Da Giotto ad Ai Wei Wei

Giotto Scrovegni Invidia

Giotto Scrovegni Invidia

PAOLO LAMBERTI

Arte artista ed artigiano hanno la stessa etimologia, che riporta al latino ars, che a sua volta traduce il greco techne, da cui tecnica e tecnico; l’area semantica rimanda in entrambi i casi ad un’unione tra la mente e la manualità, tra il concetto e l’esecuzione da parte dell’artista/tecnico.
Quando Enrico degli Scrovegni commissiona l’omonima cappella in memoria del padre, affida la decorazione interna a Giotto; il ruolo del pittore è chiaro: a lui e alla sua bottega spettano la misurazione degli spazi, la scelta dei materiali, la macinazione dei colori, la preparazione delle sinopie, e infine l’esecuzione del programma pittorico secondo lo stile giottesco; anche se la scelta dei materiali avviene compatibilmente con i fondi stanziati dal committente, in questo caso abbondanti visto che compare anche il blu da lapislazzulo.
Però il progetto iconografico, il concetto da trasmettere, è affidato ad un chierico ed intellettuale, probabilmente il teologo Alberto da Padova, che disegna un sofisticato ciclo che associa le storie di Maria e quelle di Cristo al giudizio universale ed ai vizi ed alle virtù; né mancano interventi del committente, che cercano di attenuare ogni allusione al lavoro proprio e paterno, il Rinaldo degli Scrovegni che Dante porrà nell’Inferno (XVII, 64ss.) tra gli usurai. L’esempio più significativo è la sostituzione, tra i vizi, dell’Avarizia con l’Invidia. L’apparato concettuale viene eseguito da Giotto senza alcun intervento proprio, esattamente come succede nella Basilica Superiore di Assisi in cui Bonaventura da Bagnoregio impone la sua accentuazione delle stimmate e dell’interpretazione di Francesco come alter Christus a scapito del tema della povertà. Cosa pensasse Giotto di questi concetti non è dato sapere.
Nello scorso decennio l’artista cinese Ai Wei Wei ha creato due installazioni dedicate alla tragedia dei migranti annegati nel Mediterraneo: una serie di giubbotti di salvataggio nella vasca che fronteggia la facciata posteriore dell’Oberes Belvedere a Vienna e una serie di canotti appesi alle impalcature di un palazzo fiorentino in restauro.
Un osservatore malizioso potrebbe pensare che l’artista cinese evochi i boat people, i profughi vietnamiti che fuggivano dal paese dopo che il Vietnam del Nord aveva invaso ed annesso il Sud; rimprovero per la credulità occidentale nei riguardi di Hanoi, il cui governo in questi giorni è stato inserito dall’UE nella lista nera dei paradisi fiscali, ovvero paesi finanziariamente non trasparenti: il comunismo come elettrificazione del paese ed evasione fiscale.
Un osservatore pensoso potrebbe notare come Wei Wei per trovare una tragedia dell’emigrazione debba venire nel Mediterraneo, dove annegano i disperati di Africa ed Asia, mentre nel Mar Giallo nessun migrante affronta il mare per raggiungere la superpotenza cinese; un osservatore polemico potrebbe ricordare all’artista di guardare in casa sua, dal Tibet agli Uiguri a Tien An Men a Hong Kong. Ma i bravi critici occidentali fanno mea culpa davanti alle installazioni, e parlano di arte concettuale, termine ossimorico al pari di filosofia metalmeccanica, sicuramente fonte di indignazione per un pensatore platonico.
Non si vuole negare all’artista il diritto a formulare idee, però, come in gran parte dell’arte contemporanea, il concetto di Ai Wei Wei rimastica idee che rimandano al ribellismo romantico e compaiono nelle prediche dei parroci di campagna, mentre di ars, etimologicamente, si vede poco; anzi, il materiale dei canotti e dei giubbotti arriva dalle fabbriche cinesi (o vietnamite) con operai sottopagati, per essere trasportato in maniera inquinante ed essere forse assemblato da lavoratori europei con salari bassi.
Ma le installazioni sono lautamente pagate, e al pari dell’arte contemporanea sono una commodity costruita per i mercati. Che siano gli alberi di bronzo di Penone a Venaria (gettati in fonderia, non proprio come il Perseo di Cellini), il Cavallo Imbalsamato (non da lui) di Cattelan o La Venere degli Stracci di Pistoletto (gettata in cemento, magari acquistata da un artigiano di nanetti da giardino, non scolpita da Prassitele), il concetto sostituisce l’ars, la techne, la manualità. La vera obiezione all’arte concettuale non è il classico “sapevo farlo anch’io”, ma il più inquietante “ma quel concetto lo pensano anche il maestro elementare ed il parroco di campagna”: peraltro con stipendi miseri.
Però c’è un filo che unisce la Cappella degli Scrovegni di Giotto e le installazioni di Ai Wei Wei: banchiere il committente Enrico degli Scrovegni, gruppi bancari internazionali gli sponsor di Ai Wei Wei.