DINA TOROTOROLI
Mi appaga sapere che le opere di Gianrico Carofiglio hanno milioni di lettori; e mi rincuora sapere che sono tradotte in 28 Paesi del mondo.
Ciò significa, infatti, che una fiumana di individui di 28 diverse Nazioni può sentirsi stimolata a esaminare il funzionamento del proprio sistema politico, per verificare se, o in che misura, “quelli che sono alla guida della locomotiva” stiano mettendo in atto – come in Italia e negli Stati Uniti – una “pratica gravemente manipolatoria”, cioè l’ “abuso consapevole della menzogna come tecnica politica”, “slogan ripetuti fino all’ipnosi”, “frasi costruite non per dire qualcosa ma per scatenare reazioni emotive e disattivare capacità di reagire con efficacia”, vale a dire “frasi false, insensate, o deliberatamente assurde”.
Mi piace immaginare una miriade di persone che, per merito dell’ex-magistrato divenuto scrittore, può acquisire consapevolezza di quanto sia incombente il pericolo della “caduta di legittimazione delle istituzioni”, e può dimostrare gratitudine mettendo in pratica le “tecniche” con cui “smascherare il metodo gravemente intimidatorio”.
Davvero senza limiti è la stima che provo di fronte a un intellettuale militante, “virtuoso” non meno del “venerabile” Imbonati, e fiducioso nella “possibilità di cambiare il mondo attraverso la forza della politica”, ricorrendo a un nuovo linguaggio, in grado di esprimere le idee in cui veramente “si crede”.
Ho già detto che, d’impulso, ho percepito in Gianrico Carofiglio quasi un “emulo” di G. Carlo Imbonati, ma voglio anche far sapere che non ho difficoltà a credergli, quando lui dice di non sapere quale autore potrebbe averlo “ispirato”.
Mi riferisco alla sua “conversazione” con il giornalista Salvatore Cusimano, del giorno 28 novembre 2025 (disponibile in rete) *.
Poco prima del commiato, il giornalista, a costo di essere indiscreto, sbotta: «La tentazione è troppo forte: “Quali sono i suoi autori preferiti? C’è qualcuno che l’ha ispirata”»?
Carofiglio risponde: «Non lo so. Prima, ai primi tempi, dopo aver scritto i primi libri, davo delle risposte così, perché mi sembrava obbligatorio. Ma non lo so dire davvero chi mi ha ispirato. Non so neanche se userei questa espressione, perché molto spesso le ispirazioni sono fiumi carsici. Ci sono autori che mi sono piaciuti tanto e che tutt’ora – diciamo – metto in un’ideale classifica.
Devo dire il mio preferito? – cosa, diciamo, che ha poco senso – Kafka. Amo il personaggio e ovviamente lo scrittore.
Ci sono tanti libri che ho amato. Alcuni che poi ho smesso di amare, altri che invece sono rimasti.
Degli italiani, Fenoglio, Cantori; italiani – diciamo – quasi contemporanei, ma lo stesso Calvino, anche se nella competizione fra i due io dico Fenoglio, Buzzati, soprattutto alcune cose».
Eccomi, quindi, disposta ad ammettere di aver trasformato l’autore del Testimone inconsapevole in un Emulo inconsapevole; però, non si cancella dalla mia mente l’impressione destata dalla fiducia nell’umanità che induce anche Carofiglio a dedicarsi alla “missione morale e politica” di “estendere” a tutti le conoscenze che rendono “cittadini” i “sudditi”.
Ripenso al momento in cui Salvatore Cusimano deplora il fatto che “stanno accadendo delle cose senza precedenti”, cose da “fine del mondo”, e Carofiglio puntualizza: «di un pezzo di mondo». E prosegue: «Io credo sempre, ho creduto e rimango convinto di questo – osservando la storia dell’umanità – che la storia dell’umanità ha una direzione di progresso, che naturalmente non significa che non accadano e non siano accadute cose terribili. Ma Darwin, che è stato spesso malinteso, parla della sopravvivenza del più gentile del più socievole. La caratteristica dell’umanità è stare con gli altri e progredire insieme, nonostante la zona oscura, la materia oscura dell’umano
che invece è il contrario. Io credo che si debba fare una scommessa sul significato profondo della parola “umanità”».
Scorgo in Carofiglio un ambizioso intento pedagogico anche quando dedica un intero capitolo di venti pagine alla Bibliografia del saggio Con parole precise / Manuale di autodifesa civile.
Lo intitola Note, e ne fa la presentazione: «Si riportano qui di seguito le fonti dei testi citati, procedendo capitolo per capitolo in ordine di apparizione. In alcuni casi si dà spazio a ulteriori citazioni utili per approfondire aspetti specifici. Si forniscono, inoltre, selettive indicazioni bibliografiche e sitografiche relative alle principali questioni affrontate. Dei testi di lingua straniera si segnalano sempre il titolo originale e la traduzione utilizzata».
Mi viene in mente la “Prima Introduzione” al Fermo e Lucia, in cui il “primo Manzoni” (alias G. Carlo Imbonati) scrive: «Per comodo di chi volesse rifare queste ricerche [ch’egli stesso ha fatto], [l’editore] pone qui una scelta delle letture opportune a mettere chicchessia in caso di giudicare da sè questo fatto», e i curatori aggiungono la nota: “L’autore (Alessandro Manzoni) lascia vuoto un terzo della pagina, e vi scrive in cima: Note di libri, memorie etc”.
A me sembra che tanto Imbonati quanto Carofiglio abbiano elaborato una analoga strategia, in grado di ottimizzare la loro offerta educativa.
Io l’apprezzo molto e ho già individuato la biblioteca in cui chiedere in prestito, prima di ogni altro testo, il saggio La costruzione della realtà sociale, del filosofo John Searle, “teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali”: tema affascinante, su cui non mi ero mai soffermata a riflettere prima d’ora.
Sono molto grata a Gianrico Carofiglio anche perché le sue considerazioni sul diritto a “non essere intrappolati da schemi o da regole decise da altri” mi hanno restituito fiducia nelle mie intuizioni.
Particolarmente incoraggiante è sentirgli dire: «Ciò che mi interessa è di evitare il più possibile il rischio delle certezze pericolose e il dubbio è un eccellente strumento di lavoro non soltanto – diciamo così – per evitare gli errori, ma per rendere più efficaci le prospettive corrette. Se io ho un’ipotesi su come si sono svolti i fatti e vado alla ricerca anche di quello che la potrebbe contraddire, e poi non lo trovo, quell’ipotesi diventa molto più forte e non corro il rischio che qualcun altro un giorno mi dica: “guarda, l’alternativa è questa”».
Io sono colpevole di “azzardo metodologico” **, ma non mi è stata opposta alcuna prova che dimostri il contrario di quanto ho finora sostenuto.
Pertanto, sono indotta a pensare che ormai “l’ora sia venuta”, in cui gli “esperti” potrebbero mettere in discussione le proprie certezze, ricordando, come suggerisce Carofiglio, l’aforisma attribuito a Bertrand Russel: “In ogni cosa è salutare di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato” ***.
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* SCELTE incontra Gianrico Carofiglio, You Tube, Palumbo editore, 28 nov. 2025. Conversazioni sul presente per immaginare il futuro.
**FOLCO PORTINARI, Il romanzo di un romanzo. Per una pubblicazione su Carlo Imbonati, in: “Annali Manzoniani”, Nuova Serie, III – Casa del Manzoni, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano 1999, p. 413.
*** GIANRICO CAROFIGLIO, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, Einaudi, 2025, p. 20.


