“Quella voglia, la voglia di vivere / quella voglia che c’era allora / chissà dov’è? / chissà dov’è?”… I versi di Vasco in Liberi… liberi – sulla perdita del gusto di vivere – sembrano essere all’origine dell’ispirazione che ha portato Claudio Sottocornola, filosofo ermeneutico multi-task, a formulare il titolo del suo nuovo lavoro “Quella voglia di vivere che non c’è più” (Oltre Edizioni, 2026), chiarito dal sottotitolo: “Emergere dal disincanto postmoderno”, e dalla stessa copertina, che riproduce il celeberrimo dipinto di Egon Schiele, Quattro alberi, monumento del tormentato espressionismo europeo di inizio ’900, con rami e tronco su un cielo rosa declinante.
E non a caso, nella Introduzione al volume, l’autore pensosamente osserva: “Saranno i cambiamenti climatici, saranno le migrazioni di massa da interi continenti, saranno i delitti di cronaca nera che crescono per efferatezza in modo esponenziale, sarà che nessuno sa più dire perché sta al mondo e in esso si affatica, ma il sapore di niente – in queste decadi iniziali del XX secolo – ci avvolge, ci annichila, ci uccide o – meglio – ci consegna a una condizione di vita umbratile, indeterminata, insensata o – peggio ancora – venale”.
Del resto, come si osserva in quarta di copertina, la devitalizzazione dell’esistenza sembra ormai accomunare le società occidentali, in cui prevalgono spersonalizzazione dei rapporti, isolamento degli individui, ritmi frenetici e disumani fra lavoro e consumi, entro un tempo sempre più quantitativo e alienante.
Sottocornola non sembra però incline alla semplice constatazione, e dunque riflette, elabora, analizza e, soprattutto, interpreta in un tentativo di sintesi che sia anche opzione resiliente e salvifica, lucidità o illuminazione, consapevolezza della crisi ma, anche, delle opportunità che una civiltà in declino – suo malgrado – continua ad offrire. Anche se, come annota a inizio volume citando Battiato, “…il mio maestro m’insegnò com’è difficile/trovare l’alba dentro l’imbrunire…” (Prospettiva Nevski, 1980), ovvero scorgere qualche residuale speranza nella fine che incombe, fine che intercetta i destini individuali ma anche quelli collettivi di un Occidente in frantumi.
Le sue sono infatti riflessioni occasionate dalla collaborazione con alcune riviste fra teologia e spiritualità, “Il Cenacolo” e “Missione Salute”, nel biennio 2024-25, rivolte a un pubblico trasversale, che esige chiarezza nella comunicazione, ma anche si attende prospettive praticabili, sentieri percorribili, opzioni appunto di resilienza e di senso. Così ha luogo quell’emergere dal disincanto evocato dal sottotitolo come compito che la postmodernità ci assegna, se non vogliamo – semplicemente – estinguerci, almeno come soggetti desideranti e attivi, in qualche modo sempre borderline a una qualche possibile salvifica trascendenza, quella “luce residua che l’attuale paesaggio consente di intercettare”, come scrive l’autore.
Claudio Sottocornola attraversa così con noi derive e rischi dell’attualità, fra corpi in degrado e ambizioni transumaniste, opportunismi educativi e miti emozionali, disamore per il creato e velleità tecnologico-digitali, degrado estetico e declino culturale, viaggi low cost e accidia di massa, denunciando una collettiva perdita di vitalità e speranza ma, al contempo, tenta di riaprire sentieri di senso e di valore percorribili nella fedeltà alla propria storia, ma anche attraverso una irrinunciabile coscienza utopica che dischiuda al futuro.
Il ricordo del passato, “quando ancora la gente si parlava ed esprimeva un’altra antropologia, fatta di relazione, incontro, scambio”, non basta a superare l’impasse, occorre rimotivarsi, traghettando il bene che è stato in un presente ove continui a operare in direzione del futuro.
“Seminare germi di senso in un’epoca in gran parte insensata, babelica e stordente, è il mio proposito, che peraltro contribuisce a conferire senso al mio lavoro, ma spero anche – in minima parte – alla costruzione di senso del potenziale lettore”, scrive Sottocornola, che annota a margine una sensazione che lo attraversa, fra speranza e disincanto: “Personalmente mi sento un po’ come gli indiani d’America sopravvissuti all’epopea del West, depositari cioè di una arcaica sapienza della vita che andava dissolvendosi con loro, di fronte a una civiltà aliena che li avrebbe colonizzati e distrutti. E tuttavia non dispero di trasmettere al vento una parola che giunga da qualche parte, a rendere ancora una volta possibile, per qualcuno, un nuovo inizio”. Parola depositata in un libro, in questo libro, che qualcuno aprirà.
(a cura di Gabriella Mongardi)


