STEFANIA VINAI
Prima
New York, 10 settembre
Prima di versare il caffè, Susan aspetta sempre che John appoggi il cercapersone sul tavolino. Solo a quel punto inclina la brocca e riempie la tazza fino ai tre quarti, proprio come piace a lui. Chissà poi perché fino a quel punto.
Sono le dieci passate di un fresco lunedì sera. Nel locale non entra nessuno da più di due ore, ma Susan ancora non ha chiuso la porta né tolto il grembiule. Anche se è tardi ed è buio già da un pezzo, ancora spera che qualcuno entri trafelato chiedendo un caffè, una birra, un panino, o semplicemente un momento di pace.
«Tu vivi proprio di speranza» mormora John nel silenzio del locale, nascondendo un sorriso dietro la tazza fumante. «Sai che a quest’ora non entrerà più nessuno, eppure non smetti di guardare la porta.»
Mordendosi il labbro inferiore come una bambina beccata nel mezzo di una marachella, Susan si mette a sedere di fronte a lui. «Lo sai che considero questo posto come la mia casa. Mi piace pensare che anche altri possano vederlo come… non so, un rifugio.»
«Una volta la tua casa era un appartamento al piano di sopra. Ti ricordi di tornarci, di tanto in tanto?»
Lei sorride, mentre con una mano sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Non farmi la morale, sergente. Da quanto tempo non vai a casa? Da quanto tempo non vedi tua figlia?»
«Una settimana» ammette l’uomo, torcendo la bocca in una smorfia. «Ma per me è diverso, mia moglie mi ha cacciato.»
«Questo non ti esime dal prenderti cura di tua figlia. Lei ha bisogno di te.»
«Camille ha quattordici anni. L’ultima cosa che le serve è un padre invadente che le rompe i coglioni e fa il terzo grado a tutti i suoi amici.»
«Non usare quel linguaggio, lo sai che non mi piace.»
«Mi perdoni, signora maestra. Non lo farò mai più.» Susan si costringe a mantenere una maschera seria, sforzandosi di non lasciarsi sfuggire la risata che sente nascere dentro. Quando non è impegnato a giocare al poliziotto tutto d’un pezzo, John sa essere un uomo molto divertente. «Vuoi sapere una cosa che mi fa letteralmente uscire di testa?» riprende lui, raddrizzando la schiena contro la panca imbottita. «Vedere che è una donna come te è ancora sola.» Susan ha trentacinque anni, un bel sorriso e gli occhi di un azzurro disarmante, del genere che ti costringe a confessare anche quando non hai nulla da farti rimproverare. È una delle donne più belle e più sincere su cui John abbia mai posato lo sguardo, eppure nella sua vita non c’è nessun uomo, e questo è davvero strano.
«Abbiamo già avuto questa conversazione. Non ho trovato la persona giusta, tutto qui.»
«Un bel mucchio di stronzate. E no, questa volta non mi rimangio le parolacce. Seriamente, una donna come te dovrebbe vivere in campagna, essere sposata con un uomo perbene, avere almeno… non lo so, quattro o cinque figli. E dovresti passare il tempo sfornando torte di mele, non stare qui a rabboccare la tazza di uno stupido poliziotto.»
Questa volta Susan non riesce a trattenere l’ilarità, perché John ha veramente esagerato con la fantasia. «Tu hai un’immaginazione un po’ troppo fervida, mio caro. E poi chi ti servirebbe il caffè, se io vivessi in campagna?»
John alza le spalle e aggrotta la fronte, pensando a una risposta formalmente inattaccabile. Poi, d’un tratto, l’illuminazione. «Tuo marito potrei essere io. Così tu avresti il sogno americano e io non resterei mai a corto di caffè.»
Susan scoppia di nuovo a ridere di cuore, come non le succedeva ormai da tempo – a ben pensarci, le ultime volte che ha riso è sempre stato merito di John. «Dovrei essere sposata con un uomo perbene o con te?» lo prende in giro.
«Perché ridi? Nella vita si cambia. Solo perché sono stato un pessimo marito per una donna, non significa che non potrei essere l’uomo ideale di un’altra, no?» Nel volgere di un battito di ciglia l’ilarità sul suo viso si attenua. «Forse se ti avessi conosciuta tanti anni fa
«Non continuare.» Susan poggia la propria mano su quella di lui, invitandolo a fare silenzio. «Non si può cambiare quello che è stato. Pensare a quel che sarebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente non cambierà nulla del presente. E di certo non ti farà sentire meglio.» Per un attimo pensa di ritrarre la mano, poi cambia idea e stringe di più la presa sulle sue dita. «Conoscerti è stata una delle cose migliori che mi sia mai successa. Non sapevo di aver bisogno di un amico come te finché non ti ho incontrato.»
«Prima che tu possa dire qualunque altra cosa» replica lui, lo sguardo fisso sulla tazza fumante, «nemmeno io sapevo di aver bisogno di un’amica come te prima di incontrarti. Non so che ne sarebbe stato di me se non ci fossimo conosciuti
«Cambierebbe solo la mano che ti serve il caffè. La gente dà troppa importanza alle variabili.»
«Forse hai ragione tu. Eppure non riesco a smettere di chiedermi dove sarei ora se quella sera avessi fermato la mia auto appena un isolato più avanti. Probabilmente starei dando fastidio a un’altra e tu saresti a casa a riposare.»
«Forse» ammette lei dopo un lungo istante di riflessione. «Ma non mi dispiace che tu adesso sia qui con me.»
Mentre parlano, l’intreccio delle loro mani si scioglie. Susan si concede un momento per fissare le proprie dita: non porta più la fede nuziale ormai da tre anni, eppure qualche volta le sembra ancora di veder spiccare vivido sulla pelle il segno rosso di un amore che credeva invincibile e che invece, come molte cose della vita, è scomparso senza lasciare alcuna traccia. Ricorda bene di essersi sfilata l’anello subito dopo aver scoperto il tradimento del marito, incapace di indossare oltre il simbolo di quel vincolo interrotto. Al contrario di lei, John ha tolto la fede soltanto sei mesi dopo essere stato cacciato di casa – non senza riluttanza, ancora convinto che la moglie sarebbe tornata sui suoi passi pregandolo di tornare. Sono entrambe anime sole, lei e John, entrambi fatti scendere a calci dalla giostra della vita senza nemmeno la consolazione di un perché. Si ritrovano entrambi, di mattino presto o a tarda sera, nella solitudine di quella caffetteria, tentando di aiutarsi a sostenere il peso dei reciproci guai.
«Ti ricordi la prima volta che sono entrato qui? Perché io non riesco a dimenticarlo. Pioveva a dirotto… faceva un freddo cane. Avevo appena finito il turno e non avevo voglia di chiudermi nel mio appartamento a riflettere su quanto facesse schifo la mia vita.»
«Ti sei lasciato dietro una scia di acqua e fango e sei venuto a sederti dritto qui» puntualizza lei. «Non c’era anima viva, quella sera. Un po’ come adesso. Mi sono avvicinata con il caffè e mi hai chiesto se potevo sedermi un minuto insieme a te.»
«E poi ho iniziato a parlarti dei miei casini. Di mia moglie che mi aveva piantato, del mio superiore che mi maltrattava, di mia figlia che mi mancava da morire.»
«Siamo rimasti seduti a parlare fino a mezzanotte. E sei tornato il giorno dopo. E quello dopo, e quello dopo ancora.»
«E i giorni sono diventati settimane, e poi mesi… e domani sarà un anno che ci siamo conosciuti. Sai» aggiunge con un sospiro, rilassandosi contro lo schienale, «all’inizio venivo qui perché non volevo stare solo con me stesso. Continuavo a ripetermi che un giorno avrei cominciato a sentirmi meglio e avrei smesso di venire, ma poi… poi ho scoperto che mi piaceva troppo la tua compagnia. Sul serio… incontrarti è stata la cosa migliore che mi potesse accadere.» La osserva abbassare lo sguardo, come imbarazzata da quello che non è un complimento ma una semplice constatazione, e per aiutarla a venir fuori da un silenzio imbarazzante spinge da una parte la tazza ancora piena per metà, rimettendosi in piedi. «Forza, ora togli quel grembiule e chiudi tutto. Ti accompagno a casa.»
Dieci minuti più tardi, dopo che Susan ha spento le luci e chiuso la porta a doppia mandata, John si ritrova a pentirsi di alcune delle cose dette poco prima. Sono entrambi fermi sul pianerottolo di fronte al suo appartamento, e il momento dell’arrivederci è più vicino che mai. Sono anni che non si trova in quella situazione, costretto a dover salutare una bella donna sulla soglia di casa. Non sa che dire, non sa che fare, e per un istante vorrebbe aver pagato per il proprio caffè per poi risalire in auto di corsa, come fa ogni volta che si fa così tardi. Poi Susan, forse cogliendo il suo imbarazzo, infila la chiave nella toppa e fa scattare la serratura. «Dai, entra. Ti mostro la casa.»
John entra in punta di piedi, per non disturbare. L’appartamento è semplice e pulito, pochi dettagli fanno intuire che sia davvero abitato da qualcuno – un paio di piatti sporchi nel lavello, qualche cuscino colorato sul divano, una rivista aperta gettata sul tavolino del soggiorno. Guarda Susan appoggiare la borsa su una sedia e sfilarsi le scarpe con un rapido gesto del piede, e d’un tratto si domanda come suo marito possa anche solo aver pensato di tradirla – perché Susan emana femminilità e classe da ogni poro, è elegante e posata come nessun’altra donna che abbia mai incontrato, e se fosse stata sua moglie mai e poi mai avrebbe rischiato di perderla. «Ti offrirei qualcosa, ma non ho mai ospiti» commenta lei, spostando le scarpe nel ripostiglio. «Scusa per il disordine» aggiunge, chiudendo la rivista e sistemando un cuscino.
«Se questo è disordine, il mio appartamento è Kabul» le risponde. Si sente ancora a disagio, come se la stesse costringendo a mostrargli qualcosa di estremamente privato. «Ci vivi da molto?»
«Tre anni. Da quando ho divorziato. Non è un albergo a cinque stelle, ma è dignitoso. E poi è vicino al lavoro, devo solo scendere tre piani di scale.»
«Sarà… io continuo a pensare che dovresti vivere in campagna» ribatte lui, strappandole una risata. «Non hai mai pensato di rifarti una vita?»
«A volte, solo per qualche secondo» risponde la donna, aprendo il frigo per prendere una bottiglia d’acqua. «Stare soli non è poi così male, in fondo. Ho la mia libertà, non devo litigare per il bagno o per il telecomando, la tavoletta del gabinetto è sempre abbassata. Credo che la solitudine sia sottovalutata» aggiunge, disponendo due bicchieri sul tavolo.
Sono gomito a gomito, ora. Susan versa un po’ d’acqua in entrambi i bicchieri e richiude la bottiglia. John la guarda avvicinare il vetro alle labbra in un gesto innocente eppure incredibilmente sensuale, lottando contro ogni fibra del proprio essere per evitare di dirle tutto ciò che gli sta passando per la testa. Vorrebbe dirle che il suo caffè sa di bruciato, che preferisce ancora la torta di mele di sua nonna, che ogni volta che si è ritrovato a fare del sesso negli ultimi sei mesi ha sempre immaginato di farlo con lei, eppure come un idiota continua a tacere, convinto che nessun momento sarà mai quello giusto per vuotare il sacco.
«Solo gli sciocchi non sanno stare soli» aggiunge lei, posando sul tavolo il bicchiere ormai vuoto.
Accade in un attimo. John non sa spiegarsi come sia possibile. Susan appoggia il bicchiere e quell’istante diventa l’istante in cui parlare, il secondo prima del quale ogni parola sarebbe stata inutile. «Allora io devo essere un incredibile idiota» sussurra, prendendole il viso tra le mani.
Le labbra di Susan sono morbide e calde, come ha sempre immaginato. È pronto a sentirsi respinto, ma questo non accade: Susan accetta il bacio e lo ricambia, quasi che anche lei non stesse aspettando altro. John le fa scivolare le mani sulle spalle e di lì lungo la schiena, senza alcuna intenzione di lasciarla andare. Sente il suo seno premuto contro il torace, la sensazione familiare di un corpo caldo che si stringe al suo. Non sa come arrivino in camera da letto, non gli importa – non è quello il momento di cui vuole conservare il ricordo. Si lascia spogliare della divisa sgualcita, accarezza la pelle liscia nella penombra della stanza, dissemina baci sul suo ventre piatto, ascolta appagato i suoi sospiri mentre lambisce la sua parte più nascosta, domandando alla propria coscienza perché non sia stato tanto coraggioso da tentare prima. Si fa strada dentro di lei, sente le piccole mani affusolate tra i capelli, sulle spalle, strette attorno ai fianchi solidi, e ancora una volta si chiede perché abbia dovuto aspettare tanto prima di vivere un attimo di completa felicità.
1 – CONTINUA
Stefania Vinai abita a Bossea, una frazione di Frabosa Soprana (CN), in alta valle Corsaglia. Diplomata al Liceo Vasco-Beccaria-Govone di Mondovì, indirizzo Linguistico, lavora come impiegata amministrativa presso una piccola azienda di vendita e riparazioni informatiche. Da sempre appassionata di lettura e scrittura, è aperta verso più generi letterari, con una predilezione per il genere giallo e noir.
Ha pubblicato il romanzo Caroline (Collana Tracce, Gruppo Albatros Il Filo 2013), i racconti Chestnut Road all’interno dell’antologia Ombre Gialle (Booksystem Edizioni 2025) e Venti minuti all’interno dell’antologia C come colpa (Giulio Perrone Editore 2026).
Ha partecipato a numerosi concorsi e premi letteraria, con lusinghieri piazzamenti.


