Perché preferisco l’Iliade

Gaza. foto: Anja Meulenbelt Fonte: Flickr.

Gaza. foto: Anja Meulenbelt
Fonte: Flickr.

LAURA BONFIGLIO

Tutti, chi più chi meno, a scuola abbiamo studiato l’Iliade e l’Odissea e se avessimo fatto un sondaggio sul gradimento della prima piuttosto che della seconda avrebbe sicuramente vinto l’Odissea, racconto del viaggio lungo ed avventuroso di Ulisse (Odisseo) che ritorna ad Itaca dopo la caduta di Troia.
Questo racconto è intessuto di flashback, espediente narrativo attualmente molto usato, che viene utilizzato da Omero per introdurre il racconto che Ulisse fa alla corte del Re dei Feaci dei dieci anni precedenti. Un salto nel passato per ricostruire i fatti avvenuti cronologicamente prima dell’inizio del poema ma introdotti solo a metà dell’opera.
L’Iliade, invece, è un poema tragico, che narra di guerra e dell’ira dell’eroe Achille, celebrando l’epica guerriera. Tutti ricordiamo il meraviglioso incipit dell’Iliade dove Omero invoca la Musa per cantare l’ira di Achille, eroe della passione e della forza fisica, alla ricerca della gloria eterna.
“Cantami, o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei…”; qui Omero invoca Calliope, musa della poesia epica, alla quale il poeta chiede ispirazione per poter narrare l’argomento del poema, l’ira di Achille voluta da Zeus per continuare la sua opera di sterminio. L’ira viene presentata con l’aggettivo “rovinosa” tanto che, la stessa provoca non solo infiniti lutti agli Achei, ma anche perché la morte “gettò in preda all’Ade guerrieri valorosi”, i quali una volta morti vengono addirittura lasciati in pasto ai cani e agli uccelli, creando uno scempio inaudito dato che per il mondo classico la sepoltura era molto importante.
La forza trasforma chiunque da essa venga toccato e per Simone Weil è l’essenza del contenuto dell’Iliade. Nel poema omerico non si narra tanto l’eroismo nella battaglia o le fantastiche ingerenze degli dei nei casi umani. L’Iliade è piuttosto il poema della Forza e del potere che essa ha da una parte di portare alla rovina chi la esercita e dall’altra di pietrificare chi la subisce. Allo stesso tempo la violenza e la sopraffazione trovano il loro pareggio nella pietà e nell’amore, ma non nel perdono: il greco non conosce infatti questa ambigua categoria propria della cristianità. Grazie a questa cruda verità l’uomo viene riportato alla sua finitezza, in questo consiste la grande narrazione fondativa dell’Occidente. L’occhio di Omero guarda e narra con imparzialità quasi divina le violenze e le alterne sventure tanto degli Achei quanto dei Troiani. Lo stesso occhio, attraverso lo sguardo di Simone Weil, osserva, in un processo di attualizzazione del mito, tanto lucido quanto partecipe, l’avvicinarsi della tempesta che si abbatterà sull’Europa alla fine degli anni 30 del ‘900. L’Iliade o il poema della forza fu scritto da Simone Weil, filosofa francese che nasce nel 1909 da una famiglia di origini ebraiche e muore a soli 34 anni nel sanatorio di Ashford. Filosofa, mistica, partigiana e pacifista è animata da idee anarco-marxiste ma, soprattutto, dal desiderio di essere sempre al fianco dei più deboli. Il saggio sull’Iliade fu scritto tra il 1936 e il 1939 e tra il 1940 e il 1941 uscì sui “Cahiers du Sud” a Marsiglia.

Secondo la lettura di Massimo Cacciari: “non ci sono gesta eroiche o avventurose incursioni divine, ma piuttosto il dispiegarsi tragico di violenza e volontà di sopraffazione che, peraltro, hanno il loro contraltare nel disvelamento della pietas. L’uomo, nella sua carnalità e nella sua lontananza rispetto agli dei, rimane in una dimensione terrena e finita.”
Cosa vuole dirci la Weil quando definisce la forza come ciò che rende chi le sia sottomesso una “cosa”? Vuole avvisarci che quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una “cosa” nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere, c’era qualcuno e un attimo dopo non c’è nessuno, c’è solo un cadavere mentre per Omero la forza è considerata una legge naturale, insita nella natura delle cose.
Secondo Simone Weil la scelta della forza è sempre una scelta debole. La prima redazione del testo, dal titolo Non ricominciamo la guerra di Troia (scritto nel sanatorio svizzero di Montana dopo l’esperienza della guerra civile in Spagna) fa recitare ad Andromaca una considerazione lapidaria: la prima vittima della guerra è sempre la verità. Prima ancora che con le armi, la verità viene sacrificata attraverso “parole omicide”, parole cioè che tradiscono, feriscono e ingannano nel loro vuoto di senso.
Negli stessi anni un’altra donna ebrea, scappata negli Stati Uniti, scriverà un saggio sull’Iliade: si chiama Rachel Bespaloff, figlia di ebrei ucraini, è musicista, danzatrice, filosofa e scrittrice. Vive la giovinezza a Parigi, ma è costretta a trasferirsi negli Stati Uniti per sfuggire alle leggi razziali della Francia di Pétain. Non riuscirà mai a sentirsi a casa in quella nuova terra, dove morirà suicida nel 1949, all’età di 54 anni.

Molte vicende accomunano queste due donne: vengono curate a Ginevra negli stessi anni, nella stessa clinica per malattie nervose ed entrambe cercano di scappare dalla Francia alla volta degli Stati Uniti, salpando da Marsiglia. Entrambe leggono l’Iliade poco prima di avviarsi all’esilio, per entrambe questo poema diventa un libro necessario per cercare di capire quello che sta succedendo nella loro epoca, nel momento in cui la Seconda Guerra Mondiale e la violenza più brutale annienta ogni tentativo di ragionevolezza. L’Iliade, di Rachel Bespaloff, è del 1943; all’insaputa l’una dell’altra, le due scrittrici lavorano a un saggio sull’Iliade negli anni bui che accompagnano lo scoppio della guerra e la vergogna delle leggi razziali.
La distanza tra Weil e Bespaloff nella lettura dell’Iliade si misura soprattutto nella famosa scena dell’incontro tra Priamo e Achille. Il vecchio re di Troia si reca dal guerriero chiedendo la restituzione del cadavere del figlio Ettore. Questo episodio è letto da Simone come supremo esempio dell’annichilimento che la forza opera su un essere umano, cioè l’umiliazione del vinto. La morte aleggia ovunque, e la lettura di Simone è come incatenata al senso della perdita; in realtà, la scena racconta la capacità di superare il desiderio di vendetta nell’atto di una riconciliazione ultima. A vincere è la commozione per un lutto condiviso quando Achille offre la mano a Priamo, lo aiuta a rialzarsi, gli parla come a un padre.

Vale la pena citare per intero la scena che, nel buio della notte, incornicia l’incontro tra l’anziano re piegato dai lutti e Achille guerriero:

Così parlò Priamo, e in Achille fece sorgere il desiderio di piangere per suo padre; prese il vecchio per mano e lo scostò da sé, tutti e due ricordavano: Priamo, ai piedi di Achille, piangeva per Ettore uccisore di uomini, e Achille piangeva per suo padre e piangeva anche per Patroclo; alto si levava dentro la tenda il lamento. Ma quando Achille glorioso fu sazio di lacrime, quando il desiderio di pianto abbandonò le sue membra e il suo cuore, allora si levò dal seggio, prese il vecchio per mano e lo fece alzare; e compiangendo i capelli bianchi e la bianca barba del vecchio, si rivolse a lui con queste parole: “Infelice, quanta sventura hai patito nell’animo”.

Bespaloff risponde inconsapevolmente proprio a Weil quando, nel capitolo dedicato all’incontro tra Priamo e Achille, riconosce che “sotto la bella unità della forza rinasce l’ambiguità del reale”. Gli eroi di Omero sono statue immobili e lontane ma nello stesso tempo sono i protagonisti di infinite possibilità e contraddizioni, la possibilità impossibile di essere liberi. E la poesia è l’unico strumento per dare forma a questa impossibile possibilità, l’istante cioè in cui può irrompere il divino: nella radicale contrapposizione tra finito ed infinito è lì che può succedere, in quel preciso momento. Tra il baratro del non senso e la necessità di dare un significato all’atto di amare la vita nonostante tutto, in quello iato nasce il dovere di trasformare le nostre grida in canto. Siamo etici quando insorgiamo contro ciò che ci annienta, filosofia da combattimento anziché sapere astratto che consiglia ubbidienza. L’etica stessa diventa resurrezione, un modo per contrastare il baratro della morte senza evadere in paradisi illusori. La sua è anche una filosofia dell’incontro perché sono proprio gli incontri, caso e predestinazione, a dare forma alla nostra vita, cambiandola. I suoi maestri sono i filosofi che si ribellano al sistema: Friedrich Nietzsche, Soren Kierkegaard e infine Gabriel Marcel. L’atto di sperare contro ogni ragione per mobilitare le nostre migliori risorse, voler vivere aldilà di ogni insensatezza, ecco quello che ci vuol dire Rachel.
Come Fedor Dostoevskij fa dire ad Aliosha ne I fratelli Karamazov, “la vita, prima la vita”, anche Bespaloff capisce che prima ancora che con le armi, la verità viene sacrificata attraverso “parole omicide”, parole cioè che tradiscono, feriscono e ingannano nel loro vuoto di senso.

Questa è la ragione per cui preferisco l’Iliade, per questa scena dove Omero ci accompagna nell’accampamento nemico dove Priamo, durante la notte raggiunge la tenda di Achille, l’assassino dell’amato figlio Ettore per chiedere la restituzione di ciò che ne rimane, una scena che commuove e non si dimentica.
Nel Novecento l’atrocità della guerra è stata rappresentata da molti artisti ma in questo nostro presente sono i graffitari i più incisivi quando a Gaza ritraggono i civili feriti e morti, mamme con bambini in braccio che sembrano deposizioni, perché rimanga sui muri, fino a quando staranno in piedi, la verità della guerra moderna e cioè che muoiono più civili che militari. Gli artisti guardano e poi ci danno la loro chiave di lettura affinché i politici prendano decisioni etiche. Non abbiamo fatto abbastanza per proteggere la Pace di cui abbiamo goduto per molti anni, nonostante scrittori e artisti di tutti i tempi ci avessero messo sotto gli occhi l’orrore della guerra?

La foto, intitolata Gaza è di Anja Meulenbelt. Fonte: Flickr.

(A cura di Silvia Pio)

Per altri contributi dell’autrice su Margutte, cliccare il tag col suo nome.