Le cercatrici d’acqua di Franca Alaimo

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Dalla prefazione di Andrea Accardi

Nel nuovo libro di Franca Alaimo resiste una fiducia nella poesia come strumento di conoscenza ma anche di salvezza, soprattutto quest’ultima un’attitudine sempre meno rivendicata, confinante con antichi focolai di sacralità [...]. Carattere dunque rabdomantico, euristico della scrittura, da cui la struttura di un libro che si è compiuto nell’arco di un anno (come dichiara il sottotitolo, e il cambio delle stagioni partendo dall’inverno che intermezza i testi) accogliendo le variazioni dell’essere, non rifuggendo i toni accorati, considerando letteralmente vitale la posta in gioco. [...] Cosa è l’ombra delle parole, se non appunto la coscienza della morte, che così presto è intervenuta a corrompere la nostra esperienza del mondo? Se vogliamo, il prima è una porzione quasi risibile della nostra vita, ma c’è anche un prima interiore, fuori dal tempo, e a quello sembra voler tendere il libro, quando invece tutto il resto, a ripensarlo oggi, sembrava già in partenza segnato da un senso di minaccia che attraversa alcuni fra i testi più belli qui raccolti [...]. Ci sarebbe da imparare, potendolo, dalla gatta Ninna, protagonista silenziosa e vellutata di queste pagine, lei per sempre dentro il “prima dell’ombra delle parole”, immersa nel “più puro e quieto silenzio”. Emerge più del sospetto che le parole abbiano infine complicato la situazione, intensificato il dolore, ed è per questo che paradossalmente continuano a puntare a quell’acqua che di loro poteva fare a meno (immagine anche amniotica, per cui il pathos tragico della fine e del nulla si capovolge positivamente nel pathos delle origini, nel suo nulla infinito di promesse). Ma non c’è contraddizione con la fiducia che dicevo all’inizio, solo consapevolezza di essere “tutti orli di risacca,/ sillabe dissipate”, e che tutta la poesia tende al silenzio ma non ha altro mezzo che non sia la lingua per ricordarsi cos’era quell’interezza perduta, che “nel fondo rimane” come “un gorgoglio di acqua segreta”.

Dalla nota di copertina di Luca Pizzolitto

È un consegnarsi, arresa, alla poesia, all’arte sacra della parola il dono che Franca Alaimo offre ai lettori della sua ultima raccolta, Le cercatrici d’acqua. Un peregrinare in cerca della bellezza e del vero che tende alla luce, un canto caratterizzato da una verticalità di sguardo e significato fortemente intrecciato con una dimensione corporale che riconosce l’origine dell’umano in tutto ciò che è terra, materia, bellezza concreta delle cose. Perché il vero insegnamento della poesia – Alaimo lo sa e ce lo ricorda spesso – è la mai paga necessità di tornare a inebriarsi alla fontana, alla sete, come scrive Hugo Mujica in un suo bellissimo frammento. Per scendere nelle viscere dell’esistere e non limitarsi alla forma apparente delle cose, per dare, come fa magistralmente la poeta in questo prezioso libro, una dimensione di carne, di vita a ciò che siamo abituati a chiamare, un po’ troppo frettolosamente, poesia.

Da Le cercatrici d’acqua (ilglomerulodisale 2026)

Le cercatrici d’acqua
(a Daìta)
Siamo due cercatrici d’acqua
affacciate sugli orli delle anime nostre,
profonde e verticali come pozzi.
E, quando l’una dall’altra attingiamo,
man mano che il secchio risale,
si fa la nostra notte più chiara.
E anche se nel fondo rimane
un gorgoglio di acqua segreta
che nessuna di noi potrà bere,
sappiamo che è questo desiderio
a farci tornare a noi,
ancora più assetate di noi.

(per Ninna)

Nel buio della notte
sulle zampine di velluto
avanzi come una ladra
in una vigna d’uvaspina.
I tuoi occhi verdeoro
sono acini e forbicine.
*
Quando il tuo corpo s’inarca nel sonno
e le fiammelle delle tue verdi lunelle
sognano il mistero dello spazio-tempo
e il lontano di un mondo primordiale,
come mi commuove vedere in te
una vivente figura di perfezione.

Madri

Non so quale madre mi manca,
mentre, tra lunghi singhiozzi,
si dondolano sulla bocca
i più teneri vezzeggiativi:
se quella dell’amore immacolato
o l’altra con le mani vuote.
Oppure quella Madre Infinita
da tutti perduta quando,
per chissà quale peccato,
si strozza nella gola
quel canto di bambini piumati
gai e leggeri come verzellini.

 

Simboli

Si disfa la materia
come un corpo controluce
che sembra un’ombra che brucia.

In piedi ‒ le gote premute
sui vetri della finestra,
il mettere e il levare del respiro ‒
più non vorresti il ritorno del giorno
dove di nuovo il chiarore
svelerà di ogni cosa
peso, volume e figura.

E sai che neppure gli angeli
potranno accordare gli strumenti
del corpo e dell’anima che suonano
da sempre spartiti diversi.

Solo nel sogno ti concederanno
di percorrere l’altro regno dei simboli
fin quando al risveglio ricorderai
immagini già confuse
nella rovina della Sapienza.

Le mie poete

Quando leggo i versi delle mie poete preferite,
mi sembra di stare in un campo di battaglia.
Alcuni mi fanno un buco nel cuore come proiettili,
altri mi accecano come pistole laser,
oppure mi afferrano alla gola togliendomi il respiro.
Se poi mi viene in mente di toccarli con le dita,
mi bruciacchiano le falangette come fuochi accesi.
Insomma, smettetela di farmi stare male,
Marina, Emily, Nina, Alejandra, Anna.
Regalatemi almeno un carapace di tartaruga,
un guscio di lumaca, un vecchio ditale,
qualcosa che possa custodire la salute dell’anima,
se volete che io vi ami ancora, tutta intera.

Impreparata

Di certo posso dire che non ho scelto niente:
né il dove, né l’ora, né da chi,
e che sarà così anche per l’uscita di scena.
D’improvviso o dopo lunga malattia?
Sarà una tragedia o una commedia
di basso profilo? Non ho imparato,
giuro, nessuna parte prima.
Sarà stato comunque uno strano assolo,
di cui si parlerà per qualche giorno
prima dell’oblio. Più sapienti i fiori
che sanno in quale stagione sbocciare.
Sebbene anche per loro ci siano
gli imprevisti del caso: una bufera di vento,
una grandinata, una falce tagliente.
Meglio sarebbe stato essere una stella
che brilla in cielo dopo millenni di morte.
La indica un bambino con un dito,
esclamando: Guarda com’è bella!

Incenerimenti

Questo tempo dolente, annoiato,
che fa scempio nella memoria
come fiato di vento gelato.
Non sono più la piccola fuggiasca
che provava a volare tra i rami
saziandomi di luce e calore
come una cardellina. Adesso
mi esercito ad uscire dormendo,
cancellando nomi numeri indirizzi
scrivendo, leggendo per ore.
L’angelo stanco della vecchiezza
non capisce tutta questa ubriachezza
di versi recitati come rosari.
Ed io non gli ho ancora detto
che è un modo gentile di sparire
incenerita dalla bellezza.

(Il 20 di dicembre)

*

Franca Alaimo esordisce nel 1991 con Impossibile Luna (Antigruppo Siciliano), a cui seguiranno altre sillogi, le più recenti delle quali: 7 poemetti (InternoLibri, 2022), Pentru Altundeva (Cosmopoli, 2022, traduzioni in romeno di E. Macadan), 100 poesie (peQuod, 2024), Il pettirossso rosso (200 haiku con A. Castrovinci, D. Martinez, P. Romano, Ed. Ladolfi, 2024); le piccole con Daìta Martinez (Spazio Cultura Ed., 2025). Dirige la collana poetica per le edizioni Spazio-Cultura, Palermo e le collane poetiche “La rosa del guardare” (con D. Martinez) e “Omaggio a” per la casa editrice catanese ilglomerulodisale. Ha pubblicato saggi su Rescigno, Luisi, Loi ed altri poeti. È presente in antologie, riviste, storie della letteratura, blog. Nel 2018 ha curato l’antologia L’eros e il corpo (Ladolfi Ed.). È autrice di tre romanzi: L’uovo dell’incoronazione (Serarcangeli), Vite Ordinarie (Ladolfi); La gondola dei folli (Spazio Cultura). Nel 2020 le edizioni Macabor le dedicano una monografia. È stata inserita in Dizionario critico della poesia italiana (1945-2020), a cura di M. Fresa (Società Editrice Fiorentina, 2021) e in Contemporary sicilian poetry (curatori A. Ilievska e P. Russo, Italica Press, New York, 2023). Gestisce la rubrica “Fulgore e poesia” per la rivista letteraria L’estroverso, diretta da G. Calanna.

(A cura di Silvia Rosa)