53. Un dovere cruciale

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DINA TORTOROLI

Intenzionalmente ho interrotto la puntata precedente, senza aggiungere considerazioni sullo stridente, inaccettabile epilogo dell’encomio tributato a Pietro Verri: ho voluto dare tempo ai lettori di interrogarsi sull’autore, che, inopinatamente, esibisce quella falsa modestia che è affliggente vezzo di Alessandro Manzoni.
Rileggiamo quell’assurdo paragrafo: «Se quel cittadino magistrato, e scrittore benemerito si fosse proposto principalmente di dare una storia intera del processo degli infelici Piazza e Mora, noi non avremmo certo riposta la mano ad un lavoro già fatto da lui. Ma egli ebbe un altro scopo più importante, più recondito, e di più immediata utilità: voleva con quell’esempio di un delitto impossibile confessato per la tortura, dimostrare che questo orribile mezzo era anche un mezzo falso per iscoprire la verità; e togliere a quell’infame abuso i partigiani che gli rimanevano; e gliene rimanevano purtroppo. Egli scelse i tratti che gli parvero più opportuni al suo nobile intento; e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d’ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».
A stento, io riesco a glissare sulla vana, risibile comparazione delle risorse mentali degli scrittori, e l’affermazione «scopo ben meno importante» mi scandalizza proprio: dovrei credere che l’”autore verace” abbia smarrito sé stesso, e disconosca o addirittura ripudi il proprio plan éducatif?
È inevitabile “guardare indietro”: ritrovare la pagina introduttiva del suo lavoro, in cui egli aveva scritto che i magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire l’iniquo furore popolare contro i presunti untori, “lo imitarono e lo sorpassarono” “con carneficine più lente, più studiate, più infernali”.
Aveva immediatamente dichiarato che “passare questi giudizi sotto silenzio sarebbe omettere una parte troppo essenziale alla storia di quel periodo disastroso”.
Era quindi doveroso “fare ciò che non era ancora stato fatto”, vale a dire “fare conoscere” “al pubblico” “quello sciauratissimo affare”, per “qualificare le azioni, paragonarle con la legge eterna di giustizia e formare su di esse un retto giudizio”.
Ed ecco la sua ricostruzione storica, frutto di riflessioni finalizzate a “giudicare moralmente” le dinamiche psicologiche e gli aspetti procedurali desunti dai verbali di interrogatorio degli indagati, fonte primaria di cui lui stesso evidenziava la peregrinità:
«In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione*. Quest’uomo potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l’idea, e che non sarebbero stati in poter loro quando anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest’uomo, dico, pubblicò con le sue difese, e in appoggio di quelle un grande estratto del processo che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb’essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati (Guglielmo Piazza, commissario della Sanità, e Giangiacomo Mora, barbiere) e quello dell’uomo di condizione che fu assolto» (Fermo e Lucia, 1954. p. 673).
Il nostro autore mostra apertamente la propria sofferenza, ma non si sottrae a nessuna fatica, perciò diventa obbligatorio fare conoscere almeno una selezione dei suoi insegnamenti e moniti:
. «È una ributtante fatica il tradurre e lo scrivere quella sentenza. Ma ella è stata eseguita, importa quindi ch’ella sia conosciuta. A chi parrà che anche il leggerla sia fatica, e pur ributtante, pensi che le parole di essa che gli fanno più ribrezzo sono state incise sul marmo ed esposte in un pubblico monumento ad eterna memoria; pensi che è utile vedere per quali fatti gli uomini abbian creduto di poter domandare la ammirazione e la riconoscenza dei contemporanei e dei posteri; pensi che, se il ribrezzo è un dolore, il ribrezzo di ciò che è tristo. è anche una istruzione, e un esempio morale» (p. 700).
. «Don. Giovanni Gaetano Padilla fu detenuto […] sette giorni prima che fosse eseguita la sentenza contra di quelli. E a prima giunta è cosa molto mirabile, e alla quale a dir vero non sappiamo dare alcuna spiegazione, che il Padilla non sia stato mai confrontato coi suoi denunziatori (quantunque il padre di lui ne facesse istanza), né pur esaminato mentr’essi vivevano, anzi per più di cinque mesi dopo. In questi si affaccendarono i processanti a raccogliere nuove deposizioni contro il Padilla; e ne ottennero in fatti coi soliti mezzi del dolore e della speranza» (p. 706).
. «Oh! Il Padilla, spagnuolo, gentiluomo, militare, forte di aderenze, e avvezzo a trattare da pari a pari coi magistrati, doveva avere un’aria più libera e una espressione più sicura di innocenza. Sì certamente: ma anche l’innocenza debole e spaventata ha la sua espressione caratteristica; e non è egli dovere sacro dei giudici il saperla discernere? Non debb’esser il loro primo e più attento studio? Come! Il grado e l’origine del Padilla gli teneva in rispetto, gli faceva andar cauti; v’era adunque qualche considerazione che poteva rendergli tali. E non sapevano essi che il Piazza, che il Mora, che quegli altri infelici erano uomini senzienti, creati ad immagine di Dio, e redenti da Dio?
Avrebbero forse essi potuto rispondere che la legge o la consuetudine ch’ella si fosse, sottoponeva ai tormenti alcune condizioni d’uomini ed altre ne esimeva, che non si poteva col Padilla venire ai tormenti; che quindi i due pesi e le due misure erano nella legge stessa e non nella loro volontà? Questa scusa proverebbe bene che essi erano ministri d’una ingiustizia, il che se sia una scusa, ognuno lo vegga; ma non gli scuserebbe in quel di più che essi vi aggiungevano. Poiché anche in quella circostanza ov’essi erano posti per volontà loro, era in loro arbitrio l’accontentarsi delle spiegazioni che gl’infelici davano alle loro inchieste, o cavarne altre coi tormenti. Ora quale atroce, e demente incontentabilità sia stata la loro, si è veduto nei loro esami; e in quei del Padilla si è veduto di quanto meno essi potevano accontentarsi. E si noti che il Padilla era il più carico di accuse, e come la intendevano quegli esaminatori, d’indizj. E questa circostanza che certamente non prova, né può provar nulla contra l’innocenza di quel signore, aggrava però la colpa di quei magistrati, facendo vedere che essi erano capaci di superare una prevenzione molto più forte di quella per cui straziarono a quel modo i loro fratelli Piazza e Mora, e tanti altri; di quella per cui fecero morire in sei ore Giuseppe Migliavacca, ed altri, né pur confessi, malgrado gli strazi. Ma le difese del Padilla, e l’esito della sua causa mettono ancor più in chiaro quella ingiustizia (pp. 716-717).
. «La sostanza poi di quelle difese, è degna pure di molta osservazione, perché […] elle sono una terribile e manifesta condanna pei giudici». Infatti «Il difensore impugna tutto il processo». […] «V’erano dunque anche a quel tempo i lumi bastanti a far comprendere che la era una sciocca illusione  [“dare cagione” della peste “al veleno artefatto”]; v’era un criterio che faceva sentire la imperfezione degli argomenti sui quali era fondata la certezza del delitto; v’era una idea, un senso delle ricerche che bisognava fare per aver dati bastanti a formare un giudizio; v’erano gli uomini dell’arte che avevano osservato e che domandati eran pronti a dire ciò che avevano osservato: gli avvocati li cercarono  e li trovarono, e perché non i giudici? Oh! Gli avvocati avevano un grande interesse a far risultare l’innocenza del loro cliente. E i giudici non avevano un grande interesse a non farsi rei di sangue innocente?» (pp. 722 e 723).
. «Don Giovanni fu assolto: Di che sia lode a Dio: ma i giudici non s’accorsero che in un col delitto apposto a quest’uomo, svaniva quello per cui essi avevano sentenziati tanti altri? Assolvendo il capo, si ricordarono di quelli che avevano condannati come complici? Riconoscendo che egli non aveva altrimenti distribuito danari per pagare le sognate unzioni, si ricordarono di coloro che avevan fatto morire come rei espressamente di aver ricevuto da lui denari per ungere? Rilasciando il Padilla, perché dalle deposizioni fatte contro di lui non risultava niente di preciso, niente di congenere, non risultava un delitto voluto, tramato, commesso, un delitto verisimile, si ricordarono quei giudici, che un tale delitto lo avevano tenuto per certo? Che anzi ciò che gli aveva principalmente persuasi della realtà del delitto era stato il supposto che il Padilla ne fosse il promotore, il capo? Che avevano trovato nella sua ambizione il motivo, nella sua potenza i mezzi che rendevano verisimile la volontà, e l’esecuzione d’un tale delitto? E che per queste ragioni l’avevano punito in altri? E come punito!
Desti e avvertiti da questa nuova luce che balenava dinanzi agli occhj loro, si guardarono essi indietro? E data questa ultima sentenza opposta alle antecedenti, pensarono essi a chiamarle a nuovo esame per accertarsi se in quelle non avevano commessa una ingiustizia, o almeno se non erano caduti in un inganno? e per riparare in questo caso come per essi si poteva al terribile fatto, o espiarlo in parte almeno rendendo una umile e pentita giustizia alla memoria degli uccisi infamati, facendo cessare la persecuzione, lo spoglio e l’obbrobrio dei figli loro, dando un esempio di stretto dovere ai giudici tutti, ai quali avevano dato uno scandalo di feroce iniquità? Dopo aver così giudicati gli altri, pensarono all’obbligo che avevano di giudicare se stessi, per prevenire e per mitigare quel giudizio infallibile che gli aspettava al di là della vita, quel giudizio che essi non potevano ignorare perchè è parte della fede che essi professavano? Nulla certamente di tutto questo. Provarono almeno qualche segreto rimorso; si accusarono in cuor loro, se on altro di precipitazione, e di accecamento? E quando o le infermità, o la noja, o le afflizioni, che pure non risparmiano i cuori più duri, facevano parer loro il tempo lungo, si ricordarono delle sei ore di Guglielmo Piazza, di Giangiacomo Mora, e di tanti altri? Nè di questo pure si sa nulla; e non ne appare il menomo vestigio**. Troviam bene che vissero e morirono in grande onore, circondati dalla riconoscenza generale, proclamati salvatori della patria, dalla voce pubblica; la quale copriva le poche voci private che timidamente e sommessamente esprimevano una opinione contraria. La colonna eretta solennemente nel 1630 con pubblico decreto, per eternare l’infamia dei condannati, e la gloria dei condannatori, fu abbattuta nella notte tra l’agosto e il settembre dell’anno 1778. Qui, rigorosamente parlando, finisce la storia, ma noi non intendiamo ch’ella sia finita; né vogliamo sì tosto rinunziare alla parola. Abbiamo prima alcune riflessioni da aggiungere sul giudizio del senato, e quindi niente meno che un’altra storia, la storia delle opinioni dei contemporanei e dei posteri su quel giudizio» (pp. 724-725).
Sarà molto utile conoscerla, perché – ormai non possono sussistere dubbi – l’autore di tutte queste riflessioni è un esperto “giurista critico”, che problematizza il diritto con tale abilità da fare emergere suggerimenti utili anche nella nostra epoca.
Mi sembra persino che abbia voluto emularlo l’ex-magistrato Gianrico Carofiglio***.
Per ora, mi limito a riferire alcune sue affermazioni, incontrate nell’Introduzione di una delle sue più recenti pubblicazioni, intitolata Con parole precise / Manuale di autodifesa civile, “finito di stampare nel mese di novembre 2025”:
«Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è […] un lusso da intellettuali o una questione da accademici. È un dovere cruciale dell’etica civile. Se hai fatto il magistrato e il parlamentare, e scrivi libri, ti capita, piuttosto spesso, di sentirti chiedere cosa abbiano in comune (se ce l’hanno) questi tre lavori. La risposta è che queste tre attività così diverse fra loro hanno tutte a che fare con le parole e la verità. Meglio: con il potere delle parole e il dovere di usarle responsabilmente, per dire, in forme e contesti diversi, la verità. […] Questa nuova edizione (in gran parte riscritta) di Con parole precise nasce dalla necessità di affrontare sfide che nel 2015, anno della prima uscita, si profilava appena o forse erano inimmaginabili […]. Il sottotitolo di questa nuova edizione – Manuale di autodifesa civile – riflette un cambiamento di tono e rende conto di un’urgenza».

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*«Don Giovanni Gaetano Padilla, nobile spagnuolo, cavaliere dell’ordine di S. Giacomo, capitano di cavalli, figlio del Castellano di Milano, denunziato come l’assoldatore, il principe degli untori»: una “invenzione che si è fatta fare [al Mora] a forza di tormenti, costringendolo colla tortura del corpo a torturarsi il cervello per provare chiaramente ciò che non è vero, in modo da potersene valere contro di lui per farlo morire”. […] «Appena tornato dall’esame, il Mora disse ad un servo dell’Auditore che gli faceva guardia aver lui dato fuori il Sig. Don Gioanni figliuolo del Sig.Castellano; e aggiunge di non raccordarsi di non hauer forsi mai parlato con alcuno Spagnuolo, et che se li hauessero mostrato detto Sign. Don Gioanni non l’haurebbe ne anche conosciuto. Il servo gli chiese, come era naturale, perchè dunque l’avesse accusato. Il Mora rispose che l’haueua datto fuori per hauerlo sentito nominare là, et che perciò rispondeua a tutto quello che sentiua, e che li veniua così in bocca. Questa attestazione, con altre simili, fu proccurata dal Padilla, per la sua difesa» (Fermo e Lucia, 1954, pp. 694-695 e 698-699).

**Evidentemente, anche nel secolo XVIII “continuavano” a essere studiate opere come il Tractatus moralis ad defensam animarum, aduocatorum, iudicum, reorum, Petri Pauli Guazzini, abbatis congregationis oratorii Ciuitatis Castelli… Venetiis, 1650, “autorevole trattato che si inserisce nella tradizione che cerca di conciliare le norme giuridiche con la morale cattolica, tematica che rimaneva levante nella formazione giuridica” (Internet Archive).

***«Giovanni Carofiglio, detto Gianrico (Bari, 30 maggio nel 1961) studia al liceo classico “Quinto Orazio Flacco” della propria città e successivamente si laurea in giurisprudenza. Fa a lungo parte dell’Ufficio del pubblico ministero, specializzato in indagini sulla criminalità organizzata. Nel 2007 è nominato consulente della commissione parlamentare antimafia, e dal 2008 al 2013 è senatore della Repubblica per il “Partito Democratico”. Dal 2022 è professore a contratto presso l’”Alma Mater StudiorumUniversità di Bologna”; sede di Ravenna, titolare del seminario “Lingua e scrittura giuridica di base”. Esordisce nella narrativa nel 2002, con Testimone inconsapevole […].

I libri di Gianrico Carofiglio, con sei milioni di copie vendute, sono stati tradotti in 28 lingue» (Wikipedia)