ELISABETTA MERCURI
Chi erano le streghe? / Eretiche o guaritrici, /seguaci di un culto psichedelico, /adoratrici di dei pagani, / o soltanto donne che /non avevano paura di volare.
È una citazione di Erica Jong, in esergo al romanzo “La Decima Masca” (Fusta editore) della scrittrice piemontese Fulvia Viola Barbero.
Ne “La Decima Masca” si intrecciano storia e leggenda, la tematica proposta può sembrare fuori dal tempo se non ci si sofferma a riflettere sul suo significato culturale, interpretandola come forma storica di violenza, sopraffazione e controllo sociale, esercitata sulle donne.
Per Fulvia Viola Barbero: «Parlare di streghe oggi significa interrogarsi su come nasce una colpa collettiva che punta a colpire una determinata categoria. Nel mio libro, le masche di Rifreddo non sono figure fantastiche, ma donne inserite nel tessuto sociale di un borgo periferico, che a un certo punto delle loro vite anonime vengono travolte da paure e conflitti di vicinanza, e costrette a confessare l’inconfessabile. In seguito a un oscuro fatto criminale interviene un famoso inquisitore, che applica schemi giuridici e teologici ben definiti, trasformando sospetti e tensioni in un processo formale. L’inquisitore non inventa il male: lo organizza secondo categorie già codificate, quelle in cui lui crede per formazione religiosa. È in quel passaggio cruciale che la superstizione diventa procedimento giudiziario. È lì che la paura si incunea e si struttura diventando misura di giudizio.
Mi interessava raccontare proprio questo ingranaggio micidiale, cioè cosa accade quando una comunità e un apparato inquisitoriale iniziano a cercare una strega perché ne hanno bisogno. È un meccanismo storico preciso, ma la sua logica non è affatto scomparsa: la paura cambia fisionomia, ma continua a cercare un bersaglio nella fragilità e nella diversità».
C’è da dire che la Barbero già nel 2015 aveva iniziato a raccontare le masche (termine cuneese per indicare le streghe) nel volume Lune di Rame da me recensito nelle pagine di Margutte.
Mi spiega che il suo interesse per la stregoneria storica da passione giovanile si è trasformata in ricerca rigorosa su documenti processuali, perché il mondo della mascaria meritava un approfondimento ulteriore: «Ho capito che quei nomi di donna non potevano restare relegati negli archivi o nelle statistiche della cosiddetta “caccia alle streghe”: sembravano reclamare una voce narrativa più articolata. Così, con La Decima Masca sono tornata al mio argomento preferito, ma con una consapevolezza letteraria diversa. Inoltre, le vicende narrate fanno parte di un territorio che conosco intimamente. La mia famiglia affonda le radici nella valle del Po: la mia nonna materna nacque a Oncino, alla fine dell’Ottocento. Ho scelto un paesaggio che mi appartiene e che sentivo di dover raccontare. Scrivere di questi luoghi significa confrontarmi con una memoria che mi riguarda direttamente».
E sulle ambientazioni rimarca come abbia cercato di ricostruirle il più fedelmente possibile, “percorrendo i luoghi in cui fa muovere i personaggi, luoghi che costituiscono ancora oggi l’antica testimonianza territoriale nella conservazione dei toponimi risalenti all’epoca. Le gravere del fiume, i crocicchi di campagna, le bialere di irrigazione, i forni comuni non sono semplici dettagli folkloristici”.
«Ho voluto rappresentare il territorio – puntualizza – come una presenza viva e documentata, e non come uno scenario immobile di sfondo. Ritengo che il processo di immedesimazione sia stato essenziale nel mio percorso narrativo, per restituire non tanto la leggenda di una fanciulla accusata di stregoneria, quanto i modi e le atmosfere in cui il soprannaturale malefico veniva percepito e vissuto in quel tempo».
Nelle pagine della Barbero, un lavoro di ricerca accurato e approfondito: «La mia priorità- conferma – è stata quella di analizzare fonti reali, a partire dai faldoni d’archivio dei processi che sono conservati a Rifreddo, comparandoli poi con altri processi coevi di area piemontese».
Una narrazione densa di suggestione per un viaggio storico attraverso gli anni di fine Quattrocento quando in Europa andava consolidandosi la caccia alle streghe.
Così Fulvia Viola Barbero racconta la trama del suo romanzo:
«La Decima Masca è un romanzo che si basa sulla costruzione stratificata di un reato femminile. È una storia che corre sul filo dei timori e delle superstizioni, sostenuti da dicerie popolari e ancestrali sussurri. È una riflessione complessiva su cosa significava essere donna in un tempo in cui la voce era concessa, ma certamente non garantita, e la difesa di sé compromessa. Siamo alle soglie dell’età moderna, nel Marchesato di Saluzzo. Nove donne realmente inquisite emergono con le proprie identità dagli atti processuali. Tra le righe, però, si intravedono allusioni a presenze non nominate, quasi protette da un silenzio significativo. La Decima Masca nasce proprio da quella crepa scritta a margine dal notaio nel suo latino medievale: non appartiene ufficialmente ai documenti, ma prende forma nello spazio lasciato in ombra dagli archivi. È una figura che si scontra con tensioni personali, desideri, risentimenti, mostrando quanto sia fragile l’innocenza quando una piccola società rurale e un sistema di potere vacillante iniziano a cercare una colpevole. Perché quando una comunità comincia a contare le proprie masche, il numero non si ferma mai davvero a nove…».
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Fulvia Viola Barbero, torinese di nascita, vive e lavora a Saluzzo. Ha coniugato la passione per la scrittura all’insegnamento della musica nella scuola media. Ha pubblicato per Fusta Editore, ottenendo importanti premi e riconoscimenti: In viaggio con Silvio Pellico (2010); Il Tempio della Gloria, Diodata Saluzzo diario allo specchio (2012); Il Marinaio (2013); Lune di rame (2015); A come Amadè (2018); Inchiostro quanto basta (2020); Diodata Saluzzo, Poetessa e scrittrice (2022).


