Procedendo parola per parola. Deniz Ayhan

Anatolia inizio Novecento

Anatolia inizio Novecento – Wikicommons

DENİZ AYHAN

Procedendo parola per parola

Procedendo parola per parola,
quando credo di aver trovato un punto nell’infinito,
nella profondità del credere, con un calice di vino in mano,
porto nell’anima una mappa del tempo.
È come se fossi su una nave
la cui bussola è prigioniera dell’eternità…

L’emozione di sentire il tempo nei palmi delle mani:
un sogno infranto, eserciti sconfitti.
Un comandante che ha perso la spada,
una guerra perduta.

Sono un sultano sconfitto a Baghdad,
una principessa che ha smarrito i suoi sogni.
Sono una pergamena bruciata,
ciò che resta di una biblioteca
ammutolita, strappata, consumata dalle fiamme.

Nell’anima ho una mappa del tempo,
senza lancette, senza ore.
Nella profondità dei sogni,
quando le parole non esistono ancora,
in uno stato di silenzio puro,
credono il fuoco, l’acqua e l’aria…

La prima freccia scagliata in guerra,
il primo sangue versato, il primo guerriero morto.
Il primo grido, il primo giuramento,
la prima terra calpestata.

Sono il temuto Gengis,
forse Attila,
o forse, in epoche sconosciute,
sono soltanto un frammento di terra che trema dal freddo,
una geografia coperta di neve.

Sono il fuoco acceso da una madre
per scaldarsi mentre stringe suo figlio,
con tutta la profondità del suo amore.

Sono un andaluso che osserva il cielo con meraviglia.
Sono un poeta romano
che scrive sotto l’ebbrezza dell’amore.

Chi sono io?
Con quale lacrima sono ubriaco,
con quale dolore cieco,
con quale incendio morto?

Chi sono io?
Il grido di un amore perduto
sepolto nella terra di Roma?
Le speranze di un nomade
disperse sulle strade dell’Anatolia?

Sono forse un crociato sconfitto,
con terremoti nell’anima
e ferite che non guariscono nel corpo,
precipitato
da un falso paradiso
direttamente nell’inferno?

Chi sono io?

Procedo parola per parola
tra le macerie della storia,
con in mano la mappa di un tempo infinito,
con le montagne e le pianure della mia anima.

Senza dare ascolto a voci simili alla tempesta,
nell’oceano di sangue e lacrime,
tra le grida di una donna andalusa,
procedo parola per parola…

Affogo nel mezzo di un mare profondo,
mentre il respiro mi abbandona.
Le mie speranze
come una nave sepolta sotto le macerie.

Mentre l’ultimo respiro dell’umanità
si perde nei polmoni del mio amore…

Tu arrivi.

La tua pelle candida,
il tuo respiro profumato di rosa,
i tuoi occhi simili al frutto più bello
di un antico ulivo.

La mia anima, che ha atteso mille anni la sua nobiltà,
ha aspettato nei sotterranei.
Il mio corpo era marcito,
i miei occhi inariditi,
la mia pelle coperta di croste.

Ero come un cadavere,
come i rami più secchi
di un albero che ha perso la vita.

Quando tocchi la mia anima,
la mappa infinita del tempo
si spezza tra le mie mani.
I miei sogni,
la cui bussola è l’eternità,
cercano un fiume di speranza
nei cieli blu, azzurrissimi.

Nei prati dove Eva sognò per la prima volta,
sulla terra
dove si udì il primo sorriso.

E io ti ho amato
prima e dopo
tutte le storie di paura…

Ho smesso di cercare parola per parola.
Mentre mi perdevo nella profondità del tempo,
ho toccato il tuo cuore.

Il tuo cuore
era ormai il mio cuore.