Ismaël Diadié Haïdara, Tebrae

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GIANCARLO CAVALLO

Ci sono libri che suscitano nel lettore ben più del semplice appagamento: la sete di conoscenza, la voglia di rileggere per scoprire quanto è sfuggito al primo approccio. Così accade per Tebrae, di cui è stata finalmente pubblicata in Italia l’edizione integrale (con testo francese a fronte) da Multimedia edizioni/Casa della poesia. Si può senza dubbio parlare di una prima mondiale in quanto le precedenti edizioni spagnola (Libros del Aire, 2021) e francese (La Sahélienne, 2022) risultano incomplete.
Apprendiamo ad esempio che nella tradizione più antica una tebria è un’unità poetica composta da una struttura breve, un genere minore della letteratura del Sahara meridionale; dice l’autore «Nel tempo libero, ho scritto su pezzi di carta, sui margini dei miei libri o dei quaderni, queste tebrae. Tebrae è il plurale di te­bría. La tebría è formata da due versi generalmente composti in lingua hasaniya dalle donne del deserto, tra il sud del Marocco, Walata, Tishit, Wadan e Timbuctù.» (Premessa, p. 17).
Ismaël Diadié Haïdara ha ripreso e arricchito questo genere poetico, rinnovandolo, inserendo, oltre l’amore, altri nuclei tematici (la guerra, l’esilio, la natura, la riflessione esistenziale, la pratica di una vita frugale, ecc.). Eccone un primo esempio:

69

Il ne dépend pas de toi de vivre un jour ou mille.

Mais de toi dépend de voler de joie avec les libellules.

69

Non dipende da te se vivere un giorno o mille.

Ma da te dipende volare con la gioia delle libellule.

La complessa figura dell’autore, storico, filosofo, proprietario e curatore del Fondo Kati (https://fundacionfondokati.org/) – che conserva oltre 12.000 documenti scritti in ebraico, castigliano e arabo, appartenuti al suo antenato Ali Ben Ziyad al-Quti esiliato da Toledo nel 1468 e giunto infine in Mali, e ad altri antenati che lo protessero e l’ampliarono, fondo in parte ritornato in Spagna con l’esilio di Haïdara in seguito alla conquista di Timbuctù da parte dei jihadisti – contribuisce a rendere affascinante e unico questo libro. Nella tebria che segue troviamo un giudizio inoppugnabile sui fondamentalisti:

581

Au nom du pays, au nom d’un Dieu.

Les bourreaux sont éduqués pour être des artistes des morts.

581

In nome della patria, in nome di un Dio.

I carnefici sono educati ad essere artisti della morte.

A differenza dell’haiku, a cui è stata talvolta paragonata, la tebria non ha ferree regole metriche, – come le 5-7-5 more dei componimenti giapponesi tradizionali – se non l’articolazione in soli due versi, di lunghezza e accentuazione variabile.
Con felice sintesi, Haïdara paragona, qui di seguito, l’apparizione delle stelle alla nascita della tebria, la necessità della notte con quella della partenza dell’amata:

565

Il faut la nuit pour que les étoiles brillent.

Il fallut que tu partes pour que la tebria naisse.

565

Ci vuole la notte perché le stelle brillino.

Dovevi andartene per far nascere la tebría.

Il libro raccoglie le 1203 tebrae scritte negli anni dell’esilio tra il 2011 e il 2021 anno della pubblicazione in Spagna. In quella che segue la metafora usuale della mosca presa nella ragnatela del primo verso viene rivitalizzata dalla lapidaria considerazione esistenziale del secondo:

227

Une mouche désespérée crie dans une toile d’araignée.

Voici ma vie dans une tebria.

227

Una mosca disperata che grida in una ragnatela.

Ecco la mia vita in una tebría.

«Se c’è un’opera capace di concentrare la forza della vita e la sua calda vertigine questa è Tebrae, con i suoi versi brevi dove l’immensità dell’universo e un angolo di pace nel deserto s’incontrano e si saldano in una scrittura feconda, bruciante, musicale come il ritmo di un tamburo, come l’arpeggiare o il vibrare di una duna.» (p. 5). Questo è l’incipit della prefazione di Rossella Nicolò che immediatamente ci trasmette tutta la magia di questa opera, solo apparentemente semplice, in realtà pregna di una profonda filosofia di vita che permette di affrontare e superare il dolore e di gioire dei sapidi frutti dell’amore, di scegliere valori sostanziali senza cedere alle lusinghe del mondo. Il volo di una libellula o di un airone, il sorriso di una donna, una ciotola di riso e un bicchiere d’acqua, sono ricchezze impagabili, tantomeno con il falso luccichio dell’oro o l’effimera conquista del potere.

164

Je vivais dans une cabane au bord de la rivière.

J’étais heureux de ma solitude et du vol des hérons.

164

Vivevo in una capanna vicino al fiume.

Ero felice della mia solitudine e del volo degli aironi.

Ismaël Diadié Haïdara, Tebrae, testo francese a fronte, traduzione e cura di Rossella Nicolò e Giancarlo Cavallo, prefazione di Rossella Nicolò, Multimedia edizioni, Baronissi/Salerno 2026, pagg. 384, € 25,00

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Ismaël Diadié Haïdara, noto anche come Ismaël Quti, è nato nel marzo 1957 a Bajindé, Timbuctù. Discende dal grande poeta Es-Sahili (Granada 1290 – Timbuctù 15 X 1346) e dal famoso storico di Timbuctù Mahmud Kati, che scrisse la storia Tarikh al-fattash dell’Impero Songhai.  L’antenato di Ismaël Diadié Haïdara, Ali b. Ziyad al-Quti, lasciò Toledo dopo gli incendi della Magddalena (Toledo 1467). Dopo aver attraversato Ceuta, Fez, la Sicilia, il Cairo, Baghdad, Damasco, Gerusalemme, tornò in Africa attraverso il Tuat e il Walata prima di stabilirsi a Gumbu (nell’attuale Mali).
Haïdara scrisse i suoi primi versi di poesia all’età di 15 anni, diventando membro dell’Unione degli scrittori del Mali e dell’Unione degli artisti del Mali.
Dopo gli studi a Bamako, Ismaël lavorò all’Istituto Ahmed Baba di Timbuctù. Mentre lavorava lì, scoprì la sua discendenza da Mahmud Kati e che suo padre era stato adottato da un Haïdara, da cui il cognome.
Come conseguenza, Haïdara creò la fondazione Zakhor nel 1993, che significa memoria, e l’Associazione Timbuctù per l’amicizia con il mondo ebraico, composta da discendenti di ebrei maliani e dedicata alla ricerca sulla storia ebraica del Mali. Nel 1993 ha fondato con i Francescani di Granada Casa Fra Leopoldo, a Timbuctù, per assistere i bambini orfani. Ismaël Diadié Haïdara, quindicesimo patriarca responsabile della biblioteca di manoscritti Fondo Kati dall’esilio di Ali b. Ziyad al-Quti da Toledo nel 1467, insieme alla sua famiglia, ha catalogato circa 13.000 manoscritti della loro collezione privata. Nel 2000 lanciò un appello sul quotidiano ABC, con José Angel Valente, il “Manifesto per la difesa del Fondo Kati”. Firmato da Saramago, Goytisolo, Muiioz Molina, Ousmane Diadié Haidara, Antonio Llaguno e molti altri. Nel 2011 organizza con il Premio Nobel Desmond Tutu una Orazione Internazionale per Timbuctu.
Zakhor si è sciolta all’inizio della guerra del Mali dopo la caduta di Timbuctù nel 2012, quando Ansar Dine e Al-Qaeda nel Maghreb islamico presero il controllo della città. Haïdara e la sua collezione sopravvissero all’incendio dei manoscritti attuato dagli islamisti; lui e la sua famiglia nascosero i libri tra i vestiti e ne portarono di nascosto alcuni a sud.  Haïdara è fuggito in Spagna dopo la caduta e ha continuato il suo lavoro di digitalizzazione dei manoscritti, oltre alle sue attività di poeta, filosofo, storico e conferenziere. Ha ricevuto la medaglia d’oro della città di Toledo nell’anno 2014.