Imparare a dirsi addio con la poesia

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GABRIELLA MONGARDI

La poetessa americana Mary Oliver scriveva (nelle raccolta Primitivo americano, a cura di Paola Loreto, Einaudi 2023): Per vivere in questo mondo // devi esser capace di fare tre cose: / amare ciò che è mortale; / tenerlo stretto // contro le tue ossa sapendo / che ne dipende la tua vita stessa; / e, quando arriva il tempo di lasciarlo andare, / lasciarlo andare.

Parrini con la sua ultima raccolta poetica, Imparare a dirsi addio (Samuele editore 2025) sembra collocarsi sulla stessa linea, distillando le sue “istruzioni per l’uso” della vita nel “motto” tratto dal primo verso di una lirica della seconda sezione e utilizzato come titolo di tutto il libro, oltre che della sezione stessa.
Come è evidenziato da A. Canzian nella sua partecipe prefazione, il padre morto è l’interlocutore privilegiato di queste liriche (accanto alla figura della madre, pure morta) e “Paolo Parrini costruisce un viaggio nel lutto senza percorrere le cinque note fasi ma imparando da esso” – ma il -si di dirsi addio è ambiguo: potrebbe avere non solo valore reciproco, ma anche riflessivo, stante che la polisemia è un carattere essenziale della poesia. Si tratta quindi non solo di prendere congedo dal padre scomparso ma anche e soprattutto da sé stessi: e se il congedo dal padre è tema centrale delle sezioni prima e ultima, espresso emblematicamente nelle immagini del “ramo coperto di neve”, della “porta che cigola”, nella speranza di un incontro oltre la vita, il motivo del congedo riguarda a maggior ragione l’io lirico, consapevole del tempo trascorso, dei “segni e sospiri” lasciati dalla vita e della necessità di distaccarsi da essa, di prendere le distanze, per prepararsi ad affrontare l’esperienza finale.

Perché i giorni lasciano
segni e sospiri
perché molto abbiamo navigato
e molto resta da capire.    

***

Sono tante, troppe
le cose da dimenticare
se vuoi prepararti alla morte
fallo con dolce regolarità.

Questo è il nuovo compito che Parrini assegna alla poesia, quello di guida al congedo definitivo, dopo averla cantata come strumento di salvezza in Un uomo fra gli uomini e come un’epifania miracolosa in Prima della voce.
Viene in mente Gradini di Hermann Hesse: Dev’essere il cuore preparato / al congedo e al nuovo inizio