CLAUDIO SOTTOCORNOLA
Dalla rivoluzione scientifica in poi si è andata affermando una visione del mondo in cui, ridotto il reale a un insieme di fenomeni quantificabili e perciò misurabili, tutto si presenta come una sorta di materia grigia, uniforme, priva di essenza, valore, anima. Per estensione, la vita diviene dunque una sorta di immenso laboratorio ove, trattando tali fenomeni, se ne spreme il meglio in termini di corrispondenza alle proprie aspettative, nella direzione di una soddisfazione di esse sempre più esaustiva. I rapporti umani, considerati però in questa accezione, divengono meramente strumentali, funzionalistici, non avendo più in sé il riferimento ad una qualità trascendente che li implementi di bellezza e valore stabili.
La realtà, abbandonata alla sua dimensione fisico-meccanica, e dunque anche economica, latita di senso, naufraga nel tedio, degrada nel banale e nell’ovvio. E non è facile, in tale contesto, risintonizzarci con il nostro desiderio profondo, che non si esaurisce nei bisogni epidermici che il sistema tardo-capitalistico in cui viviamo sollecita in noi e che la nostra pigrizia morale assume come prioritari. Dobbiamo tornare a innamorarci di quella dimensione trasfigurante, redentiva e salvifica che chiamiamo mito e investe di senso, prospettiva e valore la nostra quotidiana esistenza.
La nostra civiltà, per esempio, nel racconto mitico della creazione del mondo e dell’uomo contenuta nei primi due capitoli del Libro della Genesi, ha acquisito chiara consapevolezza che le vicende narrate non vanno interpretate come storiche, ma piuttosto come paradigmatiche di un significato che costituisce la verità del mito stesso, che non fa cronaca, ma elaborazione di senso e, nel caso, intende affermare che il mondo è stato creato da Dio, che l’uomo vi è stato posto come amministratore e che tutto ciò è buono.
Capiamo dunque tutti che il mito, come sostrato cognitivo ed esistenziale, è un portato irrinunciabile della nostra esperienza umana, e sbaglierebbe chi ne facesse un semplice antecedente che, sopraggiunta prima la riflessione filosofica e poi l’indagine scientifica, fosse destinato a sparire come inutile. Chiunque può infatti rintracciare nel dizionario Oxford Languages utilizzato da Google le seguenti definizioni attualizzanti del mito: “1. Fatto esemplarmente idealizzato in corrispondenza di una carica di eccezionale e diffusa partecipazione fantastica o religiosa; 2. (estensivo) Quanto è capace di polarizzare le aspirazioni di una comunità o di un’epoca, elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente”. E questo ci aiuta a comprendere che, anche se oggi le sacre rappresentazioni della Cappella Sistina o le prodezze guerriere contenute nell’Iliade non costituiscono più, probabilmente, lo scenario permanente e dirimente dell’immaginario collettivo cui le masse fanno riferimento (se mai una occasionale escursione culturale), la funzione che esse svolgevano in passato è ora adempiuta per molti da un altro immaginario mitico, quello mediatico, costituito da popstar e calciatori, attori, politici di grido, opinionisti e influencer che catalizzano l’immaginario, giovanile ma non solo, proponendosi come modelli di riferimento, che muovono il pubblico ad acquisirne valori o disvalori sottesi, percepiti non di rado come irrinunciabili. Per non parlare del fatto che per molta mentalità corrente, scienza, tecnica e tendenze del politically correct, abbandonato il loro specifico ambito, assurgono a vere e proprie configurazioni di significato mitico.
Così, nel momento in cui si crede di emanciparsi dal mito, se ne assume una versione non di rado impoverita e banale, e dunque ideologica, integralista, intollerante. Fra l’immaginario di una civiltà che si affidava agli affreschi delle chiese, alla polifonia barocca, alla narrazione spirituale cristiana, e ciò che ora lo sostituisce a livello di mass e social media, passa un’enorme differenza in termini di intelligenza, intensità, libertà. E le nuove generazioni così formate difficilmente torneranno ad appassionarsi alla grande poesia, alla grande arte, al pensiero speculativo, alla ricerca spirituale, in una parola, al mito nella sua dimensione più alta, più nobile, più potentemente trasfigurante. Ecco perché la priorità dei nostri tempi sta in gran parte nel recupero di una nuova ermeneutica del mito stesso, all’altezza delle sfide correnti e capace di rimotivare le masse.
Come ho spesso ricordato nei miei scritti, il grande teologo e filosofo Raimon Panikkar ha sviluppato in modo eminente la categoria di mythos fondativo, a definire quel magma incandescente di credenze, affetti, miti e figure archetipiche che ciascuno ha in sé, come radice profonda, e che diversamente lo fa reagire e interagire con la realtà, ma soprattutto lo motiva ad essere, a vivere, a muoversi e a relazionarsi con gli altri.
Perdere dunque il riferimento al proprio mythos fondativo significa perdere il gusto della vita e, di più, il suo senso recondito ma tangibile, consegnandosi alla depressione esistenziale, in una sorta di obnubilamento ove tutto si equivale e nulla conta più. Un’efficace esemplificazione di ciò si ha nel pluripremiato film di Giuseppe Tornatore, “La migliore offerta” (2013), ove il protagonista Virgil Oldman, un richiestissimo battitore d’aste, vive solo per il proprio lavoro, con l’unica eccezione di una stupefacente collezione di ritratti di donna dal valore inestimabile, che egli contempla quotidianamente in una condizione di estasi, sino a quando, di ritorno dalla sua ultima asta, a Londra, non si scopre derubato dell’intera collezione proprio dall’unica donna reale di cui si era invaghito e dal suo migliore amico, pervenendo, a seguito dell’inevitabile shock, a uno stato totalmente catatonico, immobilizzato in un istituto psichiatrico, annichilito dalla improvvisa perdita della propria intera dimensione simbolica e mitica, costituita dalla inestimabile collezione perduta. Ed è sintomatico che il suo risveglio alla vita avvenga – paradossalmente – proprio quando egli ritrova nell’amore (impossibile) per la donna che lo ha truffato – ovvero in un nuovo mito vitale – la forza per ricominciare a sperare.
Senza mito non c’è vita, insomma. È però importante cogliere come esso non si opponga alla realtà, ma ne sia piuttosto il fondamento. L’intelligenza mitica allora non condurrà a rifugiarsi in una sorta di passato aulico e perduto, ma troverà in quel passato le radici per crescere, fiorire e protendersi verso un futuro che non prevediamo, ma che di quel mito potrebbe essere il progressivo inveramento, come sembra evocare, nel linguaggio biblico, Paolo di Tarso: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1Cor 2,9).
Heidegger raccomandava attenzione per il misterioso passaggio dell’essere negli accadimenti della nostra vita, che il linguaggio rammemorante della poesia poteva evocare meglio di ogni altro; nel Primo libro dei Re, il profeta Elia riconosce la presenza del Signore non nel “vento impetuoso e gagliardo”, non nel “terremoto”, non nel “fuoco”, ma nel “sussurro di una brezza leggera”, al cui passaggio egli “si coprì il volto con il mantello” (19,11-13); nel taoismo, se l’intelligenza, con il suo corredo di scienza, procura inutile sofferenza all’uomo, egli trova invece la pace solo ritirandosi in se stesso per giungere alla piena comprensione: “Avvicinati! Ti dirò che cos’è il Tao supremo! Ritiro, ritiro, oscurità, oscurità: ecco l’apogeo del Tao supremo! Crepuscolo, crepuscolo, silenzio, silenzio: non guardare niente, non sentire niente!… Conserva la quiete, conserva la tua essenza: e godrai della lunga vita!” (Tchouang-Tzeu, in M. Granet, “Il pensiero cinese”, Adelphi, 1971). Sembra che il mito, occultato fra le pieghe della vita nella sua dimensione più umile e nascosta, sia alla fine destinato a svanire nella sua mera dimensione iconica, per lasciarci, finalmente, soli al cospetto di Dio.
(da Claudio Sottocornola, Mito o realtà?, in “Quella voglia di vivere che non c’è più. Emergere dal disincanto postmoderno”, Oltre Edizioni, 2026, versione integrale pp. 121-135)


