PAOLO LAMBERTI
Per un classicista è già abbastanza irritante la pretesa della Roma pontificia di essere la Seconda Roma, solo per aver saccheggiato la cultura e i titoli della Roma imperiale; ma almeno la geografia conforta tale pretesa.
Invece definire Mosca la Terza Roma è più che irritante, è grottesco. Una pretesa rilanciata dagli scherani di Putin, a cui andrebbe ricordato che il Granducato di Moscovia è cresciuto grazie alle decisioni dell’Orda Bianca mongola, guidata dagli Juchidi, i discendenti del primogenito di Gengiz Khan; i mongoli hanno favorito la sperduta cittadina di Mosca perché il suo kniaz (principe) era il più servile e fungeva da antemurale verso Occidente. Lo dimostra bene Aleksandr Nevskij, che quando non combatteva contro Lituani e Teutoni, omaggiava i padroni mongoli, al punto da affiancarli nella repressione dei russi che si erano ribellati alla tassazione mongola. L’omonimo film di Ėjzenštejn, almeno dal punto di vista storico, può condividere con La corazzata Potëmkin il celebre giudizio di Fantozzi; ma il film è stato girato su impulso di Stalin, appunto predecessore di Putin.
Però la pretesa di essere Terza Roma ha secoli alle spalle, ed uno dei momenti fondamentali per la sua nascita ci riporta all’Italia del Rinascimento e ad una delle figure chiave dell’Umanesimo, il cardinal Bessarione.
Di famiglia imparentata con i Comneni e quindi anche con i Paleologhi, sin da giovane mostra eccellenti qualità culturali e diplomatiche; divenuto monaco basiliano, di cui porterà la veste per tutta la vita, è anche allievo per alcuni anni di Gemisto Pletone a Mistrà, nella Morea (Peloponneso), affascinato dalla sua ripresa del platonismo, che approderà nei circoli italiani dell’Umanesimo, in primis in Marsilio Ficino e in Pomponio Leto. Intervenuto al concilio di Ferrara/Firenze, dove approda all’unione con Roma, diverrà cardinale e pare abbia sfiorato il papato in almeno due conclavi, continuando per decenni a perseguire l’obiettivo di un intervento dell’Occidente a favore di Costantinopoli prima, della Morea poi.
A suggerire questo scritto è stata, alla luce dell’attualità putiniana, la rilettura de L’enigma di Piero della bizantinologa Silvia Ronchey, un saggio tanto erudito quanto audace nelle ipotesi e nelle ricostruzioni, dedicato alla decifrazione della Flagellazione di Piero della Francesca, opera che ha attirato innumerevoli letture, tra cui quella (diversa) di Carlo Ginzburg.
Nel piccolo quadro la Ronchey vede riassunte le situazioni del concilio di Ferrara/Firenze e del congresso di Mantova, trovandovi al centro l’attività di Bessarione, che identifica nel personaggio in vesti rosse e cappello bizantino a sinistra nel trio in primo piano. Dietro alla sua opera vede una rete di famiglie italiane filobizantine che associa i Malatesta, gli Este, i Gonzaga, con l’appoggio dei Medici, tutte legate all’opera di almeno due papi, Martino V Colonna e Pio II, Enea Silvio Piccolomini, umanista e amico personale di Bessarione.
Nel concilio di Ferrara/Ravenna, evocato nella scena della flagellazione, l’intento di Giovanni VIII Paleologo, secondo la Ronchey identificabile in Pilato come simbolo imperiale, era di accettare l’Henosis, l’unione di Roma e Costantinopoli, in cambio dell’aiuto europeo contro il Turco, riconoscibile nel personaggio di spalle che guida i flagellanti; nel concilio ha un ruolo centrale Bessarione, ma il progetto naufraga per l’opposizione del clero ortodosso e per la disfatta di un fragile esercito crociato a Varna nel 1443.
Invece il congresso di Mantova, voluto da Pio II, si ripromette, sempre secondo la Ronchey, di ripristinare uno stato bizantino/cattolico in Morea sotto il figlio di Giovanni VIII, Tommaso, fratello del Costantino XI perito nella caduta di Costantinopoli. Anche questo progetto naufraga con la morte del papa e una breve, infruttuosa spedizione nel Peloponneso guidata da Sigismondo Malatesta e boicottata da Venezia, più interessata in quei decenni ai rapporti con il Turco.
A questo punto, morti Pio II e Tommaso, a Bessarione non resta che cercare un’alternativa ai progetti falliti, alternativa che lo porta a due esiti: dal punto di vista culturale l’eredità classica di Bisanzio, incarnata nella sua biblioteca con un migliaio di manoscritti collezionati nei decenni e scelti per la loro qualità, viene lasciata allo stato europeo più vicino a Bisanzio, Venezia, nonostante le diverse visioni politiche. Sarà il nucleo della Biblioteca Marciana, anche se ci vorrà quasi un secolo prima che la Serenissima costruisca l’edificio e apra il lascito agli studiosi.
Però l’eredità imperiale bizantina viene trasmessa attraverso la figlia di Tommaso Paleologo, Zoe, di cui il cardinale è tutore; ufficialmente anche lei è fedele all’Henosis, ma disprezza i Latini, come in generale i teologi greci che, non a torto, vedono nel Filioque una rozza aggiunta ai grandi concili della chiesa imperiale, nata nella Spagna Visigota del VII secolo. Bessarione dunque organizza il matrimonio di Zoe con Ivan III kniaz (principe) di Mosca, che già rivendica il titolo di Csar e porta l’epiteto di groznyi (terribile), reso famoso dal nipote Ivan IV e che indica non il carattere ma l’identificazione con uno degli aspetti di Dio, di cui lo csar, come il basileus bizantino, è il rappresentante in terra. Zoe, arrivata a Mosca, si ribattezza Sofia, ritorna all’ortodossia e porta nella corte moscovita le usanze e l’ideologia imperiale di Costantinopoli, svolgendo un forte ruolo politico, imponendo sul trono il figlio Vassilij e lasciando in eredità alla dinastia russa il cognome di Paleologhi.
Sarà il nipote, Ivan IV il Terribile (in entrambe le accezioni) ad esplicitare l’ideologia della Terza Roma, dimostrando come l’ultimo progetto di Bessarione abbia avuto miglior sorte dei decenni spesi in Italia ed in Europa. L’eco di quei dibattiti lo si ritrova oggi, sia pur degradato, negli ideologi di Putin e ancora di più nel comportamento del Patriarcato di Mosca: Kirill benedice le armate putiniane come i suoi predecessori benedicevano quelle di Stalin o quelle dello zar; è l’autentica eredità della chiesa imperiale voluta da Costantino, che si considerava isoapostolos, uguale agli apostoli, e da Teodosio: una chiesa di stato, sostenuta dallo stato e ad esso sottomessa.
Quanto di tutto questo abbia a che fare con un predicatore apocalittico ebreo del I secolo e.v. è un mistero della fede, perché la ragione non ci arriva.


