STEFANIA VINAI
Quello che si trova davanti entrando nello studio non è molto diverso da quanto immaginava e ha visto decine di volte. Eppure, a ben vedere, ogni cosa è differente. Differenti la fotografia di famiglia sulla scrivania, il telefono in bachelite, quel bizzarro copricapo indigeno che chissà perché sta sul piano quando il suo posto dovrebbe essere il muro, il denaro in contanti, diviso in due mazzette che non sono poi nemmeno questa gran somma, l’osso di gomma del cane, il taccuino degli appuntamenti e lo schermo del pc aperto su Spotify, da cui esce in loop un brano di musica elettronica norvegese lento, ipnotico ed evidentemente messo in repeat prima dello sparo se fosse stato un suicidio, magari dopo, in altro caso. A rendere tutto simile alle altre volte, comunque, ci pensano gli schizzi di sangue su ciascuno di questi oggetti, ad esclusione dell’osso di gomma che magari non era lì quando la testa è esplosa.
L’ultima volta che John è entrato in quello studio era l’estate del ’97. Aveva tredici anni, un’ombra di peluria a nord del labbro superiore e l’obiettivo di sottrarre due sigari dall’astuccio in radica sulla scrivania. Chiude gli occhi e sente ancora il gusto acre del cubano che gli riempie la bocca e brucia le mucose, negli orecchi l’eco dei conati di vomito di Christina. È quel giorno che John ha scoperto la propria kryptonite. Christina no, lei ha sempre trattato il proprio corpo come un tempio, allontanando tutto ciò che è dannoso e potenzialmente letale.
«Non dovresti essere qui.»
La voce di Luis lo riporta alla realtà: non è nello studio del colonnello, ma seduto alla scrivania del collega nello stanzone freddo e anonimo che costituisce il quartier generale della sezione omicidi della polizia di Long Island. Ha giusto il tempo di dare ancora un’occhiata alla fotografia sul monitor del pc prima che Luis clicchi sul mouse per chiudere la schermata. «Non è una rapina» sospira, passandosi le mani sugli occhi cerchiati. «Non hanno preso i soldi. Saranno diecimila dollari.»
«Novemila. Ma non posso parlare di questo caso con te.»
«Lavoriamo insieme da dieci anni.»
«Non questa volta. Ti sei buttato fuori.»
«Lo sai perché.» Due giorni, pensa. Due giorni che è iniziato quest’incubo del cazzo.
*
La chiamata arriva alle nove del mattino, poco dopo l’inizio del turno, quando ancora il caffè non ha sortito gli effetti desiderati e ancora si spera che sarà una giornata tranquilla. Probabile omicidio a Chestnut Road, la strada delle ville dei ricchi imprenditori di Long Island. L’indirizzo lo conosce Luis, perciò John non se ne preoccupa finché la berlina scura del collega non varca il cancello della grande villa in stile liberty immersa nel verde di un parco secolare. A quel punto il cuore di John si fa pesante: il furto dei cubani dallo studio del colonnello, il pane spalmato di burro e marmellata trangugiato di fretta prima di tornare a scalare la grande sequoia, il capanno degli attrezzi dove ha lasciato la propria verginità. Donna bianca sulla quarantina trovata cadavere, diceva il dispaccio, e pietrificato dall’orrore John informa il collega che lui, in quella casa, non può entrare né toccare alcuna prova.
«Nel cestino del bagno c’è un profilattico pieno del mio DNA…» ammette con imbarazzo. «Ero qui ieri sera.»
«Da quando ti scopi le ricche ereditiere di Long Island?» Tipico di Morales un simile commento.
«La prima è volta è successo nel 2002.»
«Era la tua ragazza?»
«No, scopavamo e basta. Un paio di volte al mese, forse tre.»
Luis annuisce come se comprendesse, ma Luis non può capire, perché da trent’anni Luis fa l’amore solo con sua moglie. «Resta in macchina, faccio una telefonata.»
Mezz’ora dopo arriva sul posto Santini, una spina nel fianco tutto regole e procedure che persino prima di andare al bagno consulta il manuale. Italiano del cazzo, pensa John mentre gli chiedono di salire su un’auto di servizio insieme a due agenti in divisa per tornare in centrale.
Il manuale non si discute e in centrale lo scortano in sala interrogatori, lasciandolo solo in compagnia di un caffè. Pura cortesia professionale, perché il manuale parla chiaro: il sospetto va assicurato al tavolo con le manette, posto in condizione di non poter nuocere e sorvegliato a vista da un agente di piantone. Mentre il vapore del caffè si alza nell’aria viziata dello stanzino, John scarica la pistola, poggiandola in un angolo insieme al distintivo. Si prende la testa tra le mani chiedendosi che cazzo sia successo, perché quando ha lasciato la villa, otto ore prima, Christina era viva.
John rivive ogni istante di quella serata insieme: il suo arrivo in casa, la pizza fumante abbandonata sul tavolo della grande cucina scintillante, la mano di Christina che lo guida in camera e la vestaglia di seta che scivola a terra. Il suo corpo nudo perfetto, le mani che lo spogliano della camicia spiegazzata, la lingua che percorre lenta il suo petto e scende, scende sempre più, il rumore della fibbia slacciata che lo eccita quasi più del vederla in ginocchio davanti a sé. La bocca di Christina che lo accoglie calda e suadente, e poi ancora lei che si stende al centro del letto, allargando le cosce e chiedendo ciò che chiede sempre – fammi gridare il tuo nome. Per la prima volta dopo tanto tempo gli ha chiesto di mettersi sopra di lei. Lei, che ama condurre il gioco e dettare i suoi ritmi, invece ha voluto luci soffuse e si è lasciata baciare – erano secoli che non la baciava mentre le stava dentro. Per la prima volta dopo più di vent’anni hanno fatto l’amore.
«Che è successo?» chiede a Luis quando lui e Santini finalmente entrano nella stanza.
«Le domande le facciamo noi» risponde l’italiano, sbattendo con forza un fascicolo sul ripiano lucido.
«Risparmiati le cazzate. Non credere di farmi paura.»
Morales si morde un labbro. È a disagio e si vede, perché sta per fare quello che nessun poliziotto vorrebbe mai fare: interrogare un collega. «Non partiamo col piede sbagliato» sospira, e persino un cane rabbioso come Santini si placa nel sentire quella voce stanca e un po’ incerta. «Christina Sullivan è stata trovata morta. La sua assistente, la signora… Maria Flores» legge aprendo il fascicolo, «è arrivata alla villa verso le otto e trenta. L’ha trovata seduta alla scrivania dello studio con la testa aperta in due da un proiettile calibro nove. Pistola sul pavimento, sangue ovunque, pezzetti di cervello… non devo ricordarti cosa succede quando spari alla testa di qualcuno.»
«Ero in quella casa, ieri sera. Sono arrivato alle nove e me ne sono andato poco dopo mezzanotte. Ho portato una pizza, ne abbiamo mangiata metà. Troverete il resto tra i rifiuti, lei non conservava mai il cibo avanzato. Era viva quando sono uscito» precisa. «Ho preso l’autostrada per tornare in città, entrambi i caselli sono dotati di telecamere. Non dovreste avere difficoltà nel trovarmi su quei filmati.» Si sforza di non mandare a quel paese Santini, che ha preso ad annotare ogni parola. Italiano del cazzo, pensa ancora. «Ho conosciuto Christina nel ’95, avevamo entrambi undici anni. Mia madre lavorava come governante alla casa dei Sullivan qui in città. Quell’anno per la prima volta le chiesero di trasferirsi con la famiglia nella villa, era la residenza estiva. Chiese e ottenne di portare anche me, non voleva che stessi a casa da solo con mio padre.»
Santini alza un sopracciglio, un’espressione quasi compiaciuta sul viso tondo. «Già, chissà cosa avresti potuto fargli, eh?»
John si morde la lingua per non rispondere. Santini non sa quanto sia difficile, anche dopo vent’anni, convivere con il ricordo di quando ha finalmente risolto le cose: non sa quante volte ancora, nel buio della propria stanza, accada di sentire il rumore del coltello che penetra la carne e scalfisce le ossa. «Sono tornato in quella casa l’estate successiva, e quella dopo, e quella dopo, fino ai diciotto anni. Eravamo gli unici adolescenti nel raggio di dieci miglia.»
«E così hai cominciato a fartela.»
«Luke» lo ammonisce Morales. «Controlleremo le riprese dei caselli. Sai se aveva dei nemici? Qualcuno che potesse volerla morta, o comunque farle del male?»
«Suo padre ha fondato la Sullivan Security. Contratti con la difesa, tanti piedi pestati… riceveva due o tre minacce di morte al mese. Non ha mai voluto una scorta personale. Non ricordo un nome in particolare, però. Forse Maria Flores potrà aiutarvi.»
«Cosa sai del suo fidanzato?»
«Matt Schwartz? Un coglione. Un golfista fallito, ci ha provato con otto o dieci donne facoltose prima di appendere il cappello a casa Sullivan. Ma gli è andata male, perché lei non aveva intenzione di sposarlo, anche se in parte già lo manteneva. Comunque il colonnello non lo avrebbe permesso. Non che il colonnello potrebbe dire la sua, ormai» aggiunge in fretta. «Ha l’Alzheimer o qualche stronzata del genere. Non sa nemmeno se sia giorno o notte, è in qualche clinica esclusiva del sud.»
«E la madre?»
«Morta quando lei aveva sedici anni. Cancro. Bailey era piccolo, aveva tre anni.»
«Il fratello minore, giusto?» interviene Santini, perdendo per un istante l’aria da gran testa di cazzo che lo contraddistingue.
«Tredici anni meno di lei, gli ha fatto da madre. Bailey non sta bene…» sospira John. «Suo padre lo ha mandato alla scuola militare, sperava di poterne fare un buon ufficiale, ma… non si è mai saputo se fosse vero, ma sembra abbia ricevuto delle attenzioni speciali» sussurra. «A quindici anni ha iniziato a farsi. Cocaina, poi eroina. Aveva i soldi per comprarla e tanti contatti» aggiunge, fermandosi un attimo per riprendere fiato. «La sera del suo diciottesimo compleanno si è convinto di poter volare ed è saltato giù dal quarto piano dritto su una Mustang. È stato in coma per tre settimane, e quando si è svegliato… beh, diciamo che di Bailey era rimasto poco. Christina era la sua tutrice.»
Per qualche minuto nello stanzino regna il silenzio: i tre uomini evitano di guardarsi, schiacciati dalla tristezza di sapere che a volte essere belli e ricchi non significa essere felici. «La Flores dice che Bailey non era in casa, ma che avrebbe dovuto essere in casa» riprende Morales. «Sembra sia sparito anche il cane.»
«Paco, quel pechinese bastardo» ridacchia John. «Un regalo del fidanzato, lei non l’ha mai sopportato. Quando nacque Bailey le regalarono un cane. Un pastore australiano, mi pare. L’aveva chiamato Robbie, come Robbie Williams. Dopo la morte di Robbie ha giurato che non avrebbe mai più avuto un altro cane. Ma sei mesi fa Matt si è presentato con Paco, e lei non ha potuto fare altro che tenerselo. Un calcio nelle palle sarebbe più simpatico di quel cane, non fa altro che pisciare in ogni angolo.»
«La Flores non era molto preoccupata per il cane» spiega Luis. «Ma per Bailey sì.»
«Non può essere andato lontano» commenta John. «Non guida, non ha soldi suoi, nemmeno sa allacciarsi le scarpe da solo. È un bambino di tre anni nel corpo di un uomo di ventisette.»
«Non può aver chiamato qualche amico?»
John scuote la testa. «Aveva amici soltanto finché aveva i soldi. Dopo l’incidente gli è rimasta solo Christina. Nemmeno suo padre lo voleva più, non era più l’erede perfetto che aveva sperato di crescere. Ragiona come un bambino. Può aver visto qualcosa, essersi spaventato… non mi stupirei se avesse preso il cane e fosse scappato a piedi nel bosco.»
Santini non ha ancora smesso di scrivere: John si chiede se stia prendendo appunti o scrivendo un’autobiografia, perché non è normale scrivere così tanto durante un interrogatorio. «Avete già le mie impronte e il mio DNA» aggiunge, tornando a guardare Luis. «Tra cinque minuti verrà qualcuno dalla scientifica per controllare se ho addosso residui di sparo, vero?»
«Procedura» risponde l’altro. «Potresti esserti lavato, ma la camicia è la stessa di ieri. Ieri a pranzo ti sei macchiato con il burrito» aggiunge indicando un alone rosato poco sotto il cuore.
(I – CONTINUA)
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Un racconto giallo scritto a partire dall’incipit fornito dall’autore Davide Longo (segnalato in corsivo all’interno del testo).


