È una grazia. È un’impresa silente continua non prosciugare
i movimenti della coscienza, qui chiamata cuore.
Chiamata così per impastarla con le fibre del corpo.
Che mai mi inaridisca
il cuore.
Me lo dico.
La sera dopo cena.
La mattina
alle cinque
quando in cortile
il solito gatto miagola.
Alle dodici
che salgo le scale
e incontro la postina.
Che mai m’inaridisca
il cuore.
Ormai è una preghiera
sottile
capillare
generativa.
Si fa aerea terrena
schiumeggiante
viscerale
mai surreale.
Che mai m’inaridisca
il cuore.
Si fa presto a dire preghiera.
Forse un mantra
un’ossessione
un guardingo presagire
il pericolo.
Quello del disincanto
mentre raccolgo
i segnalibri
guardo i doppioni
e vedo cosa buttare.
Che mai m’inaridisca
il cuore.
Si fa presto a dire mantra.
Forse
è lo sfioramento
del senso d’ ingiustizia
di avere cioccolato letto caldo
il tablet un tetto
l’antibiotico se è il caso
perfino le violette
del pensiero.
Che poi è come trattenessi
il rumore del mondo
l’alito delle cose
e in caduta lenta
cordiale ne fuoriuscisse
un garbuglio di grazie
sospiri e dubbi
mentre cammino.
Che poi è come salutassi
l’intorno
chi conosco
chi non conosco
la dolce inclinazione
di un bambino
verso la spalla di quel giovane
padre.
Che poi è come
mi visitasse un arcaico stupore
d’infanzia
e si insinuassero gocce
di paura
che il più della vita
se n’è andata
mentre compro cavolo rosso
mandorle e arance.
Che mai mi inaridisca.
Mi inaridisca.
Mi e non si inaridisca
il cuore
per suo conto
per indiscutibile destino
perché è così che van le cose
perché bisogna pur sopravvivere
che troppa delicatezza
il mondo te la rinfaccia
ti butta dentro
segmenti di medianità
veli di cinica adesione
al reale.
No, non ” si inaridisca il cuore ”
di motu proprio.
No. Ho scritto il mi.
Che mai mi inaridisca il cuore.
Che mai sia opera
tutta mia
in piena coscienza
con calmo pensare
facendo l’elenco delle cose
andate male
quelle di me di chi ho vicino
di chi ho lontano
dell’adesso del mondo.
Che mai m’inaridisca il cuore
per talento a svicolare
a non voler sentirmi implicata
neppure in flebili atti
di cura di attenzione
a non volere più
spugnosi gli occhi
aperti gli orecchi
alle altrui fatiche.
Che mai inaridiscano
i pozzi del cuore.
Me lo dico
di sera
di mattina
a casa
in auto
a piedi
colma di indicibile
che si fa amen
alato e vola
chissà dove.
(A cura di Silvia Pio)
Foto di Bruna Bonino


