di vulnerabilità, la giovane è alla disperata ricerca di un punto fermo, di un’ancora emotiva che, almeno inizialmente, sembra aver trovato solo nella figura rassicurante e accogliente della domestica Mimma. Ma è proprio questa fragilità a renderla facile preda. L’incontro con Michael – figura ambigua, dal corpo femminile e dal nome maschile – segna un punto di svolta decisivo. Il fascino magnetico di questo personaggio conduce Raffaella verso una realtà alternativa, fatta di sedute olistiche e promesse di rinascita interiore. È qui che entra in scena Salvatore Regis, il “Maestro”, guida carismatica di un gruppo che si presenta come via di elevazione spirituale ma che presto rivela contorni ben più inquietanti.
«… Trascorrere un po’ di tempo in nostra compagnia, cara ragazza, potrebbe aiutarti.» La narrazione procede seguendo il progressivo scivolamento della protagonista in un sistema chiuso e manipolatorio. Il lettore è portato a interrogarsi continuamente: è davvero questa la strada per ritrovare sé stessi? Gli “Angeli” rappresentano una possibilità di salvezza o sono solo l’ennesima illusione costruita per intrappolare menti fragili? «… nella Bibbia e in molte tradizioni giudaico-cristiane gli esseri umani sono descritti in termini di fragilità e piccolezza di fronte alla grandezza divina e alla perfezione delle creature alate.» Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la capacità dell’autrice di intrecciare elementi simbolici e riferimenti culturali con una riflessione lucida e documentata sui meccanismi della manipolazione. Il risultato è un affresco credibile e disturbante che mette in luce quanto sia sottile il confine tra bisogno di appartenenza e perdita di sé. Valeria Bianchi Mian affronta con sensibilità e intelligenza temi estremamente attuali come la fragilità emotiva dei giovani, il senso di inadeguatezza, il bisogno disperato di essere visti e ascoltati. A questo si aggiunge il peso delle famiglie disfunzionali e delle relazioni tossiche, che contribuiscono a creare terreno fertile per derive autodistruttive. Il quadro che emerge è quello di una gioventù smarrita, spesso invisibile agli occhi degli adulti, che cerca rifugio dove può, talvolta nei luoghi più pericolosi. Alcol, sostanze stupefacenti, autolesionismo diventano sintomi di un disagio profondo, mentre predatori silenziosi si muovono nell’ombra, pronti ad approfittare di ogni crepa. Attendono. E colpiscono alle spalle. Un plauso alla qualità del lessico adottato dall’autrice, capace di muoversi con naturalezza tra registri diversi: ricercato e forbito nelle parti più riflessive, ma al tempo stesso autentico e perfettamente aderente allo slang giovanile nei dialoghi, così da restituire una voce credibile e viva ai personaggi. L’angelo di sangue è un noir intenso e stratificato, capace di inquietare e far riflettere, che conferma la capacità di Valeria Bianchi Mian di raccontare le zone più oscure dell’animo umano con lucidità, empatia e grande consapevolezza narrativa.

TRE DOMANE ALL’AUTRICE

1. A che cosa allude il titolo L’angelo di sangue?

Di un angelo si dice che non possieda corpo. Né carne, né sangue: un angelo è puro spirito. A volte, così come accade nel film di Wim Wenders (Il cielo sopra Berlino, 1987) certi angeli anelano alle stesse emozioni che sconvolgono il cuore degli umani e finiscono per incarnarsi. Ma gli angeli dei testi sacri sono soffio di vento libero, guizzo di fuoco, riverbero d’infinito e non possono umanizzarsi.
Immaginati come ruote lucenti, creature ibride di piume e occhi, hanno teste animali e fiato di fiamma. I serafini che proteggono il “Signore degli eserciti”, per esempio, vengono descritti da Isaia come esseri chiassosi, urlanti, dotati di ben sei ali. Immagina il terrore che potrebbe provocare la vista di un simile mostro! Giovanni Testori è riuscito a rendere l’idea della devastante, apocalittica potenza di queste creature nella pièce Gli angeli dello sterminio. Nella storia dell’arte li ritroviamo per lo più sotto forma di affascinanti efebi, graziosi fanciulli dagli occhi ardenti rivolti al cielo, le mani congiunte, le labbra socchiuse. Ma gli angeli, parafrasando il poeta Rilke, sono terribili. Sono soldati celesti, messaggeri capaci di esprimere di fronte all’umanità tutta la potenza battagliera del divino. E allora, quando un piccolo uomo come Salvatore Regis si erge a capo di una moderna psicosetta e organizza la sua rete di manipolazioni intorno all’idea di Metatron, il serafino più potente che sia mai stato pensato, i suoi giovanissimi adepti non possono che essere simulacri. La pelle, la carne e il sangue sono gli elementi che invocano il piano di realtà quando l’ideale è un’illusione che porta qualcuno un po’ troppo lontano dalla natura dell’essere vivente.

2. Quali sono i retroscena che hanno ispirato la storia?

Per quanto riguarda gli angeli, posso dire che questo argomento mi solletica da anni. Non avevo ancora trovato la formula giusta per scrivere di loro, e di certo non avrei mai pensato, prima di questo lavoro, che la forma più adatta sarebbe stata il romanzo noir. C’è un angelo che mi accompagna sin dall’infanzia. Lo sognai a otto o forse nove anni. Alto, completamente trasparente, con un intrico di vene e arterie, un cuore pulsante al centro del petto. Nella mia formazione professionale la simbologia ha senz’altro un posto d’elezione. Gli angeli si trovano anche nei Tarocchi, che sono un sistema simbolico articolato e complesso. Penso alla carta della Giustizia, arcana virtù cardinale alla quale possiamo associare il compito di Michael. Nel suo ruolo di guardiano dell’equilibrio tra bene e male, armato di spada e bilancia, l’arcangelo è il capo delle milizie celesti. Nel romanzo c’è un personaggio di nome Michael che, ne sono sicura, non deluderà i lettori in quanto a energia giustiziera. Per quanto riguarda invece il tema delle psicosette, credo sia quanto mai attuale. Non dobbiamo più pensare alle comunità hippy degli anni Sessanta o a certi gruppi esoterici più vicini alle società segrete. Oggi le psicosette si nascondono dietro i loghi di un’azienda o di un centro olistico, utilizzano l’arte della manipolazione, conoscono gli effetti del cosiddetto love bombing, circuiscono e coinvolgono, puniscono i dissidenti. Sono delle vere e proprie piccole organizzazioni criminali. Il crimine, potremmo dire, è il furto della coscienza dei loro adepti. Infine, per quanto riguarda l’insieme, ho ricamato la trama unendo più fili: la fragilità e la forza degli adolescenti contemporanei che sono, come lo eravamo noi, un po’ uguali e un po’ diversi dalle generazioni precedenti; la violenza di genere e la tematica del possesso, dell’ossessione dei giovani maschi figli del patriarcato per le ragazze libere di seguire il proprio desiderio; l’accesso alla psicoterapia online per le nuove generazioni.

3.  Perché leggere quest’opera?

Perché è avvincente. Perché è profondo. Come tutti i noir, questo romanzo è un intrattenimento eccitante ma al contempo porta in luce spunti di riflessione sui temi che ho indicato.

Da L’angelo di sangue (Edizioni del Capricorno 2026)

«Raffaella, accendi il video…»

Silenzio.

«Non possiamo fare il colloquio in questa maniera. Abbiamo detto niente incontri con te stravaccata sul letto e tanto meno a schermo spento. Allora, com’è che vedo buio tranne la scritta Vega?»

«Ho pochissima batteria, Daniel. E poi sono di fretta! Ascolta, devo andare via per un po’. Non posso proseguire la terapia con te.»

«In che senso, scusa? Hai detto che parlare con me è fondamentale per fermarti a riflettere. Che succede?»

Silenzio, di nuovo.

Un silenzio denso e appiccicoso nel crepuscolo del bosco. È un tacere ansimante sporco di fruscii, pieno di foglie secche e di rami che si spezzano.

«Ne abbiamo attraversate, di crisi, in due anni di terapia… Non è vero, Raffaella? Ora dove sei? Al Musinè?»

«Sì…»

È l’esalazione di un sì, un sussurro delicato come la piuma di un passerotto.

«Sto aspettando l’angelo. Mi farò viva appena possibile.»

«Ma dove sei di preciso?»

«Vicino a Caselette. Ho superato un campo sportivo, una fontanella. Mi sto addentrando sulla pista tagliafuoco…»

«Perché non mandi un messaggio al tuo angelo per dire che te ne vai in macchina? Facciamo così: torni indietro, ti chiudi bene, accendi il riscaldamento e mentre aspetti parliamo. Che ne dici?»

Una risatina nervosa vivacizza il rettangolo nero del video.

«Troppo tardi. Ecco, arriva! Grazie per tutto ciò che hai fatto per me. Puoi dire a mio padre che è un fottuto stronzo! Manda all’inferno quella pazza di mia madre, okay? Conto su di te! Augura loro buone feste da parte…»

Uno schiocco, come di legna fatta a pezzi. Tonfi, forse pietre che battono le une contro le altre. L’audio è tutto un tramestio, un concerto di parole concitate e crepitii. Il dottor Viola deglutisce il cuore che gli è saltato in gola e non stacca gli occhi dal soprannome stellare. Vega: un termine ambizioso per una diciannovenne che ha tentato il suicidio due anni prima. Forse una risata o forse un lamento, e poi un inequivocabile «Non voglio!»

Lo psicologo si alza di scatto dalla poltrona: «Raffaella!»

Il silenzio si fa risucchiante, entropico. Sposta la sedia e allunga il busto, si avvicina al monitor come se questo fosse una sfera di cristallo e Daniel Mago Merlino. C’è una mosca che attraversa lo schermo in diagonale e sparisce alla vista quando la videocamera si spalanca di colpo sulla schiena nuda della ragazza. Un pezzo di cielo nero, le sagome ancora più nere dei tronchi, il corpo di Raffaella vicino allo schermo, a terra, illuminato dalla luce di una torcia. Flash di due ali tatuate sulle scapole. Le ali che in estate lei ama mettere in mostra indossando un top senza spalline. La testa della ragazza è dentro un sacchetto di plastica. Sopra il suo dorso arcuato si muove la lama d’un coltello, scintillio che indugia prima di allontanarsi come a dare più slancio all’affondo. Ma è subito buio, prima del grido. Fine della trasmissione. Daniel schizza in piedi per lanciarsi verso il Mac, quasi potesse entrarci dentro e raggiungere la paziente. Liberarla dal male. Perché diavolo, si domanda tremando, in tutto questo delirio online non gli è passato per la mente di avviare la registrazione o di fare uno screenshot?

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Valeria Bianchi Mian è specializzata in Psicoterapia individuale, di gruppo e Psicodramma junghiano. Ha creato il Metodo Tarotdramma® (www.tarotdramma.com). Ha una formazione in Mindfulness e Naturopatia e in Caviardage® per la didattica. Cura e sceneggia mazzi di carte archetipiche e metaforiche per la casa editrice internazionale White Star (Vivida). Socia di MilleGru, collabora con la rivista Poetry Therapy Italia (www.poetrytherapy.it) e con la Scuola PoesiaPresente di Monza. Conduce corsi di scrittura creativa e Poesia terapeutica con Giunti Psicologia/Psicologia.io, piattaforma sulla quale cura un salotto letterario trimestrale. È redattrice per Versante Ripido e speaker a www.radiodreamland.it. Ha curato e illustrato antologie – Maternità marina (Terra d’Ulivi Edizioni, 2020); Confine donna. Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova, 2022) e altre. Tra i saggi curati/partecipazioni: Utero in anima (Bianchi Mian V., Ceresa S.G., Putti S., Lithos, 2016); Amori 4.0 (AAVV, Alpes Italia), 2018; Fare storie (Giunti Psicologia, 2025). Narrativa e poesia: Favolesvelte (Golem Edizioni, 2016); Non è colpa mia (Golem Edizioni, 2018), Vit(amor)te. Poesie per arcani maggiori con ventidue carte disegnate da lei (Miraggi Edizioni, 2020), Psicoporno (Buendia Books, 2023), Bestie, femminile animale (Vita Activa Nuova APS, 2023). È tra gli autori di “Piemonte in Noir” con il romanzo Il corpo crudo (Edizioni del Capricorno per La Stampa, 2023), Le signore dei giochi (2024) e L’angelo di sangue (2026).

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Luisa Ferrero è nata e vive a Torino. Dopo una laurea in Materie Letterarie, ha ricoperto per tre anni il ruolo di assistente ricercatrice presso l’Università degli Studi di Torino e ha poi lavorato nella scuola, come insegnante. Recensisce libri di genere crime per blog/magazine; è membro del Comitato Scientifico della Tactile Vision che si occupa di rendere accessibile ogni forma d’arte ai disabili visivi; ha frequentato numerosi corsi di scrittura creativa. Ha pubblicato i seguenti racconti: Un, due, tre… stella! inserito nell’antologia crime Dieci piccoli colpi di lama (Morellini, 2022); Click e Nuoce gravemente alla salute inseriti nell’antologia Il Noir e gli altri (Giardino Filosofico, 2023); Il cappellino di paglia inserito nell’antologia Graffiti Noir (Morellini, 2024). Cicatrici, il suo primo romanzo giallo/noir pubblicato da 0111 Edizioni (marzo 2023), è risultato vincitore della quinta edizione del concorso ‘1 giallo x 1000’ e finalista alla VIII Edizione del Concorso Letterario “La Quercia del Myr”. 

 (A cura di Silvia Rosa)
Nuovo livello…