Dalla postfazione di Daniele Piccini
Il libro di Paola Ballerini è la vita risalita a ritroso, ritrovata, a partire da schegge sopravvissute a una deflagrazione, a partire da reperti, da fossili. È un libro prima di tutto epifanico: ciò significa che sull’orlo della pagina, nel chiarore della parola cosciente è portato un nucleo incendiario di rivelazione delle cose. Sarei tentato di dire che il libro parla un linguaggio apocalittico, cioè appunto rivelatore: ciò che si salva, che rimane, strappato e sottratto alla rapina e alla fine, si incide come illuminazione. Le cose non sono mai sganciate dal loro esserci puntuale, dettagliato (e penso a certi versi, dove anche l’astratto è precisato: «mi cresce una lanugine di pena»), eppure sono anche enigmatici lampi di cose ultime. Sono l’origine e la foce, che solo l’occhio paziente, acuminato può cogliere nella loro apparizione, nel loro transito. Quella di Paola Ballerini è una poesia che si incontra con altre del nostro tempo, incentrate sull’idea di frammento. Non c’è quasi mai architettura sintattica, ma piuttosto barlumi, baluginii di presenza. Questi frammenti sono tuttavia come animati da un codice genetico che li porta a ricomporsi in ipotesi di benedizione, di battesimo. Ma è l’acqua del fiume a essere lustrale, è la luce del giorno a risplendere gloriosa, la mano del caro andato via a prendere forma di alone benedicente. Voglio dire che non c’è mai dissoluzione in altro, ma piuttosto inveramento. È l’aldilà delle cose, insomma. [...] Non c’è tuttavia destinazione. Le cose state, esistite, il vissuto sono già la pienezza di un senso ultimo, definitivo, pieno. La fatica da fare è vedere, scartare, lasciare sulla pagina i pochi sedimenti di un mondo che è stato e che sarà. Perché il passato della risalita a ritroso è anche il futuro; l’uovo perfetto, concluso del senso è al tempo stesso stato e a venire, annunciato. Ogni attimo, ogni vita, ogni respiro è pienezza. Ogni esistenza è perfetta e dolorante nella sua sproporzione, quando nello sbocco del compimento si vede costretta a prendere consistenza irreversibile di storia. Quante parole-semi hanno nutrito questo scavo della poetessa, giunta qui alla prova della maturità. Dei maestri la Ballerini sotto linea ciò che è sottrazione, spoliazione, ciò che obbliga a vedere. Non si aggiungono, ma si tolgono parole, tutte assieme, per arrivare a un’indivisa radice in cui è la chiarezza del nostro compito, che deve essere eseguito. Il poeta è un operaio del creato, toglie per lasciar brillare, sottrae per mettere alla luce. Un più lungo discorso tradirebbe, temo, la disciplina del libro, in cui anche il lettore è chiamato a entrare, fervidamente.
Da la vita che si versa (AnimaMundi Edizioni 2025)
Dalla sezione Nel nome del padre
mi cresce una lanugine di pena
una pelle seconda
davanti ai gesti quotidiani
della nostra sparizione
come se tutto il tempo
senza scampo
si fosse abbattuto di colpo
sul corpo
non so spartire la tua morte
questa sproporzione
*
scompare oltre l’angolo cieco
la radice si nasconde
con una ripetuta vertigine
interrotto il tentativo
di custodire il padre accidentato
nel corpo avviene
una detonazione muta
adesso resto
dentro al freddo che provavi
insetto nella resina
*
Dalla sezione La fortezza della madre
pochi i passi curvi
concessi adesso
ti vedo inciampare nell’aria
sugli strati sottili dei tuoi anni
un pulviscolo che ti tradisce
la malattia è questo tempo
che sgombra futuro– un codice violato
il luogo dove perdo la misura
e mi frammento
*
Dalla sezione Dimore
era questo fare casa sul greto
come una sepoltura chiusa
e questo furioso piantare
tra le doglie e la vista
la scala scura di muschio
salita e scesa mille volte
la scala con le croci
filari di rose le pause
per fare e fermare il tempo
i nostri anni
pulire il vetro
somministrare luce
l’ascesa al monte
la nuova discesa alla casa
la scala cresceva funicolo
tra le radici e le piume
la fatica e la pratica
misurava il dolore
spuntato dai cipressi
nella lenta salita
era la traiettoria dei padri
che si faceva riparo
fino allo spazio fuori dall’esilio
Scala del Monte alle Croci, Firenze
*
Dalla sezione Consegna d’inverno
come il primo dente
che ho perduto e non si è più trovato
quel bianco di latte
benedetto d’alba
rotolato chi sa dove
su un pavimento di graniglia
un dado minuscolo un azzardo
un muscolo segreto
come l’impronta
o l’ombra di notte
sei un volo
fitto di lucciole nel buio
*
Dalla sezione Gli ostacoli, le porte
la parola che manca
è nel cucchiaio del giorno
l’alba sale dalla finestra
fino agli occhi
e si versa dentro la casa
come un ospite che non fa domande
e stacca la buccia dalle ore
poi al crepuscolo
la pupilla si dilata – nel cielo
la luna è un filo di tungsteno
*
per i bambini
che siamo stati
tutti a piè di pagina
a reclamare qualcosa
per la parola posata a terra
per la pelle delle cose
venga la pioggia
tutti siano scampati
tornino illesi
come prima del seme
nella zona franca dove
nessuno muore
*
Paola Ballerini è nata a Firenze, dove vive. È autrice di due raccolte poetiche, Nell’arcipelago cresce l’isola (2009, premio ClanDestino opera prima), e Dentro l’iride radici (2014). È coautrice del libro Varianti Urbane. Mappa poetica di Firenze e dintorni, a cura di Elisa Biagini (2011). I suoi versi sono apparsi su riviste italiane e straniere. Un’anticipazione di questo suo libro è stata pubblicata nel n. 19 di “Poesia” con introduzione di Daniele Piccini.
(A cura di Silvia Rosa)


