DINA TORTOROLI
Lo scorso 27 marzo, la recensione al saggio Quella voglia di vivere che non c’è più / “Emergere del disincanto postmoderno”, a cura di Gabriella Mongardi, ha catalizzato la mia attenzione per la sua attinenza ai temi che sto esplorando.
Ho quindi trattenuto la puntata 55, che ero in procinto di inviare alla redattrice, per aggiornarla, avvalendomi della parola di Claudio Sottocornola, «filosofo ermeneutico multi-task» di cui Mongardi interpreta il pensiero in modo coinvolgente.
La studiosa dichiara che Sottocornola «non sembra incline alla semplice constatazione [di una condizione di vita umbratile, indeterminata, insensata, o - peggio ancora - venale], e dunque riflette, elabora, analizza, e, soprattutto. interpreta in un tentativo di sintesi che sia anche opzione resiliente e salvifica, lucidità o illuminazione, consapevolezza della crisi, ma, anche, delle opportunità che una civiltà in declino – suo malgrado – continua ad offrire».
Claudio Sottocornola, insomma, sa «scorgere qualche residuale speranza nella fine che incombe, fine che intercetta i destini individuali ma anche quelli collettivi di un Occidente in frantumi. Le sue sono infatti riflessioni occasionate dalla collaborazione con alcune riviste fra teologia e spiritualità, “Il Canacolo” e “Missione Salute”, rivolte a un pubblico trasversale, che esige chiarezza nella comunicazione, ma anche si attende prospettive praticabili, sentieri percorribili, opzioni appunto di resilienza e di senso».
Ascoltiamolo:
“Seminare germi di senso in un’epoca in gran parte insensata, babelica e stordente, è il mio proposito, che peraltro contribuisce a conferire senso al mio lavoro, ma spero anche – in minima parte – alla costruzione di senso del potenziale lettore” [...] “Personalmente mi sento un po’ come gli indiani d’America sopravvissuti all’epoca del West, depositari cioè di un’arcaica sapienza della vita che andava dissolvendosi con loro, di fronte a una civiltà aliena che li avrebbe colonizzati e distrutti. E tuttavia non dispero di trasmettere al vento una parola che giunga da qualche parte, a rendere ancora una volta possibile, per qualcuno, un nuovo inizio”.
Gabriella Mongardi, concorde, opportunamente profetizza: «Parola depositata in un libro, in questo libro, che qualcuno aprirà».
Io sono doppiamente grata a entrambi.
È di basilare importanza essere aiutati a riflettere sul valore della vita con senso di responsabilità, in un’epoca in cui “la scienza esatta persuasa allo sterminio” ha consentito all’uomo di produrre armi in grado di causare l’olocausto nucleare.
Inoltre, relativamente al mio lavoro, ho l’impressione che il filosofo Sottocornola, in dialogo oggi con potenziali lettori, per allinearli al suo intento – a somiglianza dell’Imbonati, che a fine Settecento si rivolgeva ai propri, per realizzare il Plan éducatif, di ispirazione idéologique – potrebbe indurre finalmente anche i critici del Fermo e Lucia ad accorgersi che l’autore verace è veramente un génie puissant, consapevole di sé e portatore di salvezza. Mai e poi mai egli avrebbe assecondato un drappello di “coautori”, determinati a smantellare la sua immensa opera, per adeguarla alle aspettative del pubblico (uomini di “buon gusto” compresi).
Assuefatta come sono al linguaggio biblico del “mio” Imbonati, molto probabilmente io sono stata catturata dal linguaggio evangelico del filosofo Sottocornola: l’espressione “seminare germi di senso” ha indubitabilmente attinenza con la parabola del seminatore (Matteo, 13,1-23, Marco, 4, 1-20 e Luca,8, 4-15).
Quanto al Fermo, vi si incontra persino una rielaborazione del racconto della Genesi (capitolo 3): «L’albero della scienza aveva maturato un frutto amaro e schifoso, ma Geltrude aveva la passione nell’animo e il serpente al fianco; e lo colse. Con la direzione del serpente, ella trasfuse prudentemente a gradi a gradi nelle menti delle due suore il pervertimento che era necessario per renderle sue complici» (Fermo e Lucia, 1954, p. 226).
Va detto che il linguaggio biblico connota principalmente la ricostruzione degli eventi più orribili del Seicento, siècle perverti, ma aleggia nell’intera opera, fino alla «conclusione» «trovata» da Lucia, e dall’autore «proposta come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti…narrati»: «le scappate attirano bensì ordinariamente de’ guai: ma la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli; e quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce, e gli rende utili per una vita migliore».
Quindi, mi rendo conto che varrà la pena di recuperare con scrupolo tutte le osservazioni sulla morale cattolica, disseminate nella “storia”, imperniata sul problema del male, che l’uomo, dotato di libero arbitrio, sceglie di commettere.
Per esempio, ritornando allo “sciauratissimo giudizio” dei presunti untori Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, ho l’impressione di riuscire infine a cogliere appieno il pensiero dell’Imbonati, sotteso alle sue sorprendenti premesse:
«Nel caso nostro specialmente è cosa utile il poter giudicare, e definire empia la condotta di quei giudici; è cosa utile, e nella lurida tristezza dell’argomento è cosa consolante. Sì, è consolante. Quando noi troviamo nella storia, e ne troviamo troppo spesso, fatti atroci dell’uomo contro l’uomo, e per movente di quei fatti troviamo una opinione pregiudicata, una ignoranza, una stortura degli intelletti; se ci fermiamo a questa osservazione, nasce in noi una indegnazione piena di tristezza, di scoraggiamento, e direi d’impazienza. Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male dalla debolezza della sua intelligenza, ci par di vederla dominata da cagioni indipendenti dal suo volere, e come legata in un sogno perverso e affannoso da cui ella non ha alcun mezzo per riscuotersi, del quale nè pure può farsi accorta da sé. Noi proviamo per quegli uomini atroci per errore una indegnazione che pure non ci sembra ragionevole, una pietà senza benevolenza, parliamo delle immanità loro più tosto con un orrore istintivo che con un biasimo motivato.
Ma quando nel guardare più attentamente a quei fatti, noi scopriamo in essi una ingiustizia che doveva esser sentita da quegli che la commettevano, infrazioni alle regole ammesse anche da loro, azioni volontarie opposte ai lumi che essi in altre occasioni mostrarono d’avere, allora, pur deplorando la perversità di quegli uomini, si prova una specie di conforto nel pensiero ch’ella era volontaria, che potevano rigettarla, ch’era l’effetto d’una loro scelta, e non d’una necessità comune. Si vede che l’ignoranza o la falsa scienza dalla quale talvolta un uomo o una generazione è impossibilitata a francarsi, questa ignoranza invincibile e innocente potè ben essere una occasione, un motivo, una tentazione per commettere il male, come ogni cosa può esserlo; ma la cagione immediata, la cagione che lo ha operato fu quell’altra ignoranza morale che non è una scusa, ma una colpa, quella ignoranza che l’uomo assume e perde a sua voglia, l’ignoranza che egli ha d’una cosa quando ella è un dovere, e che non ha più quando la stessa cosa è un diritto per lui; quella ignoranza nella quale può cadere, e cade pur troppo, l’uomo delle età più scienziate, e dalla quale può liberarsi l’uomo delle più rozze».
A questo punto, interrompo il discorso, divenuto estremamente complesso. Vorrei proprio non aggiungere nemmeno una parola, favorendo la necessaria pausa di decantazione delle idee, ma la TV è accesa e i telegiornali e i programmi d’inchiesta sulle atrocità del nostro tempo inseriscono regolarmente dichiarazioni ed esortazioni del Papa Leone XIV all’interno della cronaca dei fatti di guerra in Medio Oriente. E l’appello del Papa più spesso rilanciato è: «Non possiamo continuare a essere indifferenti; non possiamo rassegnarci al male!».


