Gli autori del Nuovo Testamento

Tavole canoniche del Nuovo Testamento, Francia IX secolo. Louvre Abu Dhabi

Tavole canoniche del NuovoTestamento, Francia IX secolo. Louvre Abu Dhabi

PAOLO LAMBERTI

Nel 367 Atanasio, patriarca di Alessandria e già protagonista del Concilio di Nicea, in una lettera pastorale inviata alla chiesa egiziana elenca i 27 testi che è lecito leggere nelle cerimonie religiose; sono i medesimi 27 testi presenti nel Nuovo Testamento ancora oggi. Sono passati 337 anni dalla morte di Gesù, e in questo arco di tempo, dalla vasta letteratura delle comunità cristiane con decine di Vangeli, Atti, Lettere, Apocalissi, è emerso gradatamente un accordo su quali testi potessero costituire un kanon, termine già usato dalla filologia alessandrina per distinguere i testi autentici dei poeti e degli scrittori.
Il processo è lungo e il Nuovo Testamento non nasce unitario, piuttosto si forma unendo blocchi precedenti. Il più antico è, a giudicare da papiri, citazioni e manoscritti più autorevoli, quello che unisce i quattro vangeli canonici e gli Atti; già agli inizi del II secolo sembra essersi formato, come indica il Diatesseron (attraverso i 4) di Taziano, che cerca di armonizzare i racconti evangelici: testo perduto ma che ha influenzato la tradizione manoscritta omologandola e riducendo le discrepanze. Anche i frammenti paolini sembrano indicare una certa precocità del corpus attuale, mentre le lettere cattoliche sono meno testimoniate, e ancor più isolata è la tradizione dell’Apocalisse, entrata nel canone probabilmente per ultima, a scapito di opere molto diffuse ed oggi riunite come testi apostolici, come la Didaché o il Pastore di Hermas, che peraltro è rimasto nel canone della chiesa etiope.
In base all’autorialità i 27 testi che compongono il Nuovo Testamento canonico per la maggior parte delle chiese possono essere divisi in tre categorie: opere di autori che parlano in prima persona e si nominano, opere attribuite ed opere pseudoepigrafe.
Gli autori che si firmano sono solo due. Il primo è il Giovanni dell’Apocalisse, che non fornisce altre notizie di sé oltre al nome, né pretende di essere il Giovanni figlio di Zebedeo, con cui è stato peraltro identificato da Giustino del II sec. sino ad oggi, anche se tale identificazione è decisamente fragile, visto che il “discepolo più amato” era un ebreo probabilmente analfabeta che parlava aramaico, e che secondo certe tradizioni sarebbe stato martirizzato nel 70, mentre l’autore scrive alla fine del I secolo in greco, e con conoscenze bibliche e forse anche di filosofia greca; potrebbe essere un discepolo diretto dell’apostolo o un membro di una comunità legata al figlio di Zebedeo.
Il secondo è Paolo, che è una figura ben più nota, in base alle notizie che ci trasmette nei suoi testi e a quanto narrato negli Atti. Tuttavia il corpus delle 14 lettere paoline è passato attraverso una o più probabilmente due o tre fasi di redazione, con il risultato che ci sono notizie di lettere oggi perdute, mentre di quelle conservate la lettera agli Ebrei era già considerata pseudoepigrafa da Origene nel III secolo, come oggi lo sono le lettere pastorali (Timoteo 1 e 2, Tito), la seconda ai Tessalonicesi e quasi certamente Colossesi ed Efesini, strettamente collegate. La raccolta attuale non risale quindi a Paolo, e anche tra le lettere autentiche almeno due sono frutto di redazione, la prima Tessalonicesi è creata unendo almeno due lettere diverse, per Corinzi 2 alcuni distinguono parti tratte da 4 lettere paoline e forse da una pseudoepigrafa.
I testi attribuiti sono i Vangeli e gli Atti: tuttavia gli Atti costituiscono la continuazione di Luca, potrebbero essere meglio definiti come il secondo libro del Vangelo di Luca, o se si preferisce, si potrebbe intitolare il suo vangelo “Atti di Gesù”. Tutti questi testi sono attribuiti, avendo nel titolo “secondo” (in greco katà), ovvero gli autori che hanno materialmente steso i testi scrivono in terza persona, non come testimoni dei fatti, ma rimandano ad un legame diretto con alcune figure legate direttamente a Gesù (Matteo, Giovanni) o a Pietro (Marco) o a Paolo, che peraltro non è un testimone diretto neppure lui (Luca). La stesura va posta probabilmente tra il 70 e il 90, quasi due generazioni dopo la morte di Gesù, da parte di autori parlanti greco e in comunità lontane dalla Palestina; è significativo che Marco sia un nome latino e Luca un nome greco. Ovviamente l’attribuzione non è appoggiata da fonti esterne e curiosamente il ruolo dei presunti evangelisti nella narrazione è minimo o assente, tanto che l’attribuzione stessa è possibile sia nata dopo la composizione delle opere, da parte delle varie comunità.
Infine le cosiddette “Lettere Cattoliche”, ovvero le lettere attribuite a vari apostoli, sono considerate pseudoepigrafe al pari di metà del corpus paolino. Il termine pseudoepigrafo è un modo gentile (ma pseũdos in greco antico significa menzogna) per descrivere opere scritte da sconosciuti che pretendevano di esporre le proprie visioni del cristianesimo senza avere particolare autorità; pertanto le firmavano con nomi autorevoli. Si tratta di un’usanza diffusissima nella letteratura degli apocrifi ebrei e cristiani, ma anche nelle letterature classiche. Tuttavia era un uso condannato, come si vede in Seneca e ancor più in Galeno, che scrive irritatissimo un intero libro volto a smascherare opere che circolavano falsamente sotto il suo nome. Si tratta dunque di falsi scritti da cristiani poco attenti all’ottavo comandamento, anche se magari convinti in buona fede di esprimere concetti corretti. E, al pari di tanti “capolavori” che si ammirano nei musei, hanno attraversato i secoli, venerati come parola di Dio.