Prima/Dopo Una sera di settembre (II parte)

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STEFANIA VINAI

Dopo

New York, 10 settembre

 Dopo aver riempito la tazza per tre quarti, Susan capisce di aver già visto il volto chino su quel tavolino – non dal vivo, piuttosto in una fotografia dai bordi consumati conservata con cura dentro un magro portafoglio marrone.
Sono le dieci passate di un fresco sabato sera. Nel locale non entra nessuno da più di due ore. Sono trascorsi esattamente dieci anni dall’ultima volta in cui Susan si è seduta a quel tavolino per chiacchierare con John. Si allontana di qualche passo, si ferma, sta per tornare indietro, cambia idea. Ci sono decine e decine di cose che vorrebbe dire, ma per qualche strana ragione sente che nessuna parola suonerebbe giusta.
«So che mi hai riconosciuta.» Di scatto si volta verso la ragazza bruna, che ancora le dà la schiena. Non sa come ribattere a quell’affermazione così repentina e sicura. Poi la ragazza volge la testa, appoggiando il mento contro la spalla per nascondere un lieve sorriso. «Devi avermi riconosciuta per forza, dicono tutti che sono uguale a lui.»
Susan torna indietro e molto lentamente siede di fronte alla giovane. Si concede un istante per osservarla, per studiare i suoi occhi e il suo sorriso. Dopo averla osservata con attenzione, finalmente, capisce. «Tu sei Camille» sussurra, appoggiando la brocca sul tavolino. «Sì, hai gli stessi occhi di tuo padre.»
«E il suo carattere di merda.»
«E la stessa passione per il linguaggio scurrile» ribatte Susan, mostrando un mezzo sorriso al ricordo di quante volte le sia capitato di sgridare il sergente per quel suo vizio incessante di ricorrere sempre al turpiloquio.
«Lo so, una ragazza non dovrebbe dire parolacce. Ma ehi, non sono Shirley Temple, e acciderbolina è passato di moda già da un pezzo.»
Susan rilassa la schiena contro la seduta, ravviandosi i capelli con una mano. «Questo è esattamente il tipo di risposta che avrebbe dato lui.»
Camille si gratta distrattamente una guancia, poi torna a stringere la tazza fumante con entrambe le mani. «Credo che crescere senza di lui mi abbia spinta a volergli somigliare il più possibile. Per non perderlo, credo. O almeno, è così secondo il mio analista.»
«Sei in analisi?»
«Non lo sono più da un paio d’anni. Ho cominciato a vedere un terapista dopo che lui è…» Lascia cadere la frase nel vuoto, abbassando lo sguardo, come se dieci anni non fossero stati sufficienti a elaborare il lutto. «Non credo molto nella terapia, ma devo ammettere che un po’ ha funzionato. Anche se non verrò mai a patti con quello che successo. Con il modo in cui è successo, in verità.»
«Come migliaia di altre persone, suppongo» commenta Susan a bassa voce, avvertendo un improvviso groppo in gola. «Tutti noi portiamo dentro le cicatrici di quel giorno.»
Domani sarà il decimo anniversario della morte di John, morto in servizio l’undici settembre – il giorno che ha cambiato per sempre il volto del mondo. John è morto da eroe, facendo il proprio dovere, sacrificando la propria vita per permettere ad altri di sopravvivere. Susan ricorda ancora ogni dettaglio di quel giorno: non ha bisogno di chiudere gli occhi per rivedersi asserragliata nella caffetteria, un occhio fisso sul traffico impazzito al di là della vetrina e uno incollato alla tv, sperando che un giornalista all’improvviso dicesse ehi ragazzi, era solo uno scherzo. Ricorda di non aver mangiato, di aver dormito sul pavimento dietro il bancone per la paura di uscire per strada e trovarsi a faccia a faccia con la morte. Ricorda lo sgomento nel vedere le immagini del crollo, ricorda come il cielo si è oscurato in pochi minuti a causa della polvere, ricorda le grida terribili che si rincorrevano per strada. E poi la spasmodica attesa di notizie, le linee telefoniche sovraccariche, i mille tentativi fatti per mettersi in contatto con John. E infine ricorda la sua fotografia al telegiornale, insieme a tutte le fotografie di tutti gli agenti morti in servizio. Ricorda come le gambe hanno ceduto, la forza con cui si è aggrappata al bancone per non crollare a terra, e ricorda di aver fissato la porta per ore nella vana speranza che John la spalancasse facendo il suo ingresso con la solita aria sorniona che lo rendeva tanto affascinante.
«So come ti senti» dice Camille all’improvviso, riscuotendola dal torpore dei ricordi. «Per settimane non ho fatto altro che sobbalzare ogni volta che il telefono squillava. Continuavo a sperare che avrei risposto e che all’altro capo ci sarebbe stato lui» riprende. «Le vane speranze di una ragazzina disperata, suppongo.»
«Ho impiegato mesi prima di rendermi conto che non l’avrei più visto entrare da quella porta» risponde Susan a bassa voce, voltando la testa sulla strada deserta oltre la vetrina pulita. «Passava di qui quasi ogni giorno. Sedeva sempre a questo tavolino, proprio dove sei seduta tu» aggiunge, tornando a guardare la ragazza. «Voleva che la sua tazza fosse piena per tre quarti esatti. Non mi ha mai spiegato il perché. Io non gliel’ho mai chiesto» aggiunge con un’alzata di spalle. «Dio, quanto avrei voluto farlo…» Si asciuga una lacrima con le dita, poi nota la sottile fede d’oro attorno all’anulare della ragazza. «Sei sposata?»
«Da un paio di settimane.»
«Mi sembra ieri che me ne stavo qui con tuo padre a parlare delle tue pagelle, e invece… come passa il tempo. Come si chiama?»
«Si chiama Michael. Lavoriamo insieme, anche lui è un poliziotto.» Coglie il sorriso di Susan e si lascia andare a una risatina. «Avevo intenzione di fare il poliziotto anche prima che papà morisse. Ho sempre voluto seguire le sue orme.»
«Tuo padre era un brav’uomo. Gli piaceva fare la parte del cattivo ragazzo, ma era davvero un uomo gentile. Parlava sempre di te, di quanto fossi in gamba, di quanto gli mancassi. Cercava di non darlo a vedere, ma non poter stare con te ogni giorno gli lacerava l’anima.» Si tormenta le mani, chiedendosi se questo incontro sia in qualche modo un segno del destino. «Mi manca molto parlare con lui. La sera prima che accadesse noi… eravamo seduti qui a chiacchierare. Succedeva spesso. Quella sera… il giorno dopo sarebbe stato l’anniversario del nostro primo incontro.»
«Sì, lo so.» La fronte di Susan si corruga all’improvviso, come a voler tacitamente chiedere una spiegazione. «Anche lui ti considerava una buona amica. Anzi, credo… credo che per lui fossi qualcosa di più» aggiunge Camille, frugando nella borsa sdrucita che tiene accanto a sé. «Leggendo le sue parole si capisce chiaramente.» Le sue mani riemergono dalla borsa reggendo cinque quaderni dall’aria anonima e sgualcita. «Tu sapevi che aveva fatto testamento? Io l’ho scoperto quando è morto, anche se immagino che non sia così strano, considerando quale fosse il suo lavoro.»
«No, nemmeno io lo sapevo, ma… sì, è plausibile che lo avesse fatto.» Passa in rassegna tutti i ricordi di ciò che ha condiviso con lui: i caffè, le fette di torta, le chiacchiere, i problemi, i momenti di gioia… e inevitabilmente con la mente torna all’ultima notte insieme, quando nel caldo rifugio di un letto è diventata una cosa sola con lui.
«Non aveva parenti, ha lasciato tutto a me. Il suo coltellino svizzero, la sua chitarra, la collezione di fumetti, e… questi. I suoi diari.»
«Tuo padre teneva un diario?»
Camille scoppia a ridere, e la fossetta che si forma sulla sua guancia è identica a quella che si formava sulla guancia di John. «Sì, la stessa faccia che ho fatto io quando l’ho scoperto. Pensare a mio padre che scrive un diario è come immaginare il Papa che va sui pattini a rotelle. Eppure… eppure lui lo faceva. Lui teneva un diario. Difficile da credere, considerando quanto fosse poco comunicativo. Immagino che tutte le parole non dette in vita sua le abbia trascritte qui» sospira, accarezzando con aria distratta la copertina di uno dei quaderni. Poi, aiutandosi con un respiro profondo, spinge i libriccini verso Susan. «Questi sono i diari del suo ultimo anno di vita, dalla sera in cui ti ha conosciuto al giorno in cui se n’è andato. Sono… beh, li ho letti dalla prima all’ultima riga, e penso di poter dire che è una lunghissima lettera d’amore scritta unicamente per te. Credo sia giusto che sia tu ad averli.» Osserva l’espressione interrogativa della donna, consapevole di averle appena sconvolto l’esistenza. «Per lui era estremamente difficile parlare di sentimenti. Forse è anche per questo che il suo matrimonio con la mamma è finito, non lo so. Molte cose sto iniziando a capirle soltanto adesso. E lo so, lo so che sono passati dieci anni e che forse tutto questo per te non ha senso, ma io credo… io credo che tu abbia il diritto di conoscere la verità.» Camille abbassa gli occhi, e nel suo sguardo Susan vede l’ombra del John che conosceva. «Scusa se mi ci è voluto così tanto per trovarti.»
Susan allunga il braccio sul tavolino e stringe la mano della giovane sotto la propria, esattamente come ha fatto con John nella loro ultima sera. «Non importa quanto tempo ci si impiega. L’importante è finire il viaggio.»

Un’ora più tardi Susan calcia via le scarpe e si scioglie i capelli, guardando i diari di John appoggiati sul comodino. Sposta il peso da un piede all’altro, chiedendosi se sia il caso di iniziare a leggerli subito o se sia forse meglio aspettare ancora, lasciare che le emozioni della serata si sedimentino prima di agitarle nuovamente. Guarda i cuscini e sorride al ricordo di quella notte lontana dieci anni – dieci anni e sembrano trascorse solo poche ore. È stato difficile fare i conti con l’accaduto, con il modo in cui ha perso John subito dopo averlo trovato. Ripensa a quanto sia stato doloroso andare avanti senza di lui, senza le sue visite quotidiane, senza i suoi sorrisi e le sue tazze riempite solo per tre quarti. Una sola convinzione la consola: John è morto sapendo di avere in lei un’amica sincera.
Susan si volta verso il bagno: è stanca, è tardi, la doccia la sta aspettando.
Per conoscere di nuovo John ci sarà tempo dopo.

II – FINE

Il racconto si è classificato quarto al Premio Sandomenichino 2025 (sezione racconto inedito)